Al Nuovo, al Nuovo!

Di Luigi Amicone
11 Novembre 2004
“Rocco Buttiglione e Giuliano Ferrara in dibattito ieri a Milano” (didascalia di Repubblica)

Teatro Nuovo, sabato 6 novembre. Fantastico esercizio di libertà, passione, ragione. Fantastico calore di popolo. Sì, questa volta l’abbiamo combinata grossa. Ecco come si spiega che non dai campi, né dalle officine, ma dai segretari aggiunti dei Padroni del Vapore si levò alto il grido: “State su Buttiglione! State su Buttiglione!”. Di lì cominciò un piccolo e comico tormentone. “Dov’è la notizia? Qual è la linea del giornale?”. Penna bianca: “Rocco vuol fare un partito”. Penna nera: “Rocco vuol fare un movimento”. Penna rossa: “è la risposta integralista e settaria di Bush in Europa”. Complimenti. Ma vi vogliamo bene lo stesso, siamo come voi (beh, un po’ più piccoli, sono dieci anni che la sfanghiamo in bottega artigiana), ma ci stupisce sempre il fatto che siate tutti così schiacciati da quelli lassù, gli editori, i comitati sindacali, le Gad, le Fiat, i tribunali dell’informazione politica corretta (e dagli con l’etichetta che siamo il settimanale di Comunione e Liberazione, informatevi, trovatene una nuova, non vestitevi sempre alla marinara). Se zio Giulio non ha capito niente e si spreca gigioneggiando con il teologo Ezio Mauro, almeno Marco Pannella ha capito tutto, gli è venuto il trip per la letteratura religiosa del libero esame, ha preso il toro Ferrara per le corna (dice Marco, un po’ “fascio” ultimamente questo Giuliano) e dice che è venuta l’ora per i radicali di rinnovare i fasti della breccia di Porta Pia, «di noi che nel 1870 siamo entrati in Roma che il boia lavorava ancora per l’istruzione degli odierni Talebani». Ma insomma, come direbbe il buon direttore di Radio Radicale Massimo Bordin, per la cronaca sabato è esplosa la ragione per cui dieci anni fa è nato, per speranza e disperazione, questo piccolo e gioioso giornale. Ragione di “guerra culturale”, come dice adesso quell’Elefantino il cui formidabile marx-tomistico intervento, sabato 6, al Nuovo, si è abilmente evitato di riportare, sia pur per sommi capi, nelle cronache del giornalismo perbene. Come vedete la partita delle intenzioni della realtà e della libertà popolare rispetto al circolo Pickwick del politicamente corretto italiano è solo agli inizi. Però promette bene. E sabato è andata così, è andata bene. Ma non è stato niente di diverso da quello che ci sforziamo di fare da dieci anni a questa parte, senza mirare obliquamente ad alcunché che non sia la nostra speciale soddisfazione di vivere e di lavorare. C’è del mistero, in fondo, nelle cose che certe volte si sporgono così tanto dalla finestra che poi quelli che passano almeno per una volta se ne accorgono e allora si fanno strane congetture. Chi c’è dietro? Persone, solo persone, amici liberi da ansie conformistiche. Tesi non a organizzare alcunché (figuriamoci, tantomeno, un partito o un movimento), ma a tramandare, significare, educare che tutto è perduto in questa nostra Italia-Europa, fuorché la possibilità di fare il picchetto ai fatti, fuorché la speranza gloriosa (cioè l’uomo che sa chi è). Sì, questa finale è debole, ma nel tempo in cui è tornato di moda l’alcool forte della violenza e dell’ideologia, vengono i giorni della sobrietà: il dialogo, l’amicizia, l’incertezza e, soprattutto, la problematicità vera, non artificiosa, devono ritrovare il loro diritto. Si capisce, no? Quello nella foto è Luigi Amicone. La didascalia è di Rep, il quotidiano di picchetto allo sbianchettamento di fatti, parole e persone.

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