In fondo alla Siberia, quella vecchia deportata era ancora grata a Dio. Dopo una vita di tormenti
In una veglia natalizia alla Basilica della Ghiara a Reggio Emilia don Ubaldo Orlandelli, missionario della Fraternità San Carlo a Novosibirsk, racconta dei suoi primi giorni in Siberia, nel 1991.
Sul binario della stazione di un paesino sepolto dalla neve il giovane prete si guarda attorno. «Scusate – chiede ai rari viaggiatori – dove posso trovare dei cristiani?». «Cristiani?», lo fissano attoniti quelli dalla fessura tra il colbacco e la sciarpa, «qui siamo tutti atei». Una vecchietta studia il giovanotto straniero. Poi gli si avvicina: «Laggiù – dice – ci sono dei cristiani, da quella parte». Da quella parte c’è steppa ghiacciata sotto una tormenta. Il prete affonda nella neve, con la sua valigia piena di Vangeli – non è rimasto più niente, occorre ricominciare da capo. Bussa alla porta di un’isba. Gli ultimi cattolici del paese lo accolgono diffidenti. Qui non si vede un prete da 40 anni. Talvolta è venuto qualcuno che si spacciava per prete, ma erano spie del Kgb. I vecchi per smascherare le spie domandano: «Come stanno moglie e figli?». Quelli del Kgb ci cascano sempre. Non sanno che i sacerdoti cattolici non si sposano. Il giovane italiano invece alla domanda si arrabbia. Le vecchie si danno di gomito, sbalordite. «Questo è un prete vero!». Un prete vero, incredibile. Dopo 40 anni.
È da quel giorno che qui non si può più confessarsi. Quando han sentito che un vero prete stava per arrivare, le vecchie si sono messe in viaggio, da lontano.
Tra i cattolici sopravvissuti ci sono dei deportati. Una donna anziana racconta del suo viaggio, sui treni merci dove i prigionieri morivano congelati. Quando arrivarono qui, i tre figli della donna stavano morendo di fame. Il padre andò nella neve a cercare del cibo: non tornò indietro. La madre si tenne addosso i bambini, finché non le morirono tra le braccia.
Il prete tace davanti a quella massa plumbea di dolore. Ma la vecchia: «Sa, padre, io ringrazio Dio per tutto». Per cosa lo ringrazia?, chiede lui. «Per mio marito. Dio me lo ha dato per un periodo di tempo, così che
l’ho potuto amare. E lo ringrazio per i miei figli. Me li ha dati per un po’di tempo, li ho conosciuti». Il prete ragazzo tace. In fondo alla Siberia, nel cuore di una vecchia deportata, il mondo capovolto. Non la disperazione e la rabbia per ciò che ha perduto, ma la gratitudine per avere avuto un dono, anche per poco.
Vai da quel prete alla fine, sotto l’altare, e gli dici, quasi aggressiva: è umanamente inconcepibile questa gratitudine. Lui sorride. In 17 anni in Siberia deve aver visto tanto, di inconcepibile. Sotto l’assedio dell’inverno, sotto la memoria cristiana annientata, incrostato di ghiaccio e di terra, sepolto, splendente, un diamante. La fede di chi da ottant’anni vede spuntare i primi fiori chiari al disgelo, ed è grato dei loro giorni – anche se fra tre mesi sarà gelo e notte ancora. Come covato nel buio, dentro a una vecchia in Siberia un diamante impazzito di luce.
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