Anche i garantisti nel loro piccolo s’incazzano

Di Roberto Perrone
20 Ottobre 2000
Piove, governo ladro, e c’è qualcosa che mi sfugge.

Piove, governo ladro, e c’è qualcosa che mi sfugge. Non sono abbonato a Micromega, non dormo col libretto dei pensieri di Di Pietro sotto il cuscino, però mi devono spiegare perché gli ausiliari della sosta (capisco che bisogna campare, ma chiamarsi così…) non me ne fanno passare una e Albertini (il sindaco, non il centrocampista) invece di multare i vigili – che quando c’è casino non ci sono mai – vuole aumentare le multe e far pagare me, mentre invece ci sono intere categorie di umani che la sfangano alla grande. Capisco che il popolo ha bisogno dello spettacolo (panem et circenses), ma perché al calcio le passano tutte lisce? Passaporti fasulli, nonni inesistenti, procuratori molesti, dirigenti inquietanti, stipendi inusitati. Tutto buono. Ci stavo pensando l’altro giorno, mentre pioveva e stavo in coda perché c’era lo sciopero dei mezzi pubblici. Recoba, nel frattempo, stava trattando il suo rinnovo contrattuale: vuole più di dieci miliardi netti a stagione, l’Inter gliene offre otto. Il tale dietro di me ha strombazzato, inquieto. Recoba ha mai guidato nel traffico, sotto la pioggia, al termine di una giornata noiosa in ufficio, circondato da una marea di coglioni? Un giornalista mitico (un minuto di raccoglimento), Ezio De Cesari, aveva una teoria sul punto interrogativo nei giornali: “Aho, io te pago pe avé delle risposte, no perché me fai delle domande”. Chiedo scusa a tutti (e in particolare alla mia amica Gemma) per questa caduta nel qualunquismo giustizialista: ma anche i garantisti, nel loro piccolo, ogni tanto s’incazzano.

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