La Shoah e il nuovo olocausto in preparazione a Teheran
Domenica ricorre il Giorno della Memoria. La data, 27 gennaio, coincide con l’anniversario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, ovvero la fine (in quel momento solo simbolica) dello sterminio nazista degli ebrei europei. Ha senso dedicare ancora oggi un giorno al ricordo? Questa domanda è inevitabile, poiché è presente il rischio che anche questa ricorrenza diventi un vuoto contenitore riempito di ripetitive evocazioni e discorsi di circostanza. Questo sta già succedendo? Da quando la giornata è stata istituita abbiamo assistito al moltiplicarsi di eventi, incontri, conferenze. La grande maggioranza di queste iniziative è fatta – ed è un bel segnale – da scuole e istituzioni non ebraiche. Ciascuno decide di volta in volta quale aspetto sottolineare. Per i soldati e le forze dell’ordine il richiamo è a riflettere su quale sia il limite oltre il quale un ordine non sia eseguibile, per i medici e gli scienziati (categorie i cui membri nel 1938 in gran parte collaborarono alla realizzazione e alla giustificazione delle leggi razziali) è un’occasione in più per pensare al proprio ruolo e ai limiti della scienza, per tutti noi è anche un momento in cui fermarsi e ricordare quale tremenda responsabilità si assunsero non solo i nazisti e i loro collaboratori (in prima fila noi italiani), ma anche tutti quelli che non fecero nulla o non fecero abbastanza: la Croce Rossa, gli alleati, il Vaticano, forse le stesse comunità ebraiche, che, soprattutto negli Stati Uniti, non riuscirono a capire il pericolo e ad avvertire i propri membri o a mobilitare a sufficienza l’opinione pubblica.
Ma oggi? Oggi penso che gli ebrei italiani non possano evitare di rivolgersi al nostro ministro degli Esteri Massimo D’Alema e chiedergli conto della scelta tutta italiana di rompere l’unità europea che finalmente si stava formando nei confronti del regime degli ayatollah iraniani, lanciati nella corsa agli armamenti nucleari con la dichiarata intenzione di utilizzarli contro lo Stato di Israele, dove oggi, e non nel 1945, vivono sei milioni di ebrei.
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