Africa lo spazio vitale di Al Qaida
La fulminea vittoria militare a Mogadiscio delle milizie dei tribunali islamici, oltre a paventare il rischio di una riedizione, in salsa africana, del regime dei talebani afghani, getta luce sullo strisciante progresso dell’islam radicale in una larga fascia dell’Africa nera. Che la Somalia sia uno dei principali covi di Al Qaeda lo si sa da tempo. Il paese, in preda al caos dal 1991, offre un ambiente ideale per il reclutamento e l’addestramento di combattenti del jihad. In verità, tutto il Corno d’Africa è contagiato dall’estremismo islamico. Da quando, tra il 1992 e il 1996, Osama Bin Laden viveva nel Sudan e mandava i suoi emissari a reclutare seguaci nei paesi vicini. L’International Crisis Group (Icg), con sede a Bruxelles, aveva registrato pochi mesi fa la nascita di un “piccolo ma pericoloso” gruppo radicale, Tanzim al-mujahidin. Il gruppo, guidato da Aden Hashi Ayro, un ex jihadista in Afghanistan, sarebbe implicato nell’assassinio di 4 operatori e di una decina di poliziotti. Il Tanzim si affianca così ad Al-Ittihad al-Islami (Aiai), notoriamente legato ad Al Qaeda, che preconizza l’instaurazione di uno Stato islamico in Somalia e minaccia di colpire le truppe americani di stanza a Gibuti (900 soldati) e le organizzazioni umanitarie attive nella regione. Le conferme circa un legame tra i gruppi locali somali e la centrale di Al Qaeda erano comunque arrivate molto prima dalla bocca di Bin Laden, quando ha elogiato in un proclama i clan somali responsabili, nel 1993, dell’uccisione di 19 soldati americani presenti nel paese nel quadro dell’operazione “Restore Hope”.
Allarme rosso anche nei paesi vicini. In Etiopia i responsabili esprimono preoccupazione per il dilagare delle attività dell’Aiai nel loro paese. Dal 2003, esiste un coordinamento nella lotta al terrorismo nella regione che unisce Etiopia, Sudan e Yemen. Paese, quest’ultimo, dove peraltro sono avvenuti i due attentati contro i cacciatorpediniere Uss Cole e Limburg.
Forte tensione anche nel Kenya dove Al Qaeda si è fatta viva in due occasioni: nell’agosto 1998 con l’attentato contro l’ambasciata americana (223 morti e 4.500 feriti) e nel novembre 2003 contro l’albergo Paradise gestito da israeliani a Mombasa (16 persone uccise), senza parlare del tentativo di abbattere con missili terra-aria un aereo partito da Mombasa e diretto in Israele. Allora si è parlato di pista somala legata all’Aiai. Le autorità del Kenya tengono così d’occhio i profughi somali compiendo spesso retate a Eastleith, alla periferia di Nairobi, dove vive una nutrita comunità di origine somala. All’inizio del 2003, le autorità keniane avevano addirittura sospeso i voli con la Somalia vietando anche ai velivoli somali di attraversare lo spazio aereo nazionale. L’interdizione di volo, si era detto, tradiva i timori di veder utilizzare uno di questi piccoli velivoli in un’azione kamikaze contro interessi statunitensi, come la nuova ambasciata americana a Nairobi.
Anche nell’Africa orientale e subsahariana, tradizionalmente tollerante, si assiste da qualche anno a un proselitismo religioso e politico radicale. Persino in aree a maggioranza non musulmana si moltiplicano scuole, ospedali e dispensari islamici con “etichetta” wahhabita ben in vista. Arrivano predicatori e uomini d’affari arabi, pakistani e iraniani che comprano tutto oppure mettono su società e madrassa per marcare la loro presenza. La loro propaganda è centrata sulla polemica antioccidentale e vuole affermare che la religione naturale degli africani è l’islam e che il cristianesimo è solo una fede importata dai colonizzatori. Questi predicatori vogliono soprattutto alterare l’anima dell’islam locale e non tollerano alcun adattamento islamico alla tradizione locale. Primo bersaglio dei wahhabiti sono, infatti, le pratiche proprie della spiritualità africana introdotte dalle confraternite sufi, come il culto degli anziani oppure il ricorso agli amuleti e alle forze della natura.
Il Sahara e il Sahel sarebbero delle zone particolarmente a rischio. All'”Iniziativa Pan Sahel”, un programma di lotta a livello regionale contro il terrorismo con il sostegno americano è subentrata l’anno scorso la più allargata “Iniziativa transahariana” che coinvolge nove paesi della regione (Algeria, Marocco, Tunisia, Nigeria, Senegal, Mali, Mauritania, Niger e Ciad) che vedrà stanziarsi, a partire dal 2007, un bilancio annuo di 100 milioni. Nel 2005, si è potuto così assistere all’operazione Flintlock con la partecipazione di oltre 3 mila soldati addestrati dagli Stati Uniti alla lotta contro il terrorismo.
Gli americani prendono molto sul serio le attività oltre confine del Gruppo islamico combattente marocchino, implicato negli attentati di Casablanca del 2003 e di Madrid dell’11 marzo 2004, nonché del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc) algerino, autore dell’attacco lanciato, nel giugno dell’anno scorso, contro una postazione militare nel nord-est della Mauritania, che ha provocato 15 morti e una ventina di feriti. La luna di miele avviata con la scarcerazione degli islamici poco dopo il putsch che ha messo fine al governo di Moawiya Ould Taya nell’agosto scorso pare finita. Di pochi giorni fa, infatti, la retata negli ambienti salafiti che ha fatto eco a una vasta retata avvenuta in Marocco. «Ogni spiegazione sarebbe prematura, anzi azzardata», scrive un giornale locale, «poiché la sceneggiata islamica in Mauritania è diventata una foresta vergine che racchiude molte incognite».
Considerato come una “filiale di Al Qaeda”, il Gspc algerino è responsabile anche del sequestro, nel 2003, di 32 turisti occidentali nella zona di confine tra il Mali e l’Algeria, liberati molti mesi dopo. Sempre nel Mali, la moltiplicazione delle Ong islamiche (passate da 6 nel 1991 a oltre un centinaio nel 2000) nonché il proselitismo tra la popolazione tuareg del Tabligh, un movimento islamico missionario nato in India all’inizio del XX secolo, costituiscono delle serie preoccupazioni per il governo di Bamako, che nutre sospetti circa la recrudescenza del numero dei proseliti pakistani nella regione di Kidal, molti dei quali sono muniti di documenti falsi.
Il pericolo radicale minaccia anche il “gigante d’Africa”, la Nigeria. L’Occidente non vede di buon occhio l’adozione della sharia, la legge islamica, da parte di dodici Stati della Federazione. E le conseguenze si sono viste in più occasioni, come nei massacri a danno dei cristiani locali prima in protesta contro un articolo su Miss mondo ritenuto offensivo per Maometto, e poi sull’onda delle proteste contro le vignette danesi. Inoltre, a Maiduguri, nel nord-est del paese, un movimento di studenti fondamentalisti che si autodefinisce “taleban” è attivo dal 2003.
Una simile avanzata dell’estremismo si verifica in Tanzania, dove compaiono periodicamente nuovi gruppi islamici, come i movimenti Al-Mahdi e Ansar al-Sunna, accusati di aver preso parte all’attentato del 1998 contro l’ambasciata statunitense a Dar es-Salam (12 morti e 70 feriti). I wanaharakati (militanti, in lingua swahili) prendono progressivamente il controllo delle moschee e affermano di condurre una guerra santa contro gli “infedeli” e i musulmani tiepidi.
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