Nel silenzio del reparto prematuri, il pianto furibondo di tuo figlio quindici anni fa è il trionfo della vita

Clinica Mangiagalli di Milano, reparto prematuri. Sono incredibilmente piccoli i bambini venuti al mondo troppo presto. Lunghi come la mano di un uomo, otto etti di peso. Li custodiscono in superincubatrici di vetro sovrastate da monitor che lampeggiano inquieti i tracciati del respiro e del cuore. Sembrano appese a un filo quelle linee spezzate, intermittenti. I passeggeri delle culle spaziali dormono sogni di limbo, ignari, sul crinale del loro destino.
L’ossigeno spinto a forza nei polmoni dalle macchine alza il petto in una oscillazione esilissima. Eppure sono già perfette le mani minuscole, e i lineamenti del viso. Si resta, davanti a queste culle stellari, muti – come contemplando Dio che compie le sue creature.
Ma c’è una cosa che manca. Lo avverti, ti guardi attorno come cercando. Che cosa? È che non piangono. L’ossigeno forzato nei polmoni, sedati, non piangono i bambini nati troppo presto, come gli altri neonati. Non hanno abbastanza forza per piangere. Ed è allora, in questo silenzio, che ti torna un ricordo di quindici anni fa. Irrompe nella memoria l’urlo, alle cinque del mattino, in questo stesso ospedale, dei neonati portati tutti assieme alla prima poppata. Nell’alba ancora buia d’autunno – fuori dai vetri il primo alito di nebbia – l’urlo trionfante di fame e di vita dei neonati sani, che pretendono il seno materno. Quindici anni fa, il primo figlio, tu nel sonno ancora dimentica di aver partorito, e quell’urlo che colmava i corridoi del vecchio ospedale, imperioso come un vento di temporale. Come la vita in persona, nella penombra incerta dell’alba. E ogni dubbio e lacuna di buio da gettare alle spalle in quel richiamo: sei madre, alzati, prendi tuo figlio, è tutto nuovo ora.
E il pianto furibondo che si avvicina, eccoli, urlano da soffocarsi, rossi in faccia di rabbia. Non sanno nulla, se non che vive chi grida, e chiama, e domanda. Tra le braccia della madre ciecamente cercano il seno, e finalmente si chetano, in pace.
Ecco, quell’urlo di un’alba ormai lontana, intatto nell’archivio della memoria, ti è ritornato nel silenzio del reparto prematuri. Dove la vita va vegliata e sorvegliata e trepidamente spinta. Dove le madri in camice sterile curve sulle incubatrici contemplano immobili le loro creature delicate, e quando passa un medico lo interpellano con lo sguardo in una tacita domanda. Quindici anni dopo, capire solo ora la grazia ricevuta. Quel figlio, quei figli vitali e sani e forti, dalla fame impaziente, le gambe morbide scalcianti. Quell’urlo una mattina di settembre, che per un attimo ti aveva percorso di un brivido: la vita ti aveva attraversata, ti era passata dentro. Tu incapace di tutto, avevi fatto un uomo, che ora ti chiamava imperioso. Ricordarsene ora, come per caso, in un reparto d’ospedale così silenzioso. L’urlo dei nuovi nati come una grazia, e solo ora l’hai capito davvero.

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