Sorprese di guerra in Siria
Articolo tratto dal numero di maggio di Tempi
La Siria entrata nel nono anno di guerra civile internazionalizzata è terreno fertile di quel tipo di storie e di quel tipo di notizie che in gergo giornalistico son dette “l’uomo che morde il cane”. Il più crudele e sanguinoso dei conflitti in corso nel Vicino Oriente, giunto a una svolta politico-militare che ha fortemente ridotto il suo tasso di letalità negli ultimi dodici mesi, è una miniera di paradossi che si sono stratificati e intrecciati nel corso dei lunghi anni di guerra.
Da sette anni a questa parte a Damasco dall’Europa non ci si arriva più atterrando all’aeroporto internazionale della capitale siriana, che ha completamente riaperto i battenti dopo la fine dell’assedio dei ribelli nell’aprile dell’anno scorso ma che rimane off limits per le compagnie con basi europee a causa delle sanzioni euro-atlantiche contro il regime di Bashar el Assad. Ci si arriva per via terrestre da Beirut, con un viaggio che normalmente dura tre ore. Ed è a Beirut, capitale del Libano che ospita volente o nolente un milione e mezzo di siriani in fuga dalla guerra, che ci si imbatte nella prima storia che non ti aspetteresti mai.
Cinque milioni e mezzo di siriani si sono rifugiati all’estero dall’inizio della guerra, sei milioni e mezzo sono sfollati da una regione all’altra per sfuggire ai combattimenti. A Damasco dall’aprile dello scorso anno i prezzi degli affitti sono saliti alle stelle a causa dell’immigrazione interna da aree del paese invivibili perché completamente distrutte dai combattimenti o perché ancora si combatte. Chi espatria di solito lo fa non tanto per sfuggire alla guerra – gli basterebbe trasferirsi in un’area relativamente tranquilla del paese – ma per sfuggire alla chiamata alle armi, che sia quella del governo oppure quella dei gruppi armati che ancora controllano parti del territorio. Di solito emigra all’estero chi ha i mezzi materiali e gli “agganci” per farlo, e il grosso di questa emigrazione è costituita da famiglie o da singoli sui quali pende la spada di Damocle del servizio militare obbligatorio.
A Beirut e in altre città del Libano non è difficile venire a conoscenza dell’esistenza di appartamenti occupati da giovani siriani che sono passati nel paese dei cedri per evadere il servizio militare: vivono insieme per riuscire a pagare gli affitti proibitivi, che vanno da 500 a 1.000 dollari al mese anche fuori dalla capitale. Chi risiede all’estero per una durata di quattro anni continuativi senza rispondere alla chiamata di leva, può poi rientrare in Siria senza svolgere il servizio militare e senza essere processato per diserzione purché paghi una sanzione amministrativa pari a 8 mila euro. Non è facile accumulare tale cifra vivendo e lavorando in Libano o in Turchia, perché la vita costa assai e le occupazioni per i siriani sono quasi sempre in nero e retribuite malamente.
In un appartamento nei pressi di Harissa (la cittadina libanese col grande santuario mariano) un gruppo di ragazzi mi racconta la storia di Ayman, un ventenne di Aleppo che ha trascorso qui un paio di anni della sua vita. «Come tanti di noi Ayman aveva fatto domanda di ricollocazione all’estero attraverso gli uffici dell’Onu, ma non ci sperava troppo», ricordano i suoi compagni. «Lui aveva trovato lavoro in un ristorante, faceva il facchino e l’inserviente, lavorava 10 ore al giorno. Ma quando è venuto il momento di pagarlo, con una serie di scuse il padrone non ha scucito una lira. Ayman non poteva fare nulla: se si rivolgeva alle autorità con una denuncia sarebbe stato espulso come clandestino e deportato in Siria. Ha trovato lavoro, sempre in nero, in un altro ristorante. Era lontano da qui, e il più delle volte restava a dormire sul posto, in una stanza condivisa con altri sette lavoratori quasi tutti siriani pure loro. Vitto e alloggio scadenti, paga di poco superiore ai 60 dollari al mese, orari massacranti. Nessuna speranza all’orizzonte di ricollocamento all’estero. Un giorno si è ripresentato qui, con la faccia più scura del solito, e ci ha detto: “Amici, così non si può vivere. Ho deciso: rientro ad Aleppo. Succeda quel che deve succedere”».
A una vita da anime morte Ayman ha preferito la chiamata alle armi che inizialmente aveva cercato, come tanti, di evitare. In un esercito che dall’inizio del conflitto ha perduto il 30 per cento dei suoi effettivi per morte in combattimento o per ferite gravi. Un tasso di perdite inconcepibile: secondo i manuali militari, in una insurrezione le forze regolari devono mirare a mantenere un rapporto di 1 a 10 in termini di perdite sul campo rispetto ai guerriglieri. Nella guerra siriana la coalizione governativa, calcolando anche le forze paramilitari ed escludendo gli alleati stranieri (russi, Hezbollah libanesi, iraniani, eccetera), ha avuto più o meno lo stesso numero di perdite di tutti i gruppi ribelli sommati insieme, dal Free Syrian Army all’Isis: attorno ai 150 mila caduti da una parte e dall’altra.
Le storie dei soldati tornati dal fronte hanno aspetti paradossali. Il primo dei quali riguarda il trattamento economico dei combattenti. Ad Aleppo, nel quartiere di Sulaymaniya, incontro Youssef, un 31enne cristiano che è stato congedato dopo ben 8 anni di servizio. Youssef beneficia di un programma di reinserimento dei veterani di guerra nella vita civile pensato e finanziato dalla Chiesa cattolica latina attraverso il suo ufficio legale. Il governo eroga ai congedati un sussidio di 35 mila lire siriane mensili per un anno (70 dollari al cambio del mercato, un terzo della cifra che serve per vivere ad Aleppo decentemente con una famiglia), poi il soggetto deve arrangiarsi da sé. E per uomini che non hanno fatto in tempo a finire gli studi o a imparare un lavoro quando avevano 20-22 anni la situazione si fa difficile: se già non sono tornati traumatizzati dalla guerra, facilmente cadono nella depressione. Grazie a un prestito del programma finanziato con fondi di Associazione Pro Terra Sancta (una Ong legata alla Custodia francescana di Terra Santa) e dell’8 per mille della Chiesa cattolica italiana, Youssef ha aperto un negozio di abbigliamento infantile, la cui gestione abbina alla vendita all’ingrosso dello stesso abbigliamento in giro per la Siria. Con lui sollevo la questione del soldo dei combattenti: «Questa guerra è stata tutta una questione di soldi! Quando catturavamo combattenti ribelli, mai una volta che gli trovassimo addosso lire siriane: sempre e solo dollari e riyal (la valuta saudita, ndr). A noi l’esercito garantiva vitto e alloggio e passava 40 mila lire al mese, che oggi sono 80 dollari circa al cambio di mercato. Ai ribelli venivano versate somme di 600-700 dollari al mese! Non c’è da meravigliarsi che un certo numero di siriani siano passati al nemico, specialmente fra i curdi».
La questione dei salari pagati ai ribelli da parte di paesi stranieri (arabi, europei e Stati Uniti) è piuttosto articolata, ma su una cosa tutti sono d’accordo: si è sempre trattato di cifre superiori a quelle pagate dallo Stato siriano ai suoi soldati. A quanto ne sappiamo i combattenti curdi dell’Ypg toccano un salario che oscilla fra i 180 e i 200 dollari mensili, i ribelli sotto l’egida della Cia ricevevano fra i 250 e i 400 dollari al mese, e i combattenti dell’Isis all’apogeo del califfato erano pagati da un minimo di 450 a un massimo di 1.200 dollari, più 25 dollari per figlio e 50 per la moglie.
Dopo le bombe, la miseria
Quello della vita affettiva dei combattenti è un altro tasto delicato: grazie agli alti salari molti ribelli erano in grado di tenere con sé le proprie famiglie e alloggiarle in quartieri urbani, mentre al contrario i giovani sotto le armi nell’esercito non vedevano per lunghi mesi la famiglia e le fidanzate. Molti di loro hanno visto sfumare le loro storie romantiche a causa della lontananza e delle poche licenze. Non così Youssef: «Quando sono partito per il fronte, ero fidanzato da due anni e stavamo pensando al matrimonio: la mia ragazza mi ha aspettato per otto anni e ci siamo sposati sei mesi fa. Invece purtroppo non ho ancora abbastanza risorse per ricominciare a studiare e dare l’esame da procuratore: sono stato chiamato alle armi subito dopo essermi laureato in giurisprudenza. Ma quando avrò messo da parte abbastanza soldi, riprenderò la strada per diventare avvocato».
Ma forse il paradosso dei paradossi di questa guerra che non vuol finire – 50 mila ribelli in armi sono trincerati nella provincia di Idlib, adiacente a quella di Aleppo, dalla quale si odono ogni giorno esplosioni e rombi di artiglieria – è quello che si incontra nei quartieri di Karm al Duddou e di al Shaar, i due più poveri e fra i più distrutti di Aleppo est, cioè la parte di città rimasta più tempo sotto il controllo dei ribelli, e quindi la più esposta prima ai bombardamenti dell’aviazione militare siriana, e poi di quella russa alleata dei governativi.
Due anni e tre mesi dopo la fine della battaglia di Aleppo (che è cominciata il 19 luglio 2012 con un assalto in grande stile dei ribelli dopo mesi di proteste di piazza e attentati con autobombe ed è terminata il 22 dicembre 2016 con l’evacuazione degli ultimi combattenti dai quartieri orientali dove erano annidati), l’est è molto più malconcio dell’ovest. Se a ovest l’elettricità della rete appare per due ore e poi scompare per quattro prima di tornare, in gran parte dell’est non è più tornata da anni e ce l’ha solo chi ha un generatore diesel. Molto più comuni sono i panorami di rovine, di palazzi dove gli appartamenti sono sprofondati gli uni sugli altri per tutta l’altezza del fabbricato, di case abbandonate senza alcun segno di riparazione, di macerie che sono diventate supporto permanente di mercatini all’aperto o perimetri di immondezzai.
Chi è rimasto davvero senza niente
Mentre nelle vie principali la vita è ripresa di buona lena con commerci di tutti i tipi, e molti negozi hanno riaperto, nelle vie e piazzette più interne è facile imbattersi in gruppetti di bambini sporchi e incustoditi. Sono gli orfani della guerra: figli di combattenti jihadisti che hanno abbandonato la prole al momento della ritirata o che sono caduti in battaglia. Le madri non sono state sposate regolarmente, oppure sono state semplicemente abusate, assegnate ai combattenti contro la loro volontà. In giro per Aleppo se ne contano circa 3 mila, e insieme alle loro mamme rappresentano il gruppo di popolazione meno protetto: questi bambini non sono nemmeno registrati all’anagrafe, non essendo regolari le unioni da cui sono nati e non essendo possibile per legge attribuire loro il cognome delle madri.
In una città intenta a leccarsi le ferite, dove il diesel per generare elettricità scarseggia o ha costi proibitivi, dove l’inflazione brucia gli stipendi e le autorità pubbliche non hanno le risorse per risolvere i problemi principali, questi bambini e le loro madri hanno ben pochi santi a cui appellarsi. E quei pochi appartengono a una religione diversa da quella che loro praticano: a soccorrere i figli della guerra e le loro madri abbandonate sono i frati francescani di Aleppo attraverso il Franciscan Care Centre, un centro socio-sanitario-pedagogico che sorge nel quartiere di Furqat, Aleppo ovest, ma che ha aperto due uffici nei due quartieri sopra citati con un programma di aiuti che ha come titolo “Un nome e un futuro”.
Provocazione e segno di speranza
Nelle claustrofobiche stanzette di due appartamenti ai piani elevati di due palazzi risparmiati dai bombardamenti, da sei mesi si svolgono corsi di alfabetizzazione femminile, di logopedia per bambini con problemi di articolazione della parola, di musicoterapia, di inglese, di fisioterapia per feriti e mutilati di guerra, di attività mirate al recupero e allo sviluppo psico-fisico dei bambini. Le “spose” dei jihadisti, che inizialmente si presentavano col niqab calato sul volto, adesso mostrano il viso sorridente e sollevano il pollice mentre si lasciano fotografare dall’estraneo che viene a visitare la struttura. Mille bambini e 800 mamme hanno fino ad oggi beneficiato dei servizi gratuiti dei due centri, comprese alcune distribuzioni di alimenti e capi di abbigliamento.
Il paradosso consiste nel fatto che il progetto, del valore di 200 mila euro, è promosso dai francescani attraverso l’Associazione Pro Terra Sancta, si svolge in quartieri musulmani al 100 per cento ed è approvato e benedetto dal gran mufti della città Mahmood Akam (la massima autorità islamica locale). Soldi raccolti dai cristiani per un progetto che ha beneficiari tutti musulmani. In una città dove i combattenti islamici hanno intenzionalmente bombardato le chiese cristiane e preso di mira i civili dei quartieri cristiani coi loro cecchini, e dove i cristiani sono stati definiti sostenitori e complici di un regime che bombardava senza andare per il sottile i quartieri dei musulmani sunniti. Una provocazione che è un segno di speranza oltre ogni immaginazione voluta da tre uomini: il vicario apostolico dei latini Georges Abu Khazen, il gran mufti Mahmood Akam e il padre francescano Firas Lufti, che è il direttore del progetto. Di questa iniziativa sentiremo parlare a lungo.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!