L’omicidio di Benazir

Di Tempi
10 Gennaio 2008
No, Musharraf non è l'unico argine contro al Qaeda in Pakistan. È l'argine più friabile

Dopo l’assassinio di Benazir Bhutto la maggior parte dei commentatori italiani si è precipitata a ripetere che l’Occidente non ha alternative al sostegno dei militari di Pervez Musharraf. Sarebbero gli unici in grado di impedire che le armi atomiche di cui il Pakistan è dotato finiscano nelle mani degli estremisti. In realtà è vero il contrario. L’assassinio della leader del Partito popolare è la prova regina dell’inaffidabilità dei militari di Musharraf. Il loro bilancio in materia di lotta al terrorismo e di sicurezza nazionale e internazionale è infatti gravemente deficitario. A fronte di una dozzina di esponenti di spicco arabi di al Qaeda consegnati nelle mani degli americani e di alcune centinaia di militanti islamisti caduti in battaglia contro l’esercito, ci sta la talebanizzazione di vaste regioni di confine (dove la settimana scorsa sono stati rapiti cinque cristiani indigeni), la presenza di migliaia di madrasse jihadiste in tutto il paese, accordi di non interferenza con le autorità tribali sottomesse con la violenza dai terroristi. Ci sta la destabilizzazione dell’Afghanistan, progettata ed eseguita a partire dai rifugi pakistani. Ci sta il riuscito attentato alla vita di Benazir Bhutto, l’unica vera minaccia politica per i jihadisti in quanto l’unico leader pakistano filo-occidentale a godere di un grande seguito popolare. Otto anni di repressione, accordi sotto banco coi terroristi, truffe politiche e sanguinosi machiavellismi hanno chiarito che in Pakistan anche il più scadente dei governi civili sarebbe migliore del regime militare impersonato dalla faccia del generale Musharraf.

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