Io, studente, sul Titanic della Sapienza

Di Fanelli Matteo
24 Gennaio 2008
C'è chi non si arrende a ballare sulla nave dell'ideologia mentre tutto affonda. Il racconto di come esistano ancora piccole scialuppe di impavidi pronte a sfidare il mare aperto della ragione

Caro direttore, la mia università, la Sapienza, è un Titanic che ha incrociato un iceberg. Mentre la nave affonda e i topi scappano, c’è qualcuno che si sofferma a dare un giudizio. Molte volte, in questi giorni, si è sottolineata la gravità di quello che è successo. Il Papa, infatti, ha potuto parlare in paesi ad alto rischio, come la Turchia, e non alla Sapienza, curiosamente fondata proprio da un papa, Bonifacio VIII, nel 1303. Una vergogna per lo Stato italiano, che non può garantire la sicurezza di un capo di Stato estero nonché guida spirituale di oltre un miliardo di persone. Un insulto innanzitutto alla tanto richiamata laicità dello Stato. Uno Stato laico, è bene ricordarlo, non è uno Stato in cui i sacerdoti non possono circolare, ma in cui ognuno possa essere se stesso ed esprimere liberamente le proprie idee. Laicità e democrazia sono il rispetto dell’uomo per come è. Una vergogna, poi, per l’università italiana tutta, in particolare per la Sapienza, mai caduta così in basso. Un oltraggio alla libertà di parola, una violenza che nega ogni spazio per il dialogo libero, soprattutto perpetrata da un numero esiguo, direi insignificante, di professori e studenti: ancor più grave! Una minoranza che ha creato un clima da regime, per cui non si tratta più di libertà di dissentire, cui tanti si sono aggrappati, ma di vero e proprio atto di censura.
«Il Papa qui non deve entrare», questa frase ha caratterizzato il panorama dell’università durante quei giorni. Giovedì mattina, per la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico, io e altri studenti abbiamo preparato dei cartelli che recitavano: libertà in università “e pur si muove”, e ci siamo imbavagliati con dei foulard bianchi, per manifestare solidarietà al Papa, cui è stato impedito di parlare, e a tutti coloro che avrebbero voluto quantomeno rispettosamente ascoltarlo. Una maggioranza silenziosa che, fino a quando non è arrivata la notizia del rifiuto, è rimasta appunto in silenzio: un silenzio assordante, che si è potuto riscontrare anche nella politica. Tanti si sono mossi dopo il “fattaccio”, tanti ci hanno manifestato vicinanza nel nostro gesto di solidarietà con il Papa. Dichiarazioni quasi concordanti di disappunto, alcune evidentemente di facciata, molte altre sincerissime. Ma prima c’è stato il silenzio. è un fatto, anche questo, a cui guardare.
Mi sono chiesto il perché di tutta questa situazione e cosa fosse realmente accaduto alla “Sapienza”. Da questo punto di vista la cosa più interessante
l’ho sentita dire dal cardinale Camillo Ruini, il quale, parlando dei contestatori, ha affermato: «Questi ragazzi hanno perso il senso della realtà». È precisamente questo il punto di giudizio decisivo per capire quanto accaduto. La vicenda dei 67 firmatari della lettera è emblematica di questo. Infatti non si tratta di ignoranza, perché quei professori della materia che insegnano ne sanno più di me e di tanti studenti messi insieme.

“Tu qui non devi entrare”
Nel momento in cui si smarrisce il nesso con la realtà, uno ragiona per pregiudizi ideologici: pur di attaccare il Papa si prende per buona una frase e la si estrapola dal contesto, non accorgendosi che il Pontefice citava quelle parole non perché fosse d’accordo con la tesi in esse sostenute, ma per prenderne le distanze. Domenica all’Angelus il Papa ha detto: «Il clima che si era creato ha reso inopportuna la mia presenza alla cerimonia». Occorre rendersi conto che questo clima, che io per primo ho respirato in quei giorni nella mia università, è stato creato da persone che hanno paura della realtà, paura del confronto tra le proprie idee, le proprie posizioni, e la realtà. È proprio questa paura che genera la violenza: non c’è più il “non sono d’accordo con te”, ma il “tu qui non devi entrare”. I professori firmatari della lettera hanno contestato il Papa perché ragiona per dogmi, un metodo estraneo al mondo scientifico. Curiosamente, però, i dogmatici si sono dimostrati loro, non accettando di ascoltare un uomo che la pensa in maniera diversa. Ecco perché ho trovato decisiva la continua insistenza di Benedetto XVI sulla ragione, al fatto che possa essere usata secondo tutta la sua ampiezza, avendo come scopo la ricerca della verità e non l’arroccamento sulle proprie convinzioni.
È precisamente questo l’appassionato appello che papa Ratzinger ha messo al centro del proprio discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza, e dell’Angelus di domenica scorsa, quando tutti noi abbiamo assistito ad una grande manifestazione di libertà di un popolo che si è sentito chiamato in causa. Ognuno di quei 200 mila che hanno riempito piazza San Pietro, ha voluto esprimere in maniera non polemica la propria vicinanza al Pontefice, non innanzitutto per difendere una ideologia od un discorso giusto, ma per gridare la propria fame di libertà e di verità.

La natura dello studio
Anche in università tanti si sono ribellati, seppur a fatto avvenuto come già detto, al clima che si era venuto a creare. Tanti studenti che ci hanno telefonato o mandato messaggi quando ci hanno visti imbavagliati alla cerimonia dell’inaugurazione dell’anno accademico. «Quello che è successo è assurdo, siamo arrivati alla follia», ci dicevano. Oppure professori che hanno protestato per la gravità del fatto e sono stati rimproverati dagli alti poteri accademici. Tutta questa gente, domenica si è sentita dire: «Vi incoraggio tutti ad essere sempre rispettosi delle opinioni altrui e a ricercare, con spirito libero e responsabile, la verità e il bene». Proprio ciò per cui l’università è nata e continua a vivere, anche se non se ne accorge. Uomini che si mettono insieme alla ricerca della verità di ciò per cui danno la vita: questa è la vera natura dell’uni-versitas. Ognuno, nello studio del proprio particolare, cerca l’unica verità. Per questo, dentro tutto il clima da “discarica” ideologica visto in questi giorni in Sapienza, io ho riscoperto il motivo per cui val la pena impegnarsi nel proprio lavoro, nel mio caso quello di studente, e continuare a lottare nella mia università. Solo questa consapevolezza può generare un dialogo libero, sincero e leale; solo così l’università potrà tornare ad essere un luogo di confronto aperto di persone che, con metodi e scopi diversi, ricercano in fondo la stessa cosa.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.