Scuola, Machiavelli docet. E pure Asimov
Caro direttore, prima del 7 gennaio pare proprio che non si torni a scuola. Ci sembrava in verità, con la prima ondata a primavera, di aver già pagato il conto al misterioso nemico, nome in codice covid-19. L’arrivo della bella stagione, complice il calo dei contagi, ci aveva fatto credere che il peggio fosse passato.
Purtroppo non era così. Il virus ha preteso un ulteriore pedaggio. E la scuola, dopo la breve illusione dell’inizio in cui abbiamo sperato di tornare a una (quasi) normalità, è ripiombata nella situazione di marzo, tranne per gli alunni dall’infanzia alla prima media: di nuovo “a distanza”, lontano dalle aule. A casa.
Così i compagni che non si vedeva l’ora di incontrare, il suono della campanella attesa con ansia, magari per schivare fino all’ultimo una interrogazione; i primi amori con la ragazza/il ragazzo di un’altra classe, gli insegnanti: tutto ancora volta come dematerializzato. E la scuola manca sempre di più, a tutti.
Solo che ora siamo più stanchi, più spaesati. E anche più poveri. I numeri del contagio, implacabili come tutti i numeri, costringono – si dice – a fermarci.
Così, di fronte alla situazione attuale della scuola viene in mente Machiavelli, che nel suo Principe affermava: “…[la fortuna] dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle…” (cap. XXV).
Machiavelli intendeva dire che la fortuna, ossia l’evento imponderabile e indipendente dalla volontà dell’uomo, in questo caso il virus, può essere contrastata dalla virtù cioè dall’azione accorta con cui gli uomini, in particolare quelli che hanno in mano i nostri destini, predispongono gli argini di difesa contro le avversità.
Ecco, coloro che attualmente hanno la responsabilità di decidere cosa fare, e quindi far fare a tutti noi, non si può dire che abbiano provveduto con cognizione di causa a predisporre tutte le difese (la virtù) contro la pandemia (la fortuna) per proteggere il nostro paese e in primis la scuola, che rappresenta il futuro di ogni società: non hanno sanificato gli spazi pubblici, come ha fatto la Cina fin dall’inizio; non hanno organizzato in modo razionale i trasporti, coinvolgendo ad es. i pullman privati; non hanno nominato tempestivamente docenti e personale ata.
E, ancor più grave, non hanno nemmeno assunto medici e infermieri, la prima linea contro il virus, attraverso i bandi di legge, arrivati solo a ottobre. Mancavano del resto anche prima del covid, soprattutto al sud, in ospedali costati fior di soldi pubblici e mai avviati. Italiche vergogne! Peraltro rivelando quanto precari siano i rapporti fra stato e regioni.
Sorvolo sul tempo perso in parlamento a occuparsi di altro: solo per fare un esempio, la legge Zan-Scalfarotto che non mi sembra una priorità (prescindendo dal suo contenuto su cui a mio avviso molto vi è da discutere), in una fase drammatica come l’attuale.
Mi sento allora di spezzare una lancia in favore dei nostri ragazzi, spesso additati quali principali responsabili della diffusione incontrollata dei contagi.
Certo, non tutti si mostrano consapevoli dei rischi, ma è altrettanto certo che più degli adulti subiscono le conseguenze delle restrizioni, così mal congegnate, imposte per contenere il virus. Sorge il sospetto che si colpevolizzino i cittadini _ e non ci vuol molto a puntare il dito contro i più giovani, con il loro bisogno di ritrovarsi _ allo scopo di occultare le responsabilità di chi aveva il dovere di attrezzare la difesa.
Ma l’istruzione non è scuola se non è possibile guardarsi negli occhi, socializzare, ragazzi e docenti. La scuola è fatta da ragazzi e ragazze che si incontrano condividendo lo stesso spazio fisico – sia chiaro, separato dallo spazio familiare – e costruiscono la loro identità attraverso il confronto, anche dialettico, con le generazioni precedenti: i docenti nelle classi, i genitori a casa.
E poi è guardandoci in faccia che ci capiamo davvero, se è vero che la nostra reale comunicazione passa dalle parole solo al 15/20%, mentre il resto è affidato ai gesti, alla postura, allo sguardo. La scuola è fatta persino dagli odori: tutti ricordiamo il rientro in classe dopo le ore di educazione fisica…
Ora è una sorta di ossimoro: casa e scuola non più distinte ma fuse artificiosamente. E’ nell’infanzia e nell’adolescenza che si impara a vivere, famiglia e scuola accanto, ma se lo spazio per farlo risulta costretto e confuso, le conseguenze saranno purtroppo deleterie e già lo si vede: insicurezze, sfiducia e paura, per i più fragili depressione o peggio. Con franchezza, non ne possono più. Né trovano conforto presso i familiari, molti alle prese con una crisi economica senza precedenti.
E allora uno schermo di pochi centimetri quadrati non può che essere un surrogato. Ben inteso: in questa situazione meglio di nulla, un debole filo di Arianna, ma non dimentichiamo che l’attenzione cala già dopo 5/10 minuti, che è facile nascondersi, che la rete è talvolta intasata; che mancano le occhiate d’intesa con i compagni. E al pomeriggio i compiti a casa sono anche quelli on line. L’apprendimento e la formazione hanno bisogno dei loro spazi chiari. Solo così si diventa grandi.
Prova ne sia il numero sempre maggiore di ragazzi non rassegnati che negli ultimi giorni sfidano i divieti recandosi all’esterno dei loro istituti e lì cercano di recuperare un po’ della scuola vera, sedendosi a terra in attesa dei loro insegnanti.
E dire che ci lamentiamo che passino troppe ore davanti allo smartphone!
E’ pur vero che esiste un precedente di successo della dad, come da più parti viene ricordato per indorare la pillola: il fortunato programma Non è mai troppo tardi (1960) ideato e condotto dal maestro Manzi. Ma allora si trattava di alfabetizzare gli adulti e anziani rimasti fuori dai minimi culturali di un paese in pieno miracolo economico, che a ragione voleva colmare il divario che lo separava dagli altri paesi europei. Oggi si parla di bambini e ragazzi. Ben diverso.
Anche Asimov aveva messo in guardia dall’ipertrofia tecnologica in un racconto dal titolo profetico “Chissà come si divertivano!”: anno 2157, la scuola è un computer dalla voce digitale, compagni e insegnanti sono spariti, col rimpianto della giovane protagonista. Lo avevo proposto in una seconda superiore solo qualche giorno prima che l’incubo avesse inizio. Non è casuale che mesi dopo ne conservino vivida memoria.
In sostanza il prezzo più alto della mancata virtù degli adulti alle leve di comando lo pagano proprio loro, i ragazzi, i giovani: cioè il domani. Giovani che, come se non bastasse, avranno sulle spalle anche il debito determinato dall’emergenza attuale (e pregresso). Dunque, chi deve faccia meglio di come ha fatto finora per far tornare tutti a scuola.
Parola di insegnante!
prof.ssa Maria Cristina Mengozzi
Foto Ansa
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