Adieu Prodeur

Di Bottarelli Mauro
17 Giugno 2004
Meno di due anni fa nove dei dieci nuovi membri votarono in massa l’adesione all’Unione. Domenica, dopo aver sperimentato il centralismo di Bruxelles, hanno detto “basta”. Con la benedizione britannica

«La partecipazione al voto dei vecchi stati europei è stata buona, piuttosto bassa invece quella dei paesi appena entrati nella Ue. I partiti euroscettici non hanno ottenuto più del 10% dei seggi in Parlamento. C’è stata una grande mobilitazione dei cittadini sul continente per la prima volta nel rispetto delle regole democratiche».
Romano Prodi, 14 Giugno 2004, ore 14.43

Signore e signori, benvenuti nel grande circo Barnum dell’Europa che non c’è, del continente parallelo delle consorterie internazionali e delle massonerie di ogni ordine, rito e grado. O meglio, benvenuti in un’Europa che non c’è più, perché svuotata della sua prerogativa principale e irrinunciabile: il mandato popolare, la rappresentanza democratica. I risultati delle elezioni di domenica scorsa, da soli, parlano più di mille analisi: i vincitori, unici e incontrastati, sono infatti stati due, l’astensione a valanga e l’euroscetticismo più viscerale. Non male come risultato, soprattutto a nemmeno due mesi dall’ingresso di dieci nuovi stati nel club di Bruxelles. E sono proprio loro, i fratellini minori, a dare la chiara e netta chiave di lettura di questa Waterloo elettorale. Non più tardi di due anni fa, infatti, i cittadini di nove dei dieci nuovi membri furono chiamati a pronunciarsi sull’adesione all’Ue attraverso un referendum popolare (solo Cipro non seguì questa procedura e ratificò l’ingresso per via parlamentare). I risultati pro-europeisti furono scacchianti: in Polonia votò “sì” l’81,9% degli aventi diritto, nella Repubblica Ceca il 77%, in Lettonia il 67%, nella Repubblica Slovacca il 92%, in Slovenia e Lituania il 90%, in Ungheria l’84%, in Estonia il 67% e solo a Malta si registrò un risicato 53,6% di pareri favorevoli. Ora, per amore di precisione, statistica e pragmatismo, vediamo le percentuali di astensione registrate nei medesimi paesi quattro giorni fa. In Polonia, il più grande e popoloso dei nuovi membri, si è recato alle urne solo il 20,7% degli aventi diritto e, bocciatura nella bocciatura, ad uscire vincenti dalla consultazione sono stati il principale partito dell’opposizione e la formazione anti-europeista di estrema destra Sambroona. In Slovacchia ha votato il 20% dei cittadini e a trionfare sono stati i partiti populisti ed euro scettici mentre nella Repubblica Ceca hanno stravinto destra e comunisti, relegando in quarta e quinta posizione i partito di governo filo-Bruxelles. Bassa anche in questo caso l’affluenza ai seggi, 29%. Governo in crisi e astensionismo alle stelle anche in Ungheria (ha votato solo il 38%) così come in Estonia (medesimo tasso di votanti) e in Slovenia (30%). Più alta la percentuale di elettorato attivo in Lettonia (40%) ma identico risultato euro scettico nelle urne, con il partito di governo duramente ridimensionato a favore dell’opposizione di destra. Affluenza record (92%) ma netta vittoria degli anti-europeisti a Malta e anche a Cipro, dove a trionfare è stato il partito anti-riunificazione (quindi un netto “no” anche al piano di Kofi Annan) e l’opposizione comunista.

BRUXELLES? NO, GRAZIE
Cosa può aver interrotto di colpo, dopo nemmeno due anni, un matrimonio che sembrava destinato a durare per sempre? Semplice, la prova dei fatti. Ovvero, l’impatto vissuto soprattutto dai paesi dell’Est con la burocrazia e le pastoie centralistiche di Bruxelles. Prendiamo ancora una volta ad esempio la Polonia: il cannibalismo assistenzialista della Francia in materia di politica agricola (e quindi di fondi) ha immediatamente messo in allarme i cittadini di uno stato che vede l’agricoltura come principale risorsa. E poi, cosa tutt’altro che secondaria, ad aumentare una disaffezione che con il passare dei mesi è diventata prima diffidenza e poi contrarietà ci si è messa anche la politica dichiaratamente anti-americana di Bruxelles, a cui alcune nazioni dell’ex blocco comunista hanno reagito con la firma del “documento degli otto” a favore dell’intervento militare in Irak accanto a Italia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo. Un sentimento di aperta ostilità verso il paese che, vincendo la Guerra Fredda, li aveva liberati del tutto dal giogo comunista rappresentava un tradimento non solo del patto di riconoscenza verso Washington ma anche una chiara e netta negazione della radice occidentale e atlantica dell’Europa: e per capire che questo ovvio richiamo non potesse che giungere dall’Est, appendice di un mondo “altro” che porta ancora impresse a fuoco sul corpo e nell’anima le cicatrice della sovietizzazione, non serve scomodare Cioran. Non parliamo poi delle questioni economiche, visto che i nuovi stati membri hanno cominciato una decisa politica di modernizzazione e rilancio basato su flessibilità e ricette marcatamente liberiste, scelte che vanno a cozzare frontalmente con lo statalismo social-democratico imposto in sede europea dall’ex asse di ferro tra Francia e Germania. Last but not least, l’inserimento di un riferimento alle radici cristiane nel preambolo della futura Costituzione Ue: la sempre esuberante Polonia non intende transigere e con Italia e Spagna ha dato vita a un braccio di ferro senza esclusione di colpi per abbattere il muro laicista imposto fra Parigi e Berlino e benedetto da Bruxelles. Come vedete ci sono argomenti più che sufficienti a giustificare la cocente sconfitta patita domenica scorsa dall’Europa delle banche centrali e dei venerabili, ma non basta.

PARIGI E BERliNO VANNO KO
Un dato ulteriore ci proviene dal ridimensionamento dei due presunti “motori” dell’Unione, ovvero la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schroeder: entrambi hanno pagato pesantemente le loro linee d’azione, con il cancelliere tedesco addirittura relegato a percentuali che rappresentano il peggior risultato elettorale dal 1946 ad oggi. Anche il Belgio, patria della consorteria liberal-radicale che cerca di condizionare il più possibile la nascita di un’Europa senza identità e modellata sul principio di un laissez-faire ideologio e utopico, ha visto trionfare i democratici-cristiani e i secessionisti del Vlaams Blok, partito che i socialisti al potere hanno inutilmente cercato di mettere fuori legge con manovre giudiziarie degne dello stalinismo. Per finire, il dato più eclatante: la Gran Bretagna, la democrazia più sana del continente (oltre che l’unica economia in crescita fissa da nove anni consecutivi) ha visto trionfare gli indipendentisti dell’Ukip (United Kingdom Independence Party), formazione che pone al primo punto del suo programma l’uscita immediata del Regno Unito dall’Unione Europea. Una vittoria clamorosa, con un risultato del 17% che ha catapultato la piccola formazione al terzo posto a livello nazionale, superando i Liberal-democratici. Il crollo del Labour del premier Tony Blair, innegabile ma molto meno grave di quanto sembri se posto in relazione con le elezioni generali del prossimo anno e il limitato avanzamento dei Conservatori rispetto all’exploit compiuto alle amministrative, lasciano chiaramente presagire un netto irrigidimento politico di Londra in sede di discussione per la firma della Costituzione Ue. I segnali in tal senso, comunque, non mancavano nemmeno prima del voto. Meno di un mese fa il ministro degli Esteri, Jack Straw, l’uomo delegato da Blair alle consultazioni negoziali sul trattato, aveva chiaramente dichiarato che la Gran Bretagna «non lascerà che l’Unione indebolisca le riforme delle leggi che regolano l’attività sindacale e le relazioni industriali compiute da Margaret Thatcher. Qualsiasi nuovo trattato deve prevedere il veto in materia di tasse e politica sociale». Quindi, ben prima dell’electoral kicking patito la scorsa settimana, Londra aveva esplicitato un ampliamento improvviso delle proprie red lines, ovvero delle materie su cui il governo non intende cedere sovranità a Bruxelles: non più soltanto tasse, sicurezza sociale, difesa e politica estera ma anche la politica industriale e quella di regolazione dei rapporti tra i soggetti operanti nel mondo del lavoro (diritto di sciopero e quant’altro) non dovranno essere regolate centralisticamente da Bruxelles. Tony Blair sta quindi ricalcando alla perfezione le mosse compiute nel 1984 da Margaret Thatcher al vertice di Fontainebleau (quando rinegoziò il budget comunitario) o la nottata del 1991 in cui John Major, a Maastricht, sancì di fatto il “no” britannico alla moneta unica: ovvero, difendere senza la minima incertezza gli interessi nazionali. Che, alla luce dei fatti, non coincidono con quelli di Bruxelles. Una domanda sorge quindi spontanea: con che faccia, domani e dopo, i capi di Stato e di governo si riuniranno a Bruxelles per chiudere i negoziati sulla Costituzione e giungere all’agognata firma di un documento che i cittadini europei nella migliore delle ipotesi non degnano di attenzione e nella peggiore – ma maggioritaria – avversano apertamente? Una cosa è certa: la loro non è l’Europa, è soltanto l’Europa che non c’è più. Londra e l’Est se ne sono accorti in tempo. E noi?

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