Dove ricomincia l’Iraq
Zakho (Iraq settentrionale)
Foad continua a impastare il cemento col badile senza neanche girarsi. Non è che le foto lo infastidiscano, il problema è che fa un freddo boia e lavorare senza fermarsi è il modo migliore per non congelarsi, in questa tersa mattina invernale che fa risplendere le lingue di neve sulle montagne intorno. Foad e quasi tutti i suoi dieci compagni muratori curdi sono musulmani, siamo in Iraq e quella che stanno tirando su alla grande è una chiesa caldea. Qui nel quartiere di Midaro i cristiani, fuggiti verso le città del sud al tempo delle guerre fra i curdi e i governi centrali di Baghdad, stanno tornando a centinaia per sfuggire alle violenze di cui sono diventati bersaglio. E hanno chiesto che fosse ricostruita la loro chiesa del Sacro Cuore, ridotta a un cumulo di ruderi dalle bombe, dal vandalismo e dall’abbandono. Ancora pochi mesi e il sogno sarà realizzato.
A Baghdad, Mosul e Kirkuk i musulmani o distruggono o fanno chiudere le chiese piazzando autobombe, sequestrando o uccidendo i sacerdoti, minacciando di morte i cristiani; a Zakho e nelle altre località del Kurdistan iracheno o sotto l’influenza del suo governo regionale le ricostruiscono con le proprie mani. E non solo con quelle. «Non è mai stata una cosa strana che dei non cristiani costruiscano una chiesa qui in Iraq; per i lavori nei nostri due monasteri abbiamo sempre avuto manovali sia yazidi che islamici. La grande novità è che adesso anche i soldi per gli edifici di culto e le opere sociali cristiane arrivano dai musulmani: dal bilancio del Krg, il governo regionale del Kurdistan». Padre Waheed è il superiore del convento antoniano di Nostra Signora delle messi ad Al Qosh, all’estremità nord-est della piana di Ninive. Si è trasferito qui insieme a un gruppo di confratelli da Baghdad, dove pure era superiore del locale monastero a Dora, quasi due anni fa. Nel cortile avevano trovato una busta con dentro un proiettile, un monaco era stato ferito e il nome di padre Waheed era finito in una lista dei sacerdoti cristiani che dovevano essere rapiti.
Aggrappato alla brulla parete montuosa che sovrasta la cittadina c’è l’antico monastero di Rabban Hormisda, dove i cristiani iracheni, allora nestoriani, decisero di riunificarsi con la Chiesa di Roma nell’anno 1551. La Chiesa caldea cattolica in comunione col Papa, che oggi da sola conta i tre quarti di tutti i cristiani iracheni, è nata qui, dove tutt’intorno agli edifici in muratura stile Montecassino si incontrano ancora le grotte scavate nella roccia friabile dai monaci, che per secoli le hanno abitate. Sotto, accanto al nuovo monastero ripopolato dall’esodo forzato da Baghdad, una bella e ampia palazzina a due piani è in via di ultimazione: lì si trasferiranno i 24 ragazzini dell’orfanotrofio gestito dai religiosi, oggi tutti alloggiati in un singolo dormitorio. «Senza i finanziamenti di Sarkis Aghajan, ministro delle Finanze nel Krg, non avrei mai potuto farlo», commenta padre Waheed.
Una zaffata maleodorante di sudore, alcol e gas da riscaldamento ferisce le narici quando si apre la porta principale dell’edificio che temporaneamente ospita l’unico seminario maggiore cattolico di tutto l’Iraq: un lungo prefabbricato bianco che ricorda quelli dei terremotati dell’Irpinia e dei senza casa delle campagne kosovare raccolti dentro Pristina. Siamo ad Ankawa, sobborgo di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, dove nell’ottobre 2006 sono state trasferite le principali istituzioni caldee di Baghdad: il seminario di San Pietro e la Facoltà teologica, cioè il Babel College. Lì dentro una trentina di seminaristi vivono la vita dello sfollato, singolare contrasto con ciò che li circonda: il moderno palazzo della curia vescovile della città, il giardino col prato ben pettinato, l’annessa parrocchia di San Giuseppe con la sua elegante chiesa. «Ma a settembre le cose cambieranno». Padre Bashar Warda, religioso redentorista, è diventato il rettore del seminario poco dopo che questo è stato trasferito da Baghdad a Erbil. Fra agosto e dicembre del 2006 a Baghdad vennero rapiti prima il vice rettore del seminario, poi due docenti del Babel College e infine a dicembre, quando già era avvenuto il trasferimento, l’allora rettore del seminario padre Sami Al Rays. La sequela di rapimenti ha imposto lo spostamento della struttura, unica alternativa alla semplice chiusura. Anche padre Bashar se l’è vista brutta più volte: «Quando vivevo a Dora ho ricevuto più volte minacce di morte da gente anche a volto scoperto. Il 90 per cento di Baghdad è fuori controllo, l’autorità pubblica è come se non esistesse». «Ci siamo trasferiti a Erbil perché le autorità locali ci avevano promesso sostegno. Hanno mantenuto la parola: tutti i costi per il sostentamento dei seminaristi sono sostenuti dal Krg attraverso i fondi a disposizione del ministro Aghajan, il quale sta finanziando al cento per cento anche la costruzione dell’edificio per il nuovo seminario, dove ci trasferiremo nel settembre di quest’anno». Sarkis è cristiano, ma il governo, di cui è esponente autorevole, è indubbiamente musulmano: il clan Barzani che da due generazioni guida la lotta dei curdi contro il centralismo di Baghdad appartiene da due secoli a Naqshbandi, la più diffusa e influente delle confraternite Sufi.
Il rifugio dei perseguitati
Nelle polemiche fra i due principali partiti curdi il Puk di Jalal Talabani, che aderisce all’Internazionale socialista, accusa il Pdk di Massoud Barzani, che domina nei governatorati di Erbil e Dohuk, di scarsa laicità e conservatorismo religioso. Oggi Talabani è il presidente della Repubblica dell’Iraq e controlla il governatorato di Sulaimaniya, ma il presidente e il primo ministro del Kurdistan autonomo sono Massoud e Nechirvan Barzani (zio e nipote). La scelta che hanno fatto è quella di trasformare il Kurdistan in un magnete che attira tutte le minoranze etniche e religiose perseguitate dagli estremisti sunniti e sciiti nel resto dell’Iraq, e di estendere là dove è possibile l’influenza politica e la presenza dell’apparato sicuritario del Krg anche in alcune aree di altri governatorati attigui a quelli curdi, quando queste sono abitate da minoranze religiose. Il caso principale è quello delle cittadine e dei villaggi cristiani e yazidi della piana di Ninive, di cui Al Qosh fa parte. Sugli edifici pubblici del paese il tricolore iracheno, rosso, bianco e nero con le tre stelline verdi nella banda orizzontale bianca, si alterna al tricolore curdo, rosso, bianco e verde con un sole raggiante nella banda bianca. A quest’ultimo è sempre affiancata la bandiera del Pdk, un cerchio rosso in campo giallo dentro il quale sono ricavate sempre in giallo le lettere P, D e K. Dentro alla sede locale del partito non lavorano solo curdi. Gibrail, cristiano caldeo, si è trasferito qui da Mosul ed è uno degli assistenti personali del segretario cittadino: «Sono fuggito coi vestiti che avevo addosso. Ancora poche ore e mi avrebbero ammazzato. I curdi sono l’unica speranza per noi cristiani».
«Non abbiamo nessun rapporto col governo centrale, ma solo con quello curdo del Pdk», confessa Barakat, lo sceicco di Bozai, il villaggio yazida a un tiro di fucile da Al Qosh. Gli yazidi, 300 mila in tutto l’Iraq, sono i famosi adoratori di Lucifero, che loro chiamano Melek Taus e rappresentano sotto forma di un pavone. Secondo le loro credenze Lucifero si pentì e si riconciliò con Dio dopo la sua ribellione, e questi gli affidò il compito di creare il mondo. Mentre i cristiani mantengono buoni rapporti con gli yazidi, i musulmani li considerano adoratori di Satana e li odiano. La lapidazione di una giovane yazida che voleva farsi musulmana da parte dei suoi correligionari ha provocato per reazione quattro camion bomba che hanno fatto strage di 400 yazidi qui nel governatorato di Ninive.
A Zhako il vescovo, monsignor Petros al Harboli, è più preoccupato che felice del grande afflusso di cristiani: «Negli ultimi tre anni sono rientrate in diocesi più di 1.400 famiglie cristiane che se ne erano andate a partire dal 1961, l’anno della prima rivolta curda. Solo in città oggi ci sono 2 mila famiglie caldee, mentre i 26 villaggi cristiani del circondario, 20 dei quali caldei, si sono ripopolati. Ma non abbiamo sacerdoti per questo gregge sempre più numeroso: i loro figli che si sono fatti preti sono stati incardinati a Baghdad e nelle altre città, e spesso inviati di là alle comunità caldee della diaspora negli Stati Uniti e in Australia».
Nei villaggi in via di ricostruzione la vita non è più sottomessa a rischi estremi, ma resta molto dura. Il piano Sarkis prevede la costruzione di 12 mila case, più la fornitura di aiuti alimentari e di un assegno mensile di 50 mila dinari (42 dollari) al mese a famiglia. Ma le opportunità di impiego sono quasi inesistenti: la terra ha già chi la coltiva, l’elettricità va e viene, l’acqua va cercata nei pozzi e non ci sono corriere per andare a lavorare a Zakho o a Dohuk. «Qui a Berseveh un ristorante non lo posso riaprire di sicuro», scuote la testa Sliwa mentre mi mostra la lettera minatoria con cui la Jihad Islamica lo costrinse due anni fa a chiudere il locale che gestiva a Kharrada, quartiere misto di Baghdad, “in nome di Dio onnipotente e sempre misericordioso”. «Però un cielo e una montagna come questi a Baghdad non ce li avevo», sorride ironico.
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