Terra poderosa
Avrebbe dovuto fare il cantastorie. A quattrocchi o di fronte a una vasta platea è sempre come se stesse narrando una storia alle sue due figlie. Questo accade ogni volta che si appresta a raccontare il divenire creativo da cui prendono forma le “sue” mostre. O meglio quegli eventi che, costruiti attorno a una mostra di pittura, animano un’intera città. Prima Treviso, poi Brescia, dove un pubblico ogni anno più numeroso viene richiamato dalla fruibilità di contenuti di bellezza che non abdicano all’approfondimento intelligente. Lui è Marco Goldin, fondatore di Linea d’ombra, l’impresa, con sede a Treviso, che si occupa dell’organizzazione di mostre d’arte. E così, dopo Monet, Van Gogh, Gaugin e Turner, quest’anno è la volta di America! Storie di pittura dal nuovo mondo, che andrà in scena, fino al 4 maggio, presso il Museo di Santa Giulia di Brescia. «Costruisco le mostre in modo vario perché, rivolgendomi non solo a un pubblico di specialisti, desidero far capire il mondo che la mostra presenta. E questo risulta possibile quando ci si apre ad altre discipline, come la letteratura, la musica, il cinema, che hanno in sé richiami legati a quel mondo». L’argomento è tanto più interessante quanto la modalità si fa accattivante. «Soprattutto quando in gioco ci sono i più giovani». Per questo nei programmi di Linea d’ombra trovano uno spazio privilegiato visite guidate – «per ogni mostra ci sono dai 60 ai 100 mila ragazzi» – e laboratori pensati ad hoc per le scuole. «Io ho cominciato proprio con questa preoccupazione. A Conegliano, dove vivo con la mia famiglia e da dove sono partito, anni fa organizzai con un preside del luogo una serie di corsi di aggiornamento per gli insegnanti d’arte. Partimmo con 40 persone, e alla fine dovemmo cambiare sede perché ne arrivarono 700». Quando si dice l’arte della comunicazione, o meglio, in questo caso, dell’affabulazione, che Goldin mette in pratica anche nei suoi scritti critici, fortemente evocativi, e in racconti e poesie che appena ha un momento libero, «dormo 5 ore per notte», si diletta a comporre. «Iniziai a scrivere poesie quando facevo le superiori poi, di punto in bianco, ho smesso. Non mi venivano più. E adesso, da qualche tempo, d’improvviso, ho ricominciato».
Verrebbe da chiederle: chi è Marco Goldin?
Di fatto sono un imprenditore. Tuttavia mi sento un critico d’arte che si emoziona, ancora oggi, ogni volta, davanti a un dipinto. Sarà che sto diventando vecchio.
Cosa risponde a chi la accusa di “gigantismo”?
Linea d’ombra è una macchina organizzativa che lavora bene e che è strutturata proprio per mettere a punto eventi come quelli di Santa Giulia. Una vera e propria impresa.
Perché Brescia? È lei a scegliere le location delle sue mostre?
No. Vado dove mi chiamano.
Perché non va a Roma?
Veltroni mi ha chiamato. Il progetto era interessante. Però loro sono molto strutturati e quindi io avrei dovuto fare solo il curatore di una mostra. Non l’ho mai fatto. Io mi sposto sempre con la mia impresa.
E a Milano?
Con Sgarbi c’è stato un pourparlers. È difficile sovrapporre due personalità professionalmente così marcate come le nostre.
Si riferisce alla mostra sugli omosessuali?
Mi limito a dire che, essendo una mostra brutta dal punto di vista artistico, non avrei dato il mio nulla osta.
Cosa pensa dell’altro grande divulgatore d’arte: Philippe Daverio?
Quando Daverio si scaglia contro la mia, diciamo così, ingombrante presenza e il mio essere popolare, io penso che lui fa la stessa cosa in tv. Soltanto assumendo un’aria intellettuale. È proprio questo mondo artistico, mondano e festaiolo, questa casta, che io non amo e nei confronti della quale propongo un’alternativa.
È vero che lei rischia molto del suo?
Il 60-65 per cento degli investimenti, che equivale a qualche milione di euro, ce lo metto di tasca mia con la mia impresa. Questo mi permette di essere libero da condizionamenti e di realizzare in tutto e per tutto il progetto che ho in mente quando metto in moto la “macchina” organizzativa.
Solo per America! sono esposte 400 opere, tra cui 250 dipinti. Come sono i rapporti con i musei “donatori”?
Buoni perché frutto di un lungo lavoro diplomatico che mi ha permesso di intessere rapporti personali di fiducia. Viaggio dopo viaggio. Per America!, per esempio, ho percorso da est a ovest tutti gli Stati Uniti. Venti volte. Sto fuori casa 6 mesi l’anno. Capisce perché dormo 5 ore a notte?
Come ha avuto l’idea di una mostra così, senza precedenti in Europa e negli Stati Uniti?
Proprio perché non l’aveva mai fatta nessuno. Mi affascina l’idea dell’America dell’inizio, dell’origine, del tutto possibile. Quando i pittori della Hudson River School si sono trovati davanti a spazi infiniti – le ampie pianure dell’Est, le immense cascate del Niagara, i selvaggi paesaggi dell’Ovest – e sono partiti da lì. Da quella realtà che era stata donata loro. E tutto questo avveniva quando stavano nascendo gli Usa. Ho preso infatti in considerazione il periodo che va dalla fine dell’Ottocento all’inizio del Novecento, e così noi, percorrendo la mostra, impariamo a conoscere una nuova idea di nazione attraverso i paesaggi di Thomas Cole, Frederic Edwin Church, Frederic Remington e gli altri. Inoltre nella raffigurazione della natura si ravvisa la ricerca di una traccia di divino, di Colui che ha realizzato una simile grandezza e di fronte alla quale l’uomo americano non può che rimanere stupito, consapevole di vivere nella Terra promessa. Il senso del trascendente e del mistero è infatti molto presente nella pittura americana delle origini. Non c’è distacco. La natura magnifica, sublime, non è distante nella sua grandiosità, bensì accogliente nei confronti dell’uomo che la abita. La Terra promessa è fatta per l’uomo. È questo ciò che più mi piace: quando l’arte riesce a farmi sentire in modo poetico la bellezza del contatto tra il quotidiano e l’infinito.
Quando ha capito che una proposta di questo tipo poteva funzionare?
Ero nel parco dello Yellowstone. Al centro della bellezza del mondo. E mi sono ricordato delle letture che avevo fatto all’università sui pittori americani. Gente che aveva la temerarietà di concepire l’immenso.
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