Nella città dell’eterno fetore
Napoli
Il fetore, i sacchi colorati sdraiati per le strade, quartiere dopo quartiere, piazza dopo piazza: via Mercalli, la periferia della zona di Barra che degrada verso San Giorgio a Cremano, i topi che qualche guaglione fotografa con il cellulare perché il telefonino non si scorda mai, nemmeno nella bidonville di Napoli 2008; neppure a Pianura, contrada Pisani, l’appendice nascosta della città dove la protesta dei cittadini contro la riapertura della discarica, decretata dalle autorità, si è trasformata nei giorni di Capodanno in una guerriglia “di popolo”, con un esercito di vari Masaniello e di monnezza da seppellire, ma dove?
Arrivare a Napoli al tempo dei rifiuti e dell’Alta velocità, con le ferrovie che collegano la città a Roma spesso occupate da uomini e donne sdraiati sui binari nel tratto tra Pozzuoli e Giugliano, è come entrare nel terzo cerchio dell’Inferno di Dante sette secoli dopo. Non ci si trova niente della pulizia televisiva con la faccia di Romano Prodi che annuncia sui telegiornali nazionali la sua svolta: «Le scuole devono essere aperte». Quaggiù la vita reale è altrove, è merda, sangue e spazzatura. «Io sono al terzo cerchio, de la piova/ etterna, maladetta, fredda e greve/ regola e qualità mai non l’è nova. Grandine grossa, acqua tinta e neve/ per l’aere tenebroso si riversa/ pute la terra che questo riceve». La terra puzza di marcio. E di Cerbero, il mostro a tre teste che sbrana le anime, nella Campania progressista del governatore Antonio Bassolino, uomo che conta del Partito democratico, e del sindaco Rosa Russo Jervolino, ce ne sono parecchi. Lunedì il governo ha deciso di inviare l’esercito per ripulire le strade e far aprire le scuole che molti sindaci campani avevano deciso di tenere chiuse, ma a scuola non c’è andato nessuno. Troppa la paura di malattie, rivolte, pericoli. E poi stare chiusi nelle case aiuta a non sentirsi sudici. A Napoli, mentre i militari del Genio civile provano a spazzare qualche chilo delle tonnellate di monnezza, la gente bisbiglia che l’esercito serve per la guerra e che la decisione politica di inviare i soldati ha il suono di una vera e propria ammissione di colpa: a Napoli c’è la guerra. Non quella sanguinosa fatta di bombe e fucili, una più subdola, meno dolorosa, ma altrettanto degradante fatta di rischi epidemie, di rifiuti che salgono in cielo fino ai primi piani delle palazzine, di gente senza più speranza perché gliel’hanno consumata tutta. Per questo i vari Cerbero di Napoli non possono e non potranno più nascondersi. C’è la camorra, è ovvio, perché la criminalità nel sud martoriato del nostro paese non manca mai, ma la camorra, dicono alcuni, non trae vantaggi dalle emergenze bensì dalla più banale normalità perché può lavorare indisturbata, senza i riflettori.
Niente è stato risparmiato dalla follia sporca di questi primi giorni di gennaio, neppure il centro, il cuore di quello che la sinistra campana e il governatore Bassolino vantavano come il Rinascimento partenopeo. Corso Umberto, via Giordano, via Santa Croce, persino corso Vittorio Emanuele, hanno subìto le ferite dei cassonetti rovesciati e della fine. In periferia poi, lì l’immondizia viene bruciata, spenta solo a tratti dalla pioggia. Ma anche la pioggia da queste parti puzza mentre la diossina, prodotta dalla combustione dei rifiuti incendiati, impregna il cielo e il Vesuvio. Se avvolgiamo il nastro dell’eterna emergenza napoletana e campana, basta fermarlo a caso per accorgersi che niente è cambiato, a parte il calendario. Gennaio 2001, un altro Capodanno. Antonio Bassolino, già allora presidente della Regione, era stato da poco nominato dal governo di centrosinistra “commissario straordinario per l’emergenza immondizia”. «Questa situazione – le sue parole di 7 anni fa – troverà prestissimo una soluzione». Lo assicurava mentre ribadiva che «da domani saranno autorizzati nuovi siti di stoccaggio nel Napoletano» e annunciava di essere pronto a «usare i poteri commissariali per fare altrettanto in provincia di Salerno se non provvederanno le autorità locali».
Trecento miliardi nel bidone
A Salerno, per la verità, con il passare del tempo ha provveduto il sindaco Vincenzo De Luca detto Enzo, nemico giurato di Bassolino, e oggi le cose almeno laggiù sembrano funzionare. A Napoli nulla, nonostante i soldi spesi («Abbiamo stanziato – spiegava ancora Bassolino nel 2001 – 300 miliardi e siamo pronti ad investire altre risorse»). Di flashback in flashback, mentre il fetore per le vie di Napoli cresce di ora in ora, ecco come le cronache dell’Ansa raccontavano la situazione del capoluogo campano sette anni fa. «Bassolino ricorda che si sta lavorando per togliere i cumuli di sacchetti dalle strade (anche stipulando accordi per il trasporto dell’immondizia in altre regioni) e per accelerare la realizzazione di nuovi impianti per lo smaltimento dei rifiuti. Occorre però, dice il governatore, “tenere gli occhi aperti contro i chiari tentativi della criminalità organizzata, che cerca di creare un clima in cui sia più difficile uscire dall’emergenza. Questo perché – sottolinea – le cosche sperano che si sia obbligati a tornare a smaltire i rifiuti nelle discariche della camorra: una cosa che non consentiremo mai”. E poi “tutto è complicato dal fatto che siamo in campagna elettorale e ci sono parlamentari uscenti o candidati che si muovono in modo irresponsabile”. I rifiuti “non hanno colore politico – incalza Bassolino – liberare i comuni dall’emergenza è compito di tutte le istituzioni, in spirito di collaborazione e con senso di responsabilità”».
La solita storia
Si tratta di un film già visto, un’eterna replica, dove gli attori sono sempre uguali a se stessi, le frasi si rimpallano insieme alle responsabilità e nulla, per una città sommersa dai rifiuti, cambia. Romano Prodi dice che «la situazione di Napoli è intollerabile per l’immagine dell’Italia», ma lui, in questi anni, cosa ha fatto per cambiarla? Il capo dello Stato Giorgio Napolitano, dalla sua vacanza di Capodanno a Capri, ha fatto sapere di essere «allarmato per la situazione dei rifiuti a Napoli». Tutti, oggi, scaricano le colpe dell’emergenza su Antonio Bassolino, sindaco della città dal 1993 al 2000, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti dal 2000 al 2004 e da oltre sette anni presidente della Regione Campania. Bassolino di colpe ne ha, così come gli amministratori che si sono succeduti negli anni. Lunedì 7 gennaio, al temine dell’ennesima giornata infernale, arrivava lo svergognamento di Prodi che si era appena indignato e ripromesso di prendere in mano personalmente la situazione. Parole gelide quelle che Rosa Russo Iervolino, sindaco di Napoli e compagna ulivista del premier, ha consegnato a Sky Tg24: «Al presidente del Consiglio Romano Prodi la possibilità di giungere a una situazione del genere era stata prospettata addirittura l’11 gennaio del 2007, in una riunione fatta a Castel dell’Ovo dopo una lunga e particolareggiata relazione del commissario governativo di allora, Guido Bertolaso. Stranamente questa riunione non ha avuto ricadute».
Appunto, la politica nazionale, il centrosinistra che ha diviso per anni le battaglie politiche di Bassolino, dov’era mentre i rifiuti diventavano una montagna? Ci fosse un Pier Paolo Pasolini in quest’Italia postmoderna che non crede più a niente, neppure a Dio, scriverebbe che «i colpevoli li conosce». E invece dobbiamo accontentarci di una lettera aperta di Bassolino a Repubblica (pubblicata il 7 gennaio), dove il presidente campano spiega come in questi anni il suo lavoro contro l’emergenza rifiuti «sia stato bloccato da vescovi ed ecofondamentalisti». «Le mie responsabilità me le assumo» scrive Bassolino. «Ad Acerra mi trovai di fronte verdi fondamentalisti e vescovi che parlavano di spazzatura – demonio. In tre anni e mezzo non sono riuscito a costruire il termovalorizzatore, anche altri però hanno fallito. Ho lottato e fallito ma non lascio».
Leggere questa lettera, seduti su un marciapiede di Pianura, con la gente terrorizzata dalla riapertura della discarica in attesa che si concludano i lavori al termovalorizzatore, non è possibile. La puzza dell’immondizia, le volute di fumo dei rifiuti bruciati fanno lacrimare gli occhi e seccano la gola, la saliva diventa fetida e le grida della gente stordiscono i timpani mentre il corpo invoca una tregua a questo letamaio. Anche Dante dopo le lordure dell’Inferno e delle peggiori cose umane sentì il bisogno di uscire fuori, di respirare aria buona, di sfiorare Dio e «uscire a riveder le stelle». Chissà quando potranno farlo i napoletani. In fondo non chiedono che questo, una vita normale senza il marcio quotidiano dei rifiuti.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!