Gli “amuleti acustici” di Angelo Maria Ripellino
Potremmo cercare di riassumere il magistero artistico di Angelo Maria Ripellino, poeta, scrittore e, sì, slavista (in una poesia di Notizie dal diluvio si immagina rincorso da personaggi, tipici della sua produzione, come erinni grottescamente infronzolate e “omini violacei”, al cupo grido di “Slavista! Slavista!”) con due immagini o, per così dire, fotogrammi.
Primo fotogramma: come in un quadro surrealista, il macroscopico tendone da circo del cielo – immagine consentanea alla poetica del nostro, come uscita dalla sua officina, potremmo azzardare – è teso su una concentrazione oceanica di spettatori e “una lunga fune” corre dalla Martorana di Palermo alla cupola di San Nicola a Praga. Di scena è un umile artista siciliano gracile, malaticcio. È il semi-dimenticato poeta Ripellino che supererà la distanza tra la Sicilia e il cuore ferito della Mitteleuropa con frizzi impertinenti e virtuosistici volteggi, reggendosi magistralmente sulla corda tesa per la durata della sua inverosimile traversata. Barocco nostrano e ceco, sperimentalismo europeo, suggestione pittorica e musicale convergono nella sua opera, un autentico melting pot di culture e lingue, dal russo al tedesco, dal francese al toscano duecentesco, apprezzato da Ripellino per la sua consistenza scagliosa e la sua ruvidità. Il suo sincretismo poetico, così anticlassicista, costituisce sicuramente una delle ragioni della sua unicità nel panorama letterario italiano.
Secondo fotogramma: un alter ego siciliano di Charlie Chaplin inscena, al ritmo di una marcetta sarcastica suonata da uno sferragliante carillon, la tragicommedia della vita moderna realizzando una personalissima miscela di clownerie e dramma strappalacrime, di frivolezza e serietà. Con i mezzi della parodia più raffinata, della farsa più sguaiata, messigli a disposizione da una eufuistica padronanza della lingua, con la pedanteria di un cruscante e la disinvoltura eversiva di un matematico dello straniamento – la rottura della norma comunicativa, teorizzata dai formalisti russi –, Ripellino festeggia la fantasia creatrice della poesia in aspra polemica con la società contemporanea. La sua critica non è avanzata nei termini rigorosi, ma esiziali per gli esiti artistici, di una coerente ideologia, ma come una rivendicazione della suprema autonomia della letteratura, dei suoi ideali estetici, dalle mode imperanti e dalla tirannia del potere, con particolare riferimento alla realtà sovietica.
Per comprenderlo meglio potremmo cercare di inventariare rapidamente i suoi travestimenti prediletti e la folle, proliferante oggettistica, la flora e la fauna, animale e umana, della sua lirica.
Angelo Maria Ripellino, nato a Palermo nel 1923 e morto precocemente nel 1978 a Roma, che, come Emily Dickinson, amava mascherarsi, è di volta in volta, un pagliaccio, un giocoliere, un malato in una gelida, infera casa di cura, poeticamente trasfigurata in “Alvernia” nella sua seconda raccolta poetica, un toponimo fittizio che assomma in sé la parola “averno” e la parola “inverno”, dove Ripellino distilla la propria esperienza di recluso in un sanatorio ceco, creando una galleria di personaggi memorandi indicati con fantasiosi soprannomi di derivazione naturalistica o letteraria, un prestigiatore, che moltiplica la prospettiva del numero fingendo di rivelarne il trucco, un violinista, il poeta Scardanelli, partorito dalla mente malata di Hölderlin…
Negli armadi di Ripellino, oggetti totemici della sua poesia al pari dei cassetti, si trovano disparati parafernali, attrezzi scenici, mostruosità varie, ma con maggiore frequenza troverete masse fungiformi, violini, stoffe, specchi, leccornie, scrosci sincopati di pioggia, candele dalla luce significativamente gialla, un colore che mesmerizza la fantasia dello scrittore per la sua duplice valenza – il giallo oleoso del pus e il caldo giallo solare –, così come tra i suoi personaggi scoverete di preferenza clown, attori e attrici di cinema o varietà, meglio se incamminati sul viale del tramonto e sorpresi nei loro rituali di sopravvivenza, sentenziosi organisti…
Ricorre nella sua opera la riflessione sulla poesia, concepita come meraviglioso esorcismo, come arca dove stipare, nella minacciosa imminenza del diluvio, frammenti di realtà messi in relazione, riconfigurati e sigillati dalle metafore, e sul ruolo del suo principale interprete, il poeta, sulla sua sorte in vita e in morte. Un pensiero ansioso va alla durata dei versi: saranno letti a un secolo di distanza dalla morte del loro autore, come Ripellino dichiara orgogliosamente nel componimento n.22 di Notizie dal diluvio, o si estingueranno con la sua dipartita? Nel frattempo i poeti “come panchine umide” attendono pazientemente la mano di vernice impermeabilizzante della gloria imperitura, sventolando come superstiziose comari gli “amuleti acustici” delle rime.
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