La rivolta inutile

Di Rodolfo Casadei
20 Dicembre 2007
I profughi birmani raccontano la ripresadei soprusi dopo la repressione dei cortei. Così è stata silenziata la marcia dei monaci

Ginevra
Rimesso al suo posto dai militari il pesante coperchio della repressione sopra la pentola dello scontento popolare, dalla Birmania non filtrano ormai niente più che brandelli di notizie e gli squilli non credibili della propaganda di regime. Spente la sorpresa e l’emozione che i cortei arancioni di settembre e ottobre avevano provocato ovunque, è arrivato il rapporto dell’investigatore speciale delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani in Birmania Paulo Sérgio Pinheiro a soppesare la durezza del pugno di ferro dei militari. Gli uccisi sarebbero 31 e non 15 come il governo birmano ufficialmente dichiara, le persone arrestate durante le manifestazioni e nei giorni immediatamente successivi che ancora si trovano dietro le sbarre fra le 500 e le mille, non 93 come da dati ufficiali. Quel che il rapporto Pinheiro non dice, però, è che continuano le chiusure forzate dei monasteri buddisti: dopo la chiusura del famoso monastero Maggin vicino a Rangoon, adesso è la volta dei monasteri di Mandalay da cui partì la protesta ad essere svuotati in vista di un trasferimento in zone isolate del nord del paese. Giunge pure notizia che è cambiato il metodo di protesta degli ultimi monasteri “resistenti”: le elemosine dei militari e degli enti governativi non vengono più rifiutate, ma accettate senza porgere i ringraziamenti di rito e poi immediatamente donate ai poveri. Si comportano in questo modo quattro monasteri di Pakokku, la località dove iniziò la protesta dei monaci nell’agosto scorso.
Qualche informazione meno frammentaria e più profonda arriva dai profughi che cominciano a mettere piede in Occidente. Un monaco birmano avventurosamente arrivato fino a Ginevra, da pochi anni laureato, accetta di spiegarci sotto anonimato la singolare leadership monastica delle proteste. «La gente ci applaudiva quando sfilavamo ad agosto e inizio settembre sotto il sole a 40 gradi, con la nostra bandiera dei cinque colori che simboleggiano il Buddha illuminato e il Buddha che verrà e con le scodelle delle elemosine rovesciate. Alcuni insultavano i soldati e gli agenti in borghese che ci sbarravano il cammino e minacciavano di sparare, poi ci colpivano con bastoni e sfollagente. Ma pochi si sono uniti ai nostri cortei o ci hanno difeso dalle aggressioni», racconta. «Il fatto è che stavolta alla testa del movimento non ci sono stati gli studenti universitari come nel 1988. Per questo la repressione è stata meno sanguinosa, ma anche la protesta è stata meno efficace. Quando ci fu la grande protesta del 1988 (repressa con 3 mila morti, ndr) io frequentavo l’ultima classe delle elementari, e gli universitari vennero a chiamarci a scendere in strada, senza che i maestri potessero fermarci. Stavolta nessuno è andato nelle scuole, di nessun ordine e grado, per raccogliere adesioni alla protesta, perché il movimento degli universitari è completamente disarticolato».

La distruzione dell’università
Il monaco profugo spiega come il regime ha operato dopo l’88 perché non si ripresentasse in futuro una protesta a guida studentesca universitaria. Anzitutto ha smembrato i due grandi atenei del paese e ha creato 40 centri sparsi su tutto il territorio, spesso collocati in aree remote e senza infrastrutture viarie, che di universitario ormai hanno soltanto il nome. L’anno accademico è stato più volte sospeso e poi annullato soprattutto fra il 1997 e il 2000. Molte facoltà sono state costrette a non tenere corsi durante l’anno ma solo sessioni d’esame: una sorta di università per corrispondenza. Ancora oggi molti centri svolgono appena una settimana di lezioni all’anno, altre una settimana al mese. «Il regime ha cinicamente deciso di degradare il sistema universitario per impedire lo sviluppo intellettuale degli studenti e la sfida politica che avrebbero inevitabilmente portato. I nuovi istituti sono stati costruiti sul terreno di antichi cimiteri, che nella tradizione birmana è considerato territorio maledetto da evitare. Si sono preoccupati di coltivare palme da vino nei loro pressi, perché i ragazzi, annoiati dal basso livello o dalla totale mancanza di lezioni si dessero all’alcol, si lasciassero andare alla promiscuità sessuale e cadessero nell’abbrutimento completo. Io e i miei compagni abbiamo dovuto pagare insegnanti privati per imparare qualcosa durante gli anni dell’università. Il governo pagava i professori meno degli operai, perciò questi davano poche lezioni e poi tornavano in città a fare un secondo lavoro. Molti miei compagni semplicemente pagavano i docenti per superare gli esami e arrivare alla laurea. Oppure perché chiudessero gli occhi quando, la notte prima degli esami, andavamo a scrivere sui banchi la soluzione degli esami scritti che avremmo dovuto sostenere il giorno dopo. I libri, poi, altro non erano che fotocopie dei libri di medicina, di ingegneria e di altre materie ancora del tempo della colonia britannica. Non sono stati più importati testi da allora, né se ne sono stampati in Birmania. Il sistema ha funzionato: oggi non ci sono collettivi studenteschi degni di questo nome, non ci sono giovani intellettuali».
A Losanna incontriamo un disertore dell’esercito disposto ad aiutarci a contestualizzare gli avvenimenti degli ultimi mesi. Da tempo, spiega la nostra fonte, l’esercito attua la birmanizzazione dei ranghi: cattolici, protestanti e musulmani non sono ammessi, quelli che ancora si incontrano sono anziani prossimi alla pensione. «C’è solo qualche reparto speciale di soldati delle minoranze etniche, costretti con la forza a prendere le armi o delinquenti cui è stato concesso di scegliere fra la prigione e l’esercito».

Spie con il saio arancione
L’ex militare aggiunge che «anche nelle docenze universitarie e nelle iscrizioni a certe facoltà tecnico-professionali vige la discriminazione: solo i birmani buddisti sono ammessi, le minoranze religiose sono escluse. I soldati che hanno fatto l’accademia militare sono privilegiati: ricevono uno stipendio di 100 dollari al mese più 25 chili di riso, bottiglie di rum e medicine. Un operaio invece guadagna 40 dollari al mese. Dopo il rincaro del carburante, la loro situazione è diventata drammatica: adesso per cena bevono l’acqua della cottura del riso che hanno mangiato a pranzo, dopo averla salata. Molti per la povertà affidano i figli ai monasteri, dove però i bambini sono obbligati a seguire la dieta dei monaci: una minestrina alle 5 di mattina, pranzo a base di riso e poi più niente fino alla mattina dopo». L’uomo accetta di rivelare a Tempi anche come ha fatto l’esercito a sgominare i monaci: «Li abbiamo infiltrati di spie. Li caricavamo tutti sui camion, poi arrivati a destinazione alcuni venivano messi in cella, altri restavano a mangiare e ridere con noi. Alcuni generali che si sono rifiutati di dare l’ordine di bastonare i monaci o di sparare sono stati degradati»

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