Accanimento ideologico

Di Emanuele Boffi
01 Febbraio 2007
Adesso tutti a dire non è stato un caso di dolce morte. «Ma su Piergiorgio c'è stata eutanasia». Parla Marco Maltoni, esperto di cure palliative

Forlimpopoli (Fc)
Alle 5 del mattino il gallo cantò. «E fece svegliare tutto l’ospedale» racconta Marco Maloni, direttore dell’Hospice Valerio Grassi di Forlimpopoli a due passi da Forlì. Gli hospice sono nati negli anni Sessanta in Inghilterra per iniziativa di Cicely Saunders, un’infermiera (che poi ottenne la laurea honoris causa in medicina) che si accorse del problema dell’abbandono e dell’accanimento terapeutico. La Saunders diede vita agli hospice, luoghi in cui si utilizzano cure palliative per accompagnare i malati terminali fino al loro ultimo giorno. Secondo l’idea originale della Saunders questi luoghi devono guardare la persona nella sua «totalità», sia quindi sotto l’aspetto fisico sia sotto quello spirituale. «E secondo la tradizione inglese – spiega Maltoni – si consente ai pazienti di portare nell’hospice anche piccoli animali come cani e gatti». La signora (che vedete riprodotta nella foto qui sopra) non aveva né gli uni né gli altri, «ma solo un bel galletto nero con la cresta rossastra. Ci chiese di poterlo introdurre in stanza. Acconsentimmo, dimenticandoci di quali siano le abitudini dei galli allo spuntare del nuovo giorno», sorride il medico.
Marco Maltoni è a capo di una delle 111 strutture presenti sul territorio italiano. Inaugurata nel 2002 ha accolto circa un migliaio di malati e «nessuno mai ha fatto richiesta di eutanasia» dice Maltoni che sul tema ha anche scritto un bel libro, La morte dell’eutanasia (Società editrice fiorentina). Il dottore sa bene che, soprattutto nel mondo anglosassone, l’hospice è oggi diventato il luogo dove l’eutanasia è praticata: «In Oregon l’80 per cento delle dolci morti avviene in ospedali come questo». Lui però preferisce rimanere fedele all’intuizione della Saunders che «era contraria all’eutanasia perché convinta che le cure palliative siano un mezzo per diminuire le sofferenze del malato, non uno stratagemma per provocare la morte».
Naturalmente Maltoni ha seguito con attenzione il caso di Piergiorgio Welby, il malato di distrofia muscolare progressiva che ha chiesto e ottenuto di staccare il respiratore artificiale cui era collegato. Secondo il direttore dell’hospice è stata fatta molta confusione nel dibattito che ha circondato la vicenda e, purtroppo, ancora oggi su molte parole si gioca a fraintendersi. Nel suo libro scrive: «Nella sedazione palliativa, l’intenzione è il sollievo di una sofferenza altrimenti intollerabile; la procedura è l’utilizzo progressivo e monitorato, fino al risultato, di farmaci sedativi per il controllo dei sintomi; il risultato soddisfacente è il sollievo. Nell’eutanasia, l’intenzione è l’uccisione del paziente; la procedura è la somministrazione di un farmaco con modalità e a dosi letali; il risultato soddisfacente è l’immediata morte del paziente». Maltoni conferma a Tempi che nel caso di Welby era chiarissima «l’intenzione di abbreviare la sua esistenza» e che oggi sia molto turbato dal fatto che si sia spostato il problema sul piano dell’accanimento terapeutico. «Caso che non c’entra nulla con Welby. Per esserci accanimento terapeutico il trattamento deve essere futile, sproporzionato e gravoso. Tre condizioni non vissute da Welby».

Omissione di soccorso
Si è detto che al copresidente dell’associazione Coscioni è stata fatta una sedazione e contestualmente è stata staccata la spina. Mario Riccio, il medico che l’ha assistito, ha dichiarato di non aver fatto alcun «atto eutanasico». Molte sono state le parole spese per chiamare con altro nome quello che a tutta evidenza appare come pura eutanasia. Comunque la si voglia vedere – non un caso di eutanasia attiva, ma solo passiva – per Maltoni, che su questo concorda con monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia accademia per la vita, «il non fare nulla in casi come questo significa provocare la morte. è come l’omissione di soccorso per gli incidenti stradali. Se non aiuti il sofferente, questi muore».
Maltoni non riesce a capire perché «oggi il disperato suicidio di alcuni dovrebbe essere riconosciuto come un diritto dallo Stato. Non solo non condivido questa impostazione ideologica del problema, ma soprattutto mi chiedo: perché questo diritto dovrebbe diventare un dovere per il medico? Perché io medico devo acconsentire alla tua volontà di morire?».

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