Alle radici del voto Usa
Il commentatore televisivo Chris Matthews ha continuato a mostrare la carta blu e rossa degli Stati Uniti con i risultati delle elezioni del 2 novembre 2004. Lungo le coste dell’Atlantico e del Pacifico, così come attorno alla regione dei Grandi Laghi, la carta era blu (vittoria dei democratici); nel resto del paese era rossa (vittoria dei repubblicani). Si potrebbe volare da Boston a San Diego senza passare sopra a territorio democratico. «Come lo spiego ai non americani?», continuava a domandarsi Matthews. Se io dovessi spiegarlo ad un amico africano lui mi risponderebbe: «Capisco. Gli Stati Uniti sono divisi intribù». L’America è divisa in molte tribù, ma queste tribù sono unite nella loro fedeltà ad un sistema politico che, a loro giudizio, garantisce nel miglior modo possibile quei diritti fondamentali ai quali è dedicato lo stesso progetto nazionale: la vita, la libertà e la ricerca della felicità. Gli americani si rendono conto che ci sono molti modi diversi di interpretare questi ideali, ma quasi tutti sono concordi sul fatto che il loro sistema politico è un giusto mezzo per cercare di realizzarli. Ciò che è assolutamente richiesto è il rispetto delle regole del gioco. Questo non è cambiato, come dimostrato dalla pronta e sincera accettazione della sconfitta da parte del senatore Kerry. La divisione in Stati rossi e blu non divide l’America in due nazioni. Quando succede qualcosa che si ritiene minacciare la base della loro condivisa fedeltà all’american way of life, il paese si raccoglie in un impeto di patriottismo, come si è visto subito dopo l’attacco dell’11 settembre 2001. Questo vale anche oggi e, in effetti, uno dei fattori determinanti di questa elezione è stata l’esitazione di molti americani a cambiare presidente mentre il loro paese si trova sottoposto ad un minaccia terroristica contro l’american way of life. Infatti, quegli americani che considerano la minaccia terroristica come qualcosa di più di un semplice problema di “criminalità”, e che la ritengono mettere seriamente in pericolo il progetto nazionale americano, hanno votato per Bush indipendentemente dal loro luogo di residenza. Altri sostengono che la divisione è di carattere religioso. Non sono d’accordo: c’è effettivamente una grande differenza, dal punto di vista religioso, tra un cristiano evangelico e un cattolico che ama il Papa e riceve spesso i sacramenti; ciononostante, hanno entrambi votato per il presidente Bush. In ogni caso, per la maggior parte degli americani il pluralismo religioso è un valore che deve essere rispettato. La “religione” in quanto tale non è rifiutata negli Stati blu. Ciò che preoccupa questi Stati è la moralità religiosa, non la “religione” in senso generale. Per questo motivo, è diventato comune dire che si trattava di una lotta tra “valori morali”. I due schieramenti, si diceva, rispondevano a due diversi sitemi di valori. I dati degli exit-poll sembravano confermare che i “valori” erano un tema importante per quasi tutti gli elettori. Questo, tuttavia, non rivela nulla. Le divisioni non sono sul terreno dei valori. Tutti sono a favore della vita; tutti sono a favore della libera scelta. I sostenitori del matrimonio gay sono “pro-famiglia”! La domanda è: a quale genere di esperienza si riferiscono i valori morali? I valori si riferiscono alle “esperienza di vita” che noi stessi abbiamo vissuto. Si “conosce” che cos’è la libertà quando se ne è fatta esperienza concreta e si può dire “ecco che cos’è la libertà”. L’esperienza è necessaria. Altrimenti il linguaggio dei valori non significa nulla, e diventa il linguaggio dell’ideologia. Questo ci porta vicini al cuore del problema. La sfiducia del popolo americano nei confronti del governo ha ostacolato l’affermazione politica dell’ideologia in America. L’ideologia cerca di spiegare tutto sulla base di preconcetti, ed è quindi chiusa all’esperienza del radicalmente nuovo. Invece, l’esperienza americana ha avuto come teatro gli spazi aperti nei quali si provavano nuove forme di vita, si creavano opportunità per avviare nuove attività commerciali, si inventavano nuovi prodotti e si sviluppavano nuove iniziative per affrontare le altrettanto nuove sfide. Il risultato è il pragmatismo, e persino il materialismo, americano. Come ha osservato Peguy, il materialismo deriva dalla scomparsa dell’ “eterno” dalla sfera temporale, mentre il suo opposto, vale adire lo spiritualismo, deriva dalla scomparsa della sfera temporale dall’ “eterno”. Sono entrambe delle ideologie, ma (esattamente al contrario del modo in cui se ne parla) il materialismo ideologico affascina i repubblicani e lo spiritualismo ideologico i democratici. Di queste due, dice Peguy, il materialismo è meno pericoloso perché non può «resistere alle pressioni del cuore. è troppo volgare». Lo spiritualismo, invece, si chiude alla sola realtà e può distruggere le ideologie: l’esperienza di fatti innegabili verificati dal loro impatto sui desideri del cuore. Che cosa c’è nelle “esperienze di vita” dei repubblicani che ha favorito Bush? è qui che entrano in scena i cristiani evangelici e i cattolici. Il protestantesimo americano è stata continuamente rinnovato da entusiasti movimenti revivalisti che si fondano su profonde esperienze spirituali (il protestantesimo del presidente Bush è il frutto di un’esperienza non mediata da una Chiesa). Di conseguenza, le tradizionali chiese protestanti che non hanno avuto una parte in questi movimenti hanno in larga misura cessato di avere influenza sulla vita americana. Sono cadute nelle grinfie dello spiritualismo ideologico. Sono i cristiani evangelici coloro che rifiutano la “ideologizzazione” della vita americana perché le loro convinzioni religiose sono il risultato di intense esperienze personali che hanno trasformato la loro vita, esperienze che li hanno fatti “rinascere”. I democratici secolaristi non riescono a comprendere questo mondo perché il lro spiritualismo non pone alcuna minaccia all’ideologia. Kerry e il nucleo ideologico propulsivo dell’attuale partito democratico sono stati del tutto incapaci di “stabilire un contatto” con quelle regioni del paese dove il sentimento religioso è ancora indissolubilmente legato ad una quotidiana esperienza di vita. I democratici li considerano persone “rozze”. La questione, tuttavia, è questa: quanto a lungo può durare? I cristiani evangelici stanno lottando contro la cultura che domina i più potenti mezzi di informazione della nazione, il settore dell’istruzione e il mondo dello spettacolo. Non si può vivere continuamente in quella sorta di formidabile esperienza (soprattutto emotiva) sulla quale si fonda il cristianesimo evangelico. Una via di uscita è il fondamentalismo, vale adire, l’aderenza all’interpretazione letterale dei testi biblici. Ma questo significa cercare di risolvere problemi contemporanei che al tempo in cui fu scritta la Bibbia non esistevano affatto. I cristiani evangelici devono scoprire l’esperienza della Chiesa. I cattolici possono aiutarli? Soltanto se essi stessi sfuggono a una riduzione degli insegnamenti della Chiesa ad una ideologia spiritualistica o ad un fondamentalismo moralistico e riscoprono le loro radici nell’esperienza unificante della Chiesa. Questo sarebbe l’aiuto più importante che i cattolici potrebbero dare al cammino della nazione americana. Allora sì che il “voto cattolico” conterebbe davvero.
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