Alibi resistenti

Di Scroppo Erica
19 Febbraio 2004
Per chiudere il capitolo fascista bisogna aprirlo con umiltà e sincerità: gli italiani hanno combattuto con Hitler e perso la guerra. Nell’ultimo libro di Oliva i motivi di un amore alla Resistenza che transige sul nostro passato

Il 1940-45 nell’immaginario collettivo, costruito per il dopoguerra da parti diverse della coalizione antifascista (Cln) si divide in un periodo dimenticato – quello della partecipazione italiana alla guerra di aggressione con l’alleato tedesco, delle varie campagne, della sconfitta – e in un periodo accettabile e glorioso, dall’8 settembre ‘43 al 25 aprile ‘45 di cui, per quanto complesso e sfaccettato, si ricorda solo il limitato momento della pur nobile Resistenza. I non numerosi partigiani (250mila secondi il Cln, 70-80mila secondo altre fonti storiche) offrono a tutti l’alibi per dimenticare che cosa successe prima dell’occupazione e grosse fette di storia sono o rimosse o manipolate a uso e consumo dei vari schieramenti politici e dei loro programmi. Si esaltano i momenti di dolore, tanto cari al sentimentalismo italiano, tipo patimenti della ritirata di Russia, ma si dimentica che ad essa era preceduta un’avanzata e un’invasione di uno Stato sovrano. I tre filoni fondamentali della lotta di liberazione la interpretano e usano come alibi in modo diverso per fini diversi. Per i comunisti è lotta sociale che accredita il loro ruolo di forza politica nazionale, insieme “di lotta e di governo”. Per i moderati è l’ultima fase del Risorgimento che crea un ponte tra l’Italia prima e dopo il fascismo, saltato a piè pari come bubbone su corpo sano; l’alibi per dimenticare la sconfitta e come ci si arrivò. Per gli azionisti è la rivoluzione che avrebbe potuto superare i problemi irrisolti del vecchio Stato liberale, tradita dal compromesso comunista. Non è un alibi anche perché l’azionismo muore nella Realpolitik del dopoguerra, ma alimenta, nel ‘68 e dopo, il mito della rivoluzione mancata.
La Resistenza è invece una somma di questioni complesse in un periodo complesso e in una situazione logisticamente intricata. Da inserire poi nel quadro internazionale degli accordi di Yalta, degli interessi degli alleati angloamericani che volevano risolvere al più presto e senza altre grane una guerra non voluta che era già costata enormemente in vite e risorse. Non stupisce che De Gasperi fosse ai loro occhi il candidato migliore anche perché insistendo sulla continuità garantiva da pericolosi sovvertimenti. Se per i militanti più radicali la Resistenza era solo l’inizio di un necessario cambiamento non solo politico ma sociale e ancor prima morale, per De Gasperi lo sforzo era presentare almeno all’interno un’Italia vincitrice riscattatasi dall’aver condotto e perso la guerra a fianco di Hitler, grazie alla stagione ‘43-‘45 di cui non gli interessa una valutazione dato che la usa per chiudere conti, mai veramente aperti, con un passato scomodo. I moderati non vogliono rompere i precari equilibri individuando responsabilità troppo pesanti che potrebbero riaprire ferite recenti e fare il gioco dei comunisti. L’epurazione è pro forma, non ci sarà una Norimberga italiana, la Repubblica segna il nuovo e volta pagina su tutto il capitolo 1922- 1943. Tutto è comprensibile – basti pensare all’Irak di oggi – in quel periodo di tensioni e destabilizzazione. Si mette tutto a tacere, dalle responsabilità per i crimini di guerra compiuti dagli italiani – che non sono sempre stati brava gente – alle “foibe”, si dimenticano i reduci dai campi nazisti e dalle prigioni alleate in tutto il mondo, si ignorano i 350mila profughi istriani e dalmati che fuggono al comunismo del maresciallo Tito ma anche alla sua pulizia etnica. Ognuno ha in questo un tornaconto.
Però dopo 60 anni si può e si deve tentare una strada più onesta, altrimenti si cade nel giustificazionismo e nel “volemose bene”, “eravamo tutti uguali, con torto e ragione da entrambe le parti”. L’indulgenza di ritorno verso il fascismo repubblicano e la riabilitazione dei combattenti di Salò non è la via della pacificazione che viene invece da un’analisi chiara e spietata che parta dalla crisi precedente al ‘22 e non confonda la categoria etica della buona fede (che si addice alle biografie umane) con quella del giudizio storico che è tutt’altro. Per conquistarci il diritto di chiudere un penoso capitolo e giungere a una memoria storica condivisa, necessaria a ogni nazione per essere tale, occorre finalmente aprirlo rifiutando l’uso strumentale di una Resistenza retoricamente imbalsamata e ridotta a panacea universale. Solo così potremo anche, dico io, ritrovare il piacere di essere patriottici e fieri del nostro paese senza ridicole ricadute in nostalgie per quel secolo XX e le sue scadute ideologie che continuano a incomberci addosso.

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