Agnes,rapita per uccidere
Sono rimasta prigioniera per 3 mesi. Con altre compagne di prigionia, sono stata costretta a prendere parte all’uccisione di un’altra ragazza che aveva provato a scappare, bastonandola fino alla morte.
Durante la prigionia c’è stato un appello di Papa Giovanni Paolo II per il nostro rilascio. Il comandante era furibondo. Ci chiese perché tutto il mondo stesse parlando delle ragazze di Aboke. Eravamo forse diverse dagli altri prigionieri? Ci disse che eravamo soldati e che ci saremmo dovute dimenticare di diventare insegnanti, medici o qualunque altra cosa avessimo in mente. Ero guardata a vista da una ragazza soldato, Lucy, che iniziò ad odiarmi e a picchiarmi senza motivo. Però mi aiutò involontariamente con una informazione importante: un giorno mi disse che la mattina seguente sarei stata portata in Sudan. Allora decisi che sarei scappata prima e lo dissi ad Ester, una mia compagna. La mattina successiva, l’Esercito ugandese ci stava cercando con un elicottero e ci fu ordinato di buttarci a terra. Ero con Ester. Quando i ribelli ci chiamarono ci fingemmo addormentate. Aspettammo finché l’ultimo gruppo fu transitato, poi pregammo brevemente e cominciammo a correre verso la strada principale. Fummo fortunate a trovare un uomo che ci portò con la sua bicicletta fino al distaccamento dell’esercito dove trascorremmo la notte in una capanna. Sono i ricordi più belli che ho della mia vita.
Arrivai a casa la sera del 13 gennaio 1997. Quando mia sorella si accorse che ero io, mi abbracciò e cominciò a piangere. Poi arrivò mia madre che non poteva parlare. Disse che pensava fossi già morta. Mio padre arrivò più tardi. Ci guardammo tutti in faccia tra le lacrime. Non c’erano parole che potessero esprimere i nostri sentimenti. Il giorno dopo iniziarono a chiedermi tutto della mia prigionia nella boscaglia. Mi chiesero cosa volevo. E mio padre disse che non avrei mai dovuto pensare che mi odiassero. Capita ad alcuni ragazzi rapiti di trovare delle famiglie ostili e timorose di non trovarsi più di fronte allo stesso figlio al ritorno dalla prigionia, dopo i traumi subiti. Ma i miei genitori mi amavano più di prima. E non si stancavano di dimostrarmelo.
Decisi di tornare ad Aboke perché la scuola mi piaceva e sapevo che lì mi avrebbero trattato bene. La scuola riaprì il 31 marzo. Ricordo che l’orario fu cambiato in seguito a quanto era accaduto. Ci era concesso trascorrere più tempo libero fuori classe tra di noi. Potevo parlare con le mie amiche che erano passate attraverso la stessa esperienza e che mi chiedevano delle altre compagne ancora prigioniere. Le suore ci chiesero di pregare tutti insieme per il loro rilascio ogni giorno.
Quello che mi ha aiutato maggiormente a superare gli incubi è stato l’amore della gente intorno a me e il sostegno psicologico ricevuto a scuola, sia dalle suore che da una terapeuta specializzata. Mi risvegliavo ancora a causa dell’incubo dell’uccisione della ragazza. Non potevo non sentirmi colpevole. Mi consideravo una criminale, anche se sapevo che ero stata costretta a compiere quel gesto e non avevo alternative. La condivisione con altri di questo dramma mi ha aiutato a poco a poco a chiudere questa ferita profondissima.
Adesso mi sento più forte di prima perché ho già fatto esperienza di gran parte dei problemi che ci toccano e so che con l’aiuto di altri, posso superare i momenti difficili nella vita. Adesso lavoro con Avsi in un programma di sostegno psico-sociale a vittime della guerra, di rapimenti e traumi, nel distretto di Kitgum. Sebbene si tratti di un lavoro, mi sta aiutando a condividere la mia esperienza con chi ha sofferto come me e con quelli che stanno ancora soffrendo.
A settembre inizierò a frequentare la Facoltà di Legge, presso l’Università di Makerere a Kampala. Nel futuro mi piacerebbe diventare un avvocato per servire sempre di più la gente e vedere che la giustizia può esistere nel mondo. Per iniziare vorrei fare qualcosa per il rilascio delle mie 20 amiche che sono ancora in prigionia.
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