“Aderisco ma non firmo” pare essere il motto del futuro Partito democratico-doroteo

Di Cominelli Giovanni
19 Luglio 2007

«Fermissimo nel tentennare». La definizione che Togliatti scolpì per Angelo Tasca, dirigente espulso dal Pcdi – primo nome del futuro Pci – si attaglia perfettamente alla dichiarazione di Veltroni «aderisco, ma non firmo», rilasciata a proposito della raccolta delle firme per il referendum che modifichi la legge-porcellum di Calderoli. Qualcosa di simile disse Ponzio Pilato: “Firmo, ma non aderisco”! Non pare essere un incidente, ma il metodo del futuro partito democratico-doroteo. Esso nasce alla confluenza di due vetuste ed estenuate culture politiche, che si sono formate nei primi anni Trenta del secolo XX: quella del cattolicesimo politico e quella del comunismo italiano. Caduto il muro di Berlino, il loro denominatore comune è emerso nitidamente: non lo sviluppo della libertà individuale, ma l’affermazione dell’eguaglianza. Donde la centralità dello Stato come leva fondamentale per la realizzazione dell’equità e della giustizia sociale. Ne consegue che la conquista dei gangli dello Stato politico e dello Stato amministrativo è il fine e il mezzo della politica. Dossetti le conferiva un’aura soteriologica, fortemente competitiva con i comunisti sul terreno sociale. La successiva generazione dorotea eliminò l’aura, ma perfezionò l’occupazione dello Stato.
Qual era il metodo? Conquistare lo Stato e tenere così in equilibrio gli insorgenti conflitti di classe, in una società dove i contadini scendevano in poco tempo dal 45 al 4 per cento della popolazione attiva, gli operai salivano di numero, i ceti medi cominciavano a crescere, il lavoro dipendente statale si gonfiava a dismisura. A ciascun ceto si distribuivano morbidamente per via politico-statuale i dividendi dello sviluppo. La fine dello sviluppo e l’innalzamento verticale del debito pubblico mandarono in crisi il doroteismo. Né certo poteva bastare il patto di San Ginesio (1969) tra Forlani e De Mita per invertire la tendenza. E non basterà oggi il patto torinese Veltroni-Franceschini. Non si vede differenza tra il metodo dell’ecumenismo corporativo dei dorotei e quello onniavvolgente di Veltroni. Servirebbe la medicina opposta: liberare gli individui, le formazioni sociali, l’economia dall’oppressione invasiva dello Stato. E la politica dovrebbe liberarsi dall’ossessione della conquista del potere statale, per dedicarsi alla rappresentanza di passioni, interessi, valori. Ma questa è un’altra strada.

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