Ahmed Rashid
«Capisco la vostra repulsione per gli interventi militari come quello in Afghanistan, ma vorrei vedere come reagireste voi europei se al Qaeda vi colpisse con una bomba atomica “sporca”». Ahmed Rashid ascolta pazientemente le obiezioni pacifiste alla sua relazione, sollevate dal pubblico che lo trattiene fino a mezzanotte nel salone dell’hotel Le Terrazze di Grottammare sul litorale marchigiano. Insiste che «l’Europa, per il suo passato coloniale, è più competente dell’America sulle realtà della nostra area geopolitica ed è più dotata di capacità diplomatiche, ma se dietro non c’è una forza militare credibile, il dialogo non porta a nulla». Il giornalista pachistano più famoso nel mondo, eccezionalmente di passaggio in Italia grazie all’iniziativa del Gus, una Ong di cooperazione internazionale, è l’autore del libro sui talebani che ha venduto un milione e mezzo di copie nel mondo nella versione inglese e altrettanti nelle traduzioni in altre 26 lingue (Talebani, Feltrinelli 2001). È la penna pungente di Daily Telegraph, Herald Tribune e New York Review of Books. E poi è un pachistano molto, molto pragmatico.
Pervez Musharraf è stato rieletto, come previsto, capo dello Stato. Manterrà la promessa di abbandonare la divisa da generale?
Non si può dire, in passato ha rinnegato molte promesse. E comunque anche se lascerà la divisa resta il problema fondamentale: la sua legittimità. Attualmente è molto impopolare: non solo i partiti di opposizione, ma la società civile e la classe media non lo accettano più: gli avvocati sono scesi per strada con manifestazioni di protesta molto agitate. In queste condizioni, non vedo come potrà concedere al paese elezioni politiche libere e trasparenti a gennaio.
Qualcuno dice che il Pakistan sarà sempre un paese governato dai militari, direttamente o indirettamente, perché anche i governi civili durano fintanto che l’esercito lo permette. Lei che ne pensa?
Il Pakistan non è come i paesi arabi, anche se è a maggioranza musulmana come loro: ha una lunga tradizione di governo costituzionale e di istituzioni democratiche. La sua lotta contro il colonialismo britannico è stata condotta con metodi democratici e costituzionali, non con le armi e moti insurrezionali. Ali Jinnah, il padre della patria, ha messo per iscritto che il Pakistan doveva avere un sistema democratico. Detto questo, è vero che l’esercito è diventato l’istituzione più potente del paese e dietro a questo fatto ci sono ragioni storiche. Ora, quando i militari scendono in campo la politica resta completamente paralizzata: per tutta la durata del loro regime nessuna nuova generazione di politici si presenta. Così quando i militari se ne vanno ci ritroviamo con le facce di prima. È questo fenomeno che alimenta la crisi del Pakistan. Si è creato un circolo vizioso: i militari restituiscono il potere alle vecchie facce di prima, queste ripetono i soliti errori e i militari intervengono di nuovo. Abbiamo percorso questo circolo già quattro volte!
Dunque un’evoluzione democratica in Pakistan è impossibile?
No, io credo che sia possibile. Ma prima deve verificarsi una crisi tale che i militari si convincano di non poter più guidare loro il paese. Forse quella attuale sarà la crisi decisiva. La situazione è ancora molto fluida e può evolvere in qualcosa di positivo.
Perché Musharraf ha stretto un accordo di potere con Benazir Bhutto e la lascerà rientrare dall’esilio? Cosa succederà?
Anzitutto gli americani si sono accorti del calo di popolarità di Musharraf e per questo hanno spinto per un riavvicinamento fra lui e Benazir Bhutto. Poi bisogna dire che i militari stessi si sono resi conto che per poter continuare a comandare avevano bisogno di un volto civile presentabile, e questo non poteva essere altro che quello della Bhutto, cioè della leader del partito più popolare in Pakistan (il People’s Party) e radicato su tutto il territorio nazionale. Quanto sia sincero il desiderio dei militari di condividere il potere, questa è altra faccenda: la stessa Benazir Bhutto non sembra molto fiduciosa.
In passato Musharraf ha manipolato gli islamisti, jihadisti compresi, per puntellare il proprio potere. Poi abbiamo assistito ad una rottura, al punto che oggi l’esercito è oggetto di attacchi di attentatori suicidi. Cosa è successo?
All’origine della rottura ci sta un errore strategico di al Qaeda. Il Pakistan è sempre stato ospitale coi leader talebani e di al Qaeda; dopo l’11 settembre ha catturato alcuni esponenti arabi dell’organizzazione ma ha permesso alla maggior parte di continuare ad operare. Al Zawahiri non ha capito la sottigliezza del gioco e ha ordinato due tentate uccisioni di Musharraf. A quel punto l’esercito non ha potuto evitare di impegnarsi nella caccia ad al Qaeda e ai suoi fiancheggiatori talebani e questo ha comportato sanguinose battaglie nelle aree tribali. Il risultato di ciò è che oggi gli occidentali percepiscono Musharraf come un doppiogiochista che non combatte veramente i talebani e al Qaeda, mentre in Pakistan il capo dello Stato è visto come l’uomo dell’America, colui che sta facendo combattere i pachistani fra di loro per compiacere gli americani.
Dobbiamo temere che un giorno il Pakistan diventi una repubblica islamica sul modello dell’Afghanistan talebano?
Non penso che il Pakistan sarà mai una repubblica islamica, perché la maggioranza della popolazione è contraria a questo genere di estremismo. Il processo di talebanizzazione sta avvenendo solo in un’area etnica, quella dei pashtun che vivono nella Provincia del nord ovest e nel Balucistan: due province che confinano col Pakistan. Nel Punjab, dove vive il 60 per cento della popolazione, ci sono gruppi radicali legati ad al Qaeda, ma non hanno il sostegno popolare. Quanto al conflitto fra laici e islamisti, c’è già: la società pachistana è molto polarizzata e anche l’esercito è diviso. Il pericolo di una guerra civile scatenata da islamisti e laici presenti nell’esercito è reale.
In Occidente viene considerata uno scandalo la legge pachistana sulla blasfemia spesso utilizzata contro le minoranze religiose. Qualcosa potrà cambiare in futuro?
Molti pachistani sono contrari a questa legge: non solo i gruppi per i diritti umani, ma anche partiti politici come quello di Benazir Bhutto, che si prefigge di abolirla. I militari continuano a mantenerla, dopo averla un po’ riformata, per compiacere gli islamisti più estremisti. I partiti islamici hanno minacciato di togliere il loro sostegno a Musharraf se abolirà la legge sulla blasfemia. Questo dimostra che l’esercito pachistano è diventato ostaggio dei partiti islamisti.
Nell’aprile scorso in un’intervista alla Bbc lei parlava del Pakistan come la “centrale del terrorismo globale”. Conferma?
L’impressione è questa. Quando tutti i principali servizi di intelligence occidentali ci dicono che la leadership di al Qaeda risiede in Pakistan – fino a qualche tempo fa ci dicevano che viveva a cavallo fra Afghanistan e Pakistan – e quando sappiamo che anche la leadership dei talebani afghani vive nelle città pachistane vicino alla frontiera, cosa dobbiamo concludere?
Prima ha parlato della talebanizzazione delle aree tribali e di confine con l’Afghanistan. Cosa sta succedendo?
Sì, possiamo parlare di una talebanizzazione del confine: i talebani afghani si sono insediati sul territorio pachistano perché lì si sentono più sicuri: sono al riparo dai bombardamenti e dalle operazioni militari della Nato. Le forze armate pachistane hanno una forza aerea molto meno pericolosa di quella della Nato e soprattutto sono riluttanti ad utilizzarla per non causare vittime fra i civili. E così si è creata una base di ripiegamento dei talebani e di al Qaeda molto pericolosa per il futuro della regione.
Sentiamo parlare anche di talebani pachistani e di continui scontri armati fra “militanti” ed esercito. Chi sono questi militanti e cosa vogliono?
Sono pachistani che negli anni Novanta hanno combattuto a fianco dei talebani afghani in posizioni di rincalzo, che hanno aiutato gli uomini di al Qaeda e del mullah Omar a fuggire dopo la guerra del 2001. Hanno offerto loro protezione e riparo sul versante pachistano della frontiera, in cambio di denaro, e in tal modo sono diventati ricchi e potenti, al punto da poter creare e armare loro proprie milizie. A motivo dei loro stretti rapporti con gli elementi arabi, hanno profondamente assorbito l’ideologia di al Qaeda, al punto che oggi sono più intransigenti loro degli stessi talebani afghani. E il loro messaggio si è diffuso nelle aree tribali.
Musharraf sta dalla parte dell’Occidente o da quella dei talebani?
Dopo l’11 settembre il Pakistan ha perseguito una duplice politica. Ha dato ospitalità ai talebani e ha dato la caccia ad al Qaeda. Ha permesso ai leader talebani di risiedere in Pakistan e ha catturato molti combattenti arabi. Anche oggi che i talebani pachistani minacciano la stabilità del governo, ai talebani afghani è permesso di vivere in Pakistan senza troppi problemi. Da qui le critiche della Nato al governo Musharraf.
Ma questa politica è una decisione autonoma dell’Isi, cioè dei servizi segreti, o è condivisa da Musharraf?
L’Isi è sotto il controllo dell’esercito, non farebbe nulla di sua iniziativa. La politica attuale è decisa dall’esercito e dal governo, e questo l’hanno capito anche gli americani. Prima parlavano di elementi deviati dei servizi, di influenza dei partiti islamici, ma adesso Nato e Usa sanno che tutto questo è parte di una politica governativa.
Lei ha scritto il più importante libro sui talebani afghani. Crede che potrebbero tornare al potere?
No, perché la maggioranza degli afghani non vuole un ritorno al potere dei talebani: hanno conosciuto i loro sistemi per sei anni. Gli afghani oggi vogliono sviluppo economico, posti di lavoro, educazione. E soprattutto stabilità e sicurezza. Vogliono la pace e l’esodo delle truppe straniere, ma sanno che finché non ci sarà stabilità le truppe straniere non se ne andranno.
Cosa succederebbe se i soldati americani e Nato lasciassero oggi l’Afghanistan?
Il sistema crollerebbe, si tornerebbe alla guerra civile. I talebani non vincerebbero completamente, perché le aree etniche non pashtun del paese non li accetterebbero mai, ma otterrebbero importanti successi.
In cosa stanno sbagliando o hanno sbagliato gli americani in Afghanistan?
Gli Usa non hanno sbagliato a intervenire militarmente, ma in quello che hanno fatto dopo la fine dei combattimenti. Non hanno portato abbastanza truppe nel paese a causa del loro impegno in Iraq e non si sono impegnati a sufficienza nella ricostruzione. Quello che è stato fatto recentemente può essere definito “troppo poco, troppo tardi”. Perché se quello che viene fatto adesso fosse stato fatto nel 2002, quando non c’era alcuna insurrezione, i talebani non sarebbero tornati sulla scena.
E in cosa stanno sbagliando gli europei riguardo all’Afghanistan?
Il problema dell’Europa è che manca il consenso per una politica estera unitaria e vigorosa. Qualunque sia la crisi -Afghanistan, Iran, Iraq, Darfur, Birmania – la posizione europea manca di coesione. Una posizione europea non c’è.
Dove si trova lo sceicco Osama Bin Laden?
Mi baso su quello che dicono i servizi segreti americani, francesi e tedeschi: si trova da qualche parte in Pakistan. Come dicevo prima, è il luogo più sicuro dove può soggiornare: niente bombardamenti americani, niente bombardamenti Nato.
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