Aiuto! C’è una Chiesa che soffre
«Carissimi amici, di fronte alle orride e pazze minacce di Kony, sostenuto dalla forma più satanica di musulmanesimo dal Sudan, le missioni sono in un grave pericolo di totale distruzione. In questa drammatica situazione invito tutti gli amici e tutta il mondo cristiano a ricorrere alla Madonna con la potente preghiera del Memorare. Lei solo può proteggere tutti in questo contesto e rendere sicura una situazione di estremo pericolo». Sono le parole scritte martedì 17 giugno 2003 da padre Pietro Tiboni, missionario comboniano in Uganda. È solo l’ultimo grido d’allarme che arriva dalle missioni cattoliche messe in serio pericolo dalle milizie di Joseph Kony, il comandante dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) che da anni semina morte e distruzione rapendo giovani e bambini per farne soldati.
Chi pensa ai poveri (cristiani)?
Racconti, appelli, testimonianze come questa sono all’ordine del giorno ma l’Occidente «dimentico di sé», come ha detto il cardinal Joseph Ratzinger, sembra quasi non accorgersene. Ed ha certamente ragione don Gianni Baget Bozzo quando ripete che «i cristiani si ricordano dei poveri, ma non dei poveri cristiani»; in un mondo dove fa notizia l’uscita del prossimo disco di fra’ Michael Daniels (il francescano ospite al Maurizio Costanzo Show autore di Spirit in Dance che propone «la discoteca a misura d’uomo dove si può ballare un po’ di “Chistian Music”») o dove, durante la “Giornata della Bandiera Arcobaleno” all’Arena di Verona, si sente don Albino Bizzotto dei Beati i Costruttori di Pace affermare che «i sette temi sui quali i partecipanti devono impegnarsi sono: diritti per tutti, ambiente, educazione alla pace, nonviolenza e disarmo, stili di vita e consumo critico, informazione e azione politica». In un mondo così, chi si ricorda dei “poveri cristiani”? Qualcuno c’è. È l’“Aiuto alla Chiesa che soffre”, fondata nel 1913 da padre Werenfried van Straaten, che da allora si occupa di conflitti dimenticati e di persecuzioni a causa religiosa. Dal 1999 quest’associazione redige un Rapporto sulla libertà religiosa completo ed esauriente, Stato per Stato, riferito all’anno precedente e, proprio oggi (sala Stampa Estera, Roma, ore 10.30), verrà presentato il Rapporto 2002 di cui Tempi è in grado di anticipare alcuni estratti. Sono solo delle pillole rispetto alla ricca documentazione offerta dal documento, ma bastano per descrivere una situazione spesso dimenticata dalla carta stampata e dalle nostre coscienze. Perché, come scrive nell’introduzione Andrea Morigi, «I limiti imposti alla pratica del culto, alla conversione e alla diffusione della religione nascono dall’inaccettabile criterio che stabilisce una preminenza di istanze etniche, politiche, economiche o culturali sulla libertà interiore dell’uomo. E in nessun caso si possono tacere o considerare irrilevanti, perché nessun uomo può essere abbandonato a se stesso. Difenderne uno solo significa difendere tutti».
Arabia Saudita infelix
Il Rapporto conferma che «Non accenna a diminuire la persecuzione sistematica contro i cristiani». Eccone due esempi fra i tanti: «Il 28 gennaio – International Christian Concern ne riferisce nel suo bollettino di marzo – su ordine del comandante del Centro di deportazione di Breman, Bandar Sultan Shabani, siamo stati sottoposti illegalmente, e senza alcun interrogatorio o processo, a severe punizioni e a violenze. Appesi a catene, tre di noi sono stati frustati 80 volte con un cavo di metallo flessibile, presi a calci e colpiti con qualsiasi oggetto capitato tra le mani, alla presenza di oltre mille deportati». Secondo Compass, la punizione è stata ordinata «dopo che un etiope musulmano aveva informato le autorità che i tre “predicavano contro l’islam e il profeta Maometto” tra gli altri prigionieri». Altro caso è quello dei «due filippini, Benjamin Diaz e Danilo de Guzman, che sono stati arrestati il 10 aprile nella città orientale di Abqaiq con l’accusa di praticare il culto cattolico nella propria casa. I due hanno scontato un mese di carcere e hanno ricevuto 150 colpi di frusta prima di essere estradati alla fine di maggio». Secondo un articolo del New York Times del 12 febbraio, i cristiani sarebbero costretti ad assitere alla celebrazione della Messa in luoghi segreti e controllati dalla polizia per evitare rappresaglie.
Afghanistan talebano
Nonostante nelle leggi e nella Costituzione, adottata nel giugno 2002, non rimanga «più traccia del regime dei taliban» cresce la minaccia di un ritorno del radicalismo islamico. Esempio ne è «la nomina a capo della Corte Suprema afghana di Fazul Hadi Shinwari, noto per aver auspicato il 24 gennaio, di fronte alla stampa internazionale, non solo la lapidazione degli adulteri, l’amputazione delle mani ai ladri e la pena di 80 frustate ai consumatori di alcol, ma anche il divieto della pratica del culto cristiano. Le sue dichiarazioni, riprese anche da Reuters, suonano: “Secondo la shari’a, il governo islamico è tenuto a punire chi è coinvolto in attività anti-islamiche: possiamo punirli per la diffusione di altre religioni, minacciandoli, espellendoli e, come ultima risorsa, ordinandone l’esecuzione». Alla radio nazionale afghana, Shinwari ha precisato che l’islam ha tre regole essenziali: in primo luogo, un uomo dovrebbe essere invitato educatamente ad accettare l’islam; secondariamente, se non si converte, deve obbedire all’islam e la terza opzione, se rifiuta, è “decapitarlo”».
L’Irak pre Saddam
Con la caduta di Saddam la situazione è completamente cambiata. Rimane tuttavia interessante rileggere certi episodi precedenti come quello raccontato da Lorenzo Cremonesi (Corriere della Sera, 10.11.02): «misterioso è stato l’assassinio di Cecilia Hannamushi, una suora di 71 anni sgozzata nel suo letto a Baghdad il 15 agosto. “Le hanno tagliato il collo con un coltellaccio da cucina, poi è stata legata seminuda mani e piedi e potrebbe anche essere stata violentata”, raccontano. Un delitto subito condannato dal regime. I tre aggressori sono stati mostrati alla Tv locale prima dell’esecuzione capitale. “Erano solo dei ladri”, dicono i portavoce della polizia, ma nella vicina chiesa di Mar Yussef non sono convinti: “È stata un’esecuzione in pieno stile algerino, l’accanimento contro il cadavere si spiega solo con l’odio religioso”». Sempre secondo Cremonesi: «Il quotidiano Babil, diretto da Uday, il primogenito di Saddam, attacca ripetutamente i dogmi cristiani. Ormai non si può costruire una nuova basilica senza che vicino non sorga una moschea. I nomi dei neonati cristiani devono essere arabizzati».
A messa in Pakistan
Schierandosi a fianco degli Usa, il Pakistan ha pagato la reazione dei gruppi fondamentalisti che hanno preso di mira soprattutto i cristiani. Secondo il Rapporto: «dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, 56 cristiani sono stati uccisi e altri 120 sono stati feriti in Pakistan». Diversi gli attentati: dopo quello nel 2001 alla chiesa di Saint Dominique a Bahwalpur (18 morti) nel 2002 è stata colpita il 13 gennaio «una chiesa protestante da un attentato dinamitardo a Islamabad. Domenica 17 marzo, un commando ha lanciato otto granate all’interno dell’International Protestant Church, situata nell’enclave diplomatica della capitale Islamabad, mentre era in corso la liturgia domenicale: cinque persone sono morte». «Il 5 agosto sono state uccise sei persone in un attacco alla scuola cristiana di Murree, 50 km a nord-est di Islamabad. Nella ricostruzione riportata da Avvenire online, quattro terroristi di una milizia islamica, armati di kalashnikov, hanno assaltato la scuola sparando e uccidendo sei guardiani e fuggendo poi in motocicletta. Appena quattro giorni dopo, il 9 agosto – riporta L’Osservatore Romano del giorno successivo – tre infermiere (tra cui una suora) e un’inserviente, tutte di origine pakistana, sono state uccise e almeno 20 persone sono rimaste ferite, in un assalto all’ospedale gestito dai missionari presbiteriani a Taxila, 40 km a nord-ovest di Islamabad. L’attacco è avvenuto mentre i fedeli stavano uscendo dalla cappella dell’ospedale dove avevano partecipato a una funzione religiosa. Infine, il 25 settembre sette cristiani pakistani sono morti a Karachi in un attacco alla sede dell’Ong cristiana Giustizia e Pace, sostenuta sia dalla Chiesa cattolica sia da confessioni protestanti».
La tragedia del Sudan
Rimane un paese dove, dopo l’introduzione della shari’a nel 1983 negli Stati del sud, le popolazioni cristiana e animista «continuano a essere bombardate, uccise, violentate, arrestate arbitrariamente o fatte morire di fame e malattie. Si calcola che la guerra civile abbia provocato più di due milioni di morti e oltre quattro milioni di profughi e sfollati. Il Governo ha di nuovo ribadito che quella contro il Sud è una guerra santa, un jihad contro gli infedeli». Il Rapporto riporta che «Il 9 febbraio, un aereo ha bombardato il centro umanitario di Akuem (contea di Aweil East, nel nord del Bahr el Ghazal). Secondo l’agenzia Misna dell’11 febbraio e dei giorni successivi, due civili, tra cui una bambina di 9 anni, sono morti mentre una dozzina di persone sono rimaste ferite. L’aereo militare ha sganciato sei bombe su un nutrito gruppo di persone radunato per la distribuzione degli aiuti umanitari nei pressi della pista di Akuem, dove il programma alimentare mondiale (Pam) aveva appena finito di distribuire cibo a migliaia di persone vittime della siccità. Tre ore prima dell’ultimo attacco, una squadra dell’agenzia Onu aveva terminato di consegnare 77 tonnellate di cibo, sufficienti a nutrire per 30 giorni 18mila civili». Emblematica è la vicenda di Abok Alfa Akok, una giovane di 18 anni «di etnia dinka e di religione cristiana, accusata di avere avuto un figlio fuori dal matrimonio. La giovane aveva denunciato alla polizia di essere stata violentata, ma il presunto responsabile, un musulmano, aveva negato ogni addebito ed era stato prosciolto perché Abok non era stata in grado di portare quattro testimoni maschi che convalidassero la sua versione. Solo grazie alle immediate pressioni internazionali, la giovane è stata graziata pochi giorni dopo, l’8 febbraio, e la pena è stata convertita in 75 frustate». Durante il processo «la giovane originaria del sud Sudan non aveva avuto diritto a una traduzione, mentre il presunto responsabile della sua gravidanza non era stato processato per mancanza di prove».
Uganda, il regno di Kony il pazzo
«Il 21 marzo – riporta l’agenzia Misna del giorno successivo – un missionario irlandese, padre Declan O’Toole, della congregazione di Mill Hill, è stato ucciso nella regione del Karamoja, nel nord del Paese. Il giovane missionario, di soli 31 anni, era al suo primo incarico in terra di missione. Pochi giorni dopo, il 25 marzo, due soldati dell’esercito sono stati accusati dell’omicidio e giustiziati senza regolare processo. Il drastico provvedimento ha suscitato lo sdegno e la disapprovazione dei missionari di Mill Hill, costernati di fronte a simili metodi non molto diversi da quelli usati da chi ha ucciso il loro confratello. Nel nord del Paese, il personale della Chiesa cattolica, i campi profughi e i villaggi sono stati a più riprese oggetto di attacchi e sequestri da parte dei ribelli del Lord’s Resistance Army (Lra), l’Esercito di Resistenza del Signore, guidato da un visionario, Joseph Kony, che agisce soprattutto nella regione acholi. Il 10 luglio i ribelli hanno assaltato l’ospedale di Iceme e «la missione dei comboniani, mentre sacerdoti e fedeli stanno celebrando la messa. In pochi minuti tutto, anche qui, viene rapidamente svuotato e distrutto. Un terzo gruppo attacca la scuola femminile affidata alle suore. […] 55 bambine sono state rapite».
Nigeria: non solo miss e Amina
Nelle cronache si è potuto leggere la storia di Safiya e Amina, le donne condannate alla lapidazione per aver avuto figli al di fuori del matrimonio, e degli scontri in seguito alla manifestazione di Miss Mondo. Ma non è tutto; il Rapporto ricorda che l’introduzione della legge coranica ha portato a scontri che, in poco più di tre anni, avrebbero provocato circa 10mila morti. Innumerevoli le persecuzioni contro i cristiani e i loro luoghi: «a gennaio 14 chiese sono state minacciate di distruzione dal Governo nello Stato di Zamfara (…). La motivazione sarebbe quella che nello Stato esistono troppi centri di culto cristiani». «In marzo – riferisce l’agenzia Misna dei giorni 9 e 13 – almeno 14 persone hanno perso la vita durante una funzione religiosa in Nigeria e centinaia sono rimaste ferite. È accaduto nella notte tra il 6 e il 7 marzo, a Enugu». La tragedia sarebbe stata causata «dall’inalazione di gas velenosi liberati nell’aria da “agenti governativi”». «A partire dal 3 luglio, poi, almeno 88 villaggi abitati da cristiani sono stati distrutti, provocando l’esodo di 100mila persone. A seguire, il 12 luglio sono state uccise circa 500 persone in scontri tra cristiani e musulmani a Wase, nel nord del Paese, dove oltre dieci villaggi sono stati distrutti e 10mila cristiani sono fuggiti».
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