Ahi, sono un fragile!
La cultura del piagnisteo. Un libro che a oltre dieci anni dalla sua pubblicazione in America, almeno in Italia avrebbe la sua buona attualità e non sfigurerebbe in un programma di buone letture scolastiche. Il suo auotore, l’australiano Robert Hughes, è il fustigatore del politically correct. «Oggi viviamo in un mondo dove la conoscenza si identifica con la propagazione di miti. E naturalmente dei miti più capaci di suscitare certe emozioni». Guardiamo in casa nostra. Restano forti i miti del Che, dell’Inquisizione, dell’America kattiva… Che schifo la meritocrazia, purghiamo il tennis dei suoi sottintesi elitari (basta abolire la rete) e per favore, adagio a considerare i cani, cani. Dall’animale all’uomo ingegnere, dal crostaceo al ragazzino studente è tutto uguale: non calpestarmi, sono fragile. E poi c’è questa paura delle parole. Guai a “ferire l’autostima”, al limite non esiste più il “l’uomo grasso”, ma il “portatore di adipe”; non più “il nano”, ma lo “svantaggiato verticalmente”; non più “la persona in carrozzella”” ma “l’ipocinetico”. è quella che Hughes chiama «un’infantilistica cultura del piagnisteo, dove c’è sempre un Padre-padrone a cui dare la colpa e dove l’ampliamento dei diritti procede senza l’altra faccia della società civile: il vincolo degli obblighi e dei doveri».
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