L’incantesimo di Harry Flop
Nel mondo anglosassone la classifica dei libri più venduti ha una grande importanza per il mercato letterario. La prima classifica stilata risale addirittura al 1895 e da allora si sono susseguiti numerosi esempi di come compilare e di come mettere in evidenza i “top ten best sellers”. Il motivo è evidente e riposa su un principio che gli esperti di finanza comportamentale conoscono bene: vedere rappresentata una performance spinge altri a emularla. Il potenziale lettore pensa: se così tanti lo hanno comprato, sarà sicuramente un bel libro.
Oggi viviamo un momento molto particolare dell’era dei consumi: è il momento del social network e dei suoi derivati. Una congiuntura in cui i migliori spot sono i rating positivi nei forum specifici, ossia i giudizi di coloro che hanno già acquistato il prodotto e attraverso internet aiutano altri potenziali clienti a orientarsi. Non per nulla la rete pullula di addetti delle società che si fingono clienti soddisfatti per influenzare i consumatori. Gli studiosi di social network fanno notare come la rete stessa sia spesso dotata di meccanismi di autocontrollo e i “falsi” vengano smascherati dall’alto numero di “veri”. Nel caso delle classifiche dei libri, invece, la cosa è più complicata.
Ora ci sono, ora non più
A un osservatore attento, che pure non abbia accesso ai dati reali di vendita, non sfuggono infatti alcune contraddizioni. Prendiamo le classifiche dei libri più venduti di queste ultime settimane. In alcune di esse (in verità sempre le stesse) al primo posto è ben saldo l’ultimo episodio della saga di Harry Potter, dal titolo I doni della morte. Il fatto strano è che in altre classifiche le avventure del maghetto occhialuto non compaiono neppure nelle prime dieci posizioni. Logica vorrebbe che, anche nelle hit parade in cui l’apprendista stregone inventato da J. K. Rowling non stravince, perlomeno si piazzi ai primi posti. Invece no. Harry o è primo o, magicamente, scompare.
Il fenomeno si spiega con un trucchetto molto utilizzato, che consiste nello stilare le classifiche basandosi, oltre che sui dati parziali, sulle proiezioni di vendita. Proiezioni che, va da sé, sono influenzate dalla tiratura del volume realizzata dalla casa editrice. Tornando al caso di Harry Potter, visto il successo dei primi episodi, è normale che ci si aspetti un riscontro di pubblico quanto meno analogo per il capitolo finale della saga e che dunque la tiratura sia particolarmente alta. Ma qui casca l’asino, perché pare non sia affatto così. Il lettore italiano non sembra essere poi così affezionato al maghetto inglese, senza contare che i veri patiti il libro se lo sono già letto nella versione in lingua originale, uscita quest’estate. Le grandi tirature sono dunque sempre una scommessa. Consentono margini di guadagno migliori ma obbligano anche a un magazzino molto ampio. E, soprattutto, rischiano di aumentare gli “invenduti” o “resi”. E questo le case editrici lo sanno bene. Nessuno vuole sbilanciarsi in piena vendita ma se il trend si mantiene quello paventato, e se i conti alla fine vedranno una forte differenza tra tiratura e vendita, si assisterà ad un finale della saga in linea con lo spirito primigenio del “prodotto a puntate”. Dove si sa che quando il mercato è saturo è meglio inventarsene un’altra.
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