Al capezzale di uno stato mai nato
Hanna Siniora è scandalizzato da quella che lui stesso definisce “guerra civile”. Membro del Consiglio nazionale palestinese e intellettuale fra i più influenti del suo popolo, Siniora è convinto che la lotta fratricida tra i palestinesi di Hamas e i palestinesi di Fatah per ora abbia avuto un solo esito, «la morte del progetto nazionale palestinese». Una sentenza lapidaria e coraggiosa, quella scandita dal politico palestinese al Corriere della Sera del 18 maggio, che ha incoraggiato Giuliano Ferrara e Giorgio Israel a firmare sul Foglio del 22 maggio una altrettanto esplicita paginata di requiem per l’«ipocrita formula “due popoli, due stati”», che ormai serve solo «per coprire il fallimento di un progetto nazionale».
Hanna Siniora, la situazione è così tragica?
Il progetto è in gravissimo pericolo. Ci siamo risollevati dall’orlo della guerra civile grazie all’accordo della Mecca sponsorizzato dall’Arabia Saudita. Ma dopo tre mesi di attentati contro la partnership politica fra Hamas e Fatah siamo di nuovo in pieno conflitto intestino, e per distrarre l’attenzione i militanti lanciano razzi contro Israele, che reagisce. Il popolo palestinese non può sopravvivere a una situazione tanto precaria, dopo sei anni di seconda Intifada che hanno affondato l’economia, fatto esplodere la disoccupazione e sprofondato nella povertà il 70 per cento delle persone.
Lei ha proposto una soluzione finora inaudita: che i Territori palestinesi siano amministrati dalla Lega Araba.
Sì, questa situazione non può andare avanti per sempre, perciò chiedo un mandato della Lega Araba sui Territori palestinesi occupati e l’attuazione dell’iniziativa di pace araba sotto questo mandato.
Quanto dovrebbe durare l’amministrazione transitoria?
Direi fra i cinque e i dieci anni. Ricordatevi del processo di pace di Oslo: anche quello prevedeva un periodo di transizione di cinque anni, in seguito estesi a dieci. Poi si arenò con l’arrivo al potere di Ariel Sharon.
Durante questo periodo a chi toccherebbe la responsabilità dei negoziati con Israele, ai palestinesi o alla Lega Araba?
L’iniziativa di pace araba è stata approvata dai 22 soggetti della Lega Araba, e la Palestina è uno di essi. Una volta pervenuti a un trattato di pace e a relazioni normali con Israele, mentre in parallelo il mandato produce stabilità a Gaza e nella West Bank, dovremo avere negoziati bilaterali fra palestinesi e israeliani, ma sempre sotto la supervisione della Lega Araba.
È sicuro che la Lega Araba agirà di comune accordo? Non teme che ogni governo arabo abbia una propria agenda?
In questo momento c’è una sola agenda araba, che mira a porre fine all’occupazione di terre arabe non solo in Palestina, ma anche in Siria e in Libano. Essa rappresenta la sola opportunità di concludere una pace su base regionale. Infatti anche se Hamas e Hezbollah si opporranno, non potranno far deragliare il processo, perché si troveranno davanti alla decisione di 22 paesi arabi.
I palestinesi accetteranno questo schema di soluzione?
L’accordo firmato da tutti alla Mecca stabilisce che il governo dell’Anp è responsabile dell’economia, dello sviluppo e dei servizi alla popolazione, mentre l’Olp, rappresentata dal presidente dell’Anp, è incaricata del negoziato con Israele. Non è previsto nessun diritto di veto per Hamas: se non è contenta dell’accordo, si fa un referendum popolare, e allora vedrete che il 65-70 per cento dei votanti sarà favorevole a una soluzione del tipo “due popoli, due stati”.
Chi voterà al referendum? Solo i palestinesi dei Territori occupati?
Non è possibile far votare tutti i palestinesi del mondo; al voto sarebbero chiamati i palestinesi che vivono sotto occupazione nella West Bank e a Gerusalemme Est, oltre a quelli residenti a Gaza.
E quelli che vivono in Libano, per esempio?
Come risultato del processo, potrebbero venire a vivere nel futuro stato di Palestina.
Non teme la reazione violenta dei palestinesi che non accetteranno questo scenario?
I paesi arabi e la comunità internazionale devono creare le condizioni per il loro assorbimento. Quando l’Unione Sovietica è crollata un milione di ebrei russi sono andati a vivere in Israele, e con l’aiuto finanziario degli Stati Uniti sono stati assorbiti. La stessa cosa va preparata per i palestinesi che vorranno tornare a vivere in Palestina, e che arriveranno soprattutto da Libano e Iraq.
L’obiettivo resta “due popoli, due stati”, oppure si può immaginare qualcosa di diverso? Per esempio che i Territori palestinesi si federino coi vicini stati arabi?
Anzitutto bisogna concedere ai palestinesi uno stato e un’identità nazionale distinta. Ma dobbiamo anche imparare dall’Europa, che dopo la Seconda guerra mondiale ha avviato un’integrazione economica che è sfociata nell’Unione Europea. Forse in futuro la Palestina sarà federata o confederata non solo con gli stati arabi vicini, ma con Israele. Potremmo anche avere una specie di Benelux iniziale fra Israele, Palestina e Giordania per ragioni economiche, e più tardi a partire da quel nucleo un’unione politica di tutto il Medio Oriente. Certo, non dobbiamo saltare alle conclusioni, la prima cosa è mettere fine all’occupazione militare e creare uno stato palestinese indipendente. Ma questo stato sarà piccolo, fragile e bisognoso di assistenza economica, perciò dovrà collaborare strettamente con tutti i suoi vicini sin dall’inizio.
Di chi è la colpa più grande se oggi il progetto nazionale palestinese è a pezzi? Degli israeliani, degli arabi o dei palestinesi?
Direi di tutti insieme. Noi palestinesi stiamo uscendo ora da una cultura politica che era quella del potere personalistico. Per 40 anni abbiamo venerato Yasser Arafat come nostro unico e solitario leader. Come nella Francia di Luigi XIV, Arafat era lo Stato e lo Stato era Arafat. Dopo le elezioni del 2006 Hamas ha imitato Arafat: ha voluto governare da sola. Ora, a partire dall’accordo della Mecca, stiamo gradualmente introducendo una cultura politica della partnership. Se vogliamo porre fine alle lotte intestine, dobbiamo incoraggiare questa visione, perché in Palestina nessun partito può governare da solo.
Nell’immediato che cosa può mettere fine alla strisciante guerra civile palestinese?
L’Arabia Saudita deve continuare a giocare il suo ruolo. Dopo Mecca 1 serve un Mecca 2 mediato da re Abdallah che aiuti Hamas a entrare a far parte di un’Olp riformata. Questo è più importante che rieditare il governo di coalizione.
Hamas nell’Olp?
È l’unico modo per mettere fine alle lotte interne. Per anni Fatah e il Fronte popolare di liberazione della Palestina hanno collaborato nell’Olp pur avendo priorità politiche diverse. L’accordo della Mecca già auspica l’ingresso di Hamas in un Olp riformata. Ma da soli noi palestinesi non possiamo realizzare tale auspicio. Ci vuole una Mecca 2 sotto il patronato dell’Arabia Saudita.
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