Anche i santi vanno all’inferno delle favelas

Di Rodolfo Casadei
13 Aprile 2006
Dinho, DA RAGAZZO senza SPERANZE A PEDAGOGISTA CHE CONOSCE LA DOMANDA CHE BRUCIA NEL CUORE DEI RAGAZZI E FORMA GLI EDUCATORI

Una storia così esemplare non poteva non finire il sabato in prima serata ad “Amore”, la trasmissione di Raffaella Carrà dedicata al cosiddetto sostegno a distanza: Dinho, ragazzino di favela senza molte speranze di sfuggire alla violenza dell’ambiente in cui è nato, incontra un sacerdote italiano; il missionario gli procura un sostegno dall’Italia perché possa intraprendere gli studi universitari; il ragazzo si laurea e diventa un bravo pedagogista che non si accontenta di scrivere libri, ma partecipa a progetti coi ragazzi della favela per strapparli al destino da cui lui si è salvato, tanto che decide di continuare ad abitare in quel difficile quartiere. Ma la cosa decisiva di cui tutto il resto è un corollario è un’altra: «Amico», sorride sotto voce il timido Dinho, «per salvare i ragazzi come ero io non bastano i progetti sociali: in Brasile ce ne sono tanti; la mia vita è cambiata il giorno che qualcuno mi ha guardato per la prima volta con un’umanità grande: non vedeva la mia povertà, vedeva i doni che avevo dentro di me e mi guardava come uno che ha fiducia in me».

LA CAPPA DELLA VIOLENZA
Roba un po’ troppo profonda per la tivù. Per un film andrebbe bene. La storia comincerebbe con Dinho bambino fra le palafitte di Novos Alagados, nei primi anni Ottanta terrificante favela metà sull’acqua e metà sulla terraferma poco distante da Salvador Bahia. «Paura. È il sentimento che ha dominato tutta la mia infanzia e che rivive nei miei ricordi. Ho visto aggredire e violentare bambini come me, ho visto uccidere adulti. La polizia arrivava per arrestare qualcuno e ci trattava tutti come delinquenti. Un giorno crivellarono di colpi un ricercato che si era nascosto in una casa vicino alla nostra. Gli legarono una corda attorno al collo e trascinarono il cadavere in giro per i vicoli per farlo vedere a tutti. Mio padre prese per mano me e i mie fratelli e ci portò in strada: “Guardate”, ci disse cupo, “se non studiate farete la stessa fine”».
Grand’uomo José Silva, il padre di Dinho. Bracciante agricolo, sapeva appena scrivere il suo nome, ma volle che i figli andassero tutti a scuola, e li iscrisse in un istituto a 5 chilometri di distanza perché la qualità era migliore che nella scuola sotto casa. «Tutti i genitori in Brasile vogliono che i figli vadano a scuola per avere una vita meno misera di loro, ma quasi sempre questo sogno non si realizza, perché la qualità dell’insegnamento è molto bassa, le classi sono sovraffollate e gli insegnanti frustrati. Dopo qualche anno la maggioranza dei ragazzi abbandona gli studi e trova un miserabile lavoretto; quasi sempre i genitori si adattano alla cosa, perché la povertà rende attraente anche il piccolo reddito che i figli portano a casa». L’altra persona per la quale Dinho ha grande ammirazione è la signora Marcia: «In Brasile tutti i poveri che sono riusciti a completare gli studi fanno la “banca”: una specie di doposcuola per i figli degli analfabeti, che non sono in grado di aiutare i figli a fare i compiti. È solo una piccola attività economica, ma Marcia la faceva con scrupolo autentico: il mio vero nome l’ho imparato da lei. Credevo di chiamarmi veramente “Dinho”, lei mi ha messo la penna in mano e ha guidato la mia scrittura facendomi scrivere il nome per esteso: José Eduardo Ferreira Santos. Così lungo! Non mi sembrava vero. Avevo 7 anni e ancora nessuno mi aveva insegnato come mi chiamavo».

PIANGENDO DAVANTI ALLE CHIESE
Dinho diventa un ragazzo e intanto vede tanti intorno a lui cadere: «È arrivata la droga. Sono arrivate le armi da fuoco. Miei amici di 12-13 anni sono morti ammazzati». Una coppia italo-brasiliana di volontari gli fa fare il custode quando vanno fuori casa. «C’erano libri d’arte dappertutto. Io li sfogliavo e restavo a bocca aperta: avevo scoperto che fuori della favela esisteva un mondo bellissimo. Volevo vedere quelle cose dal vero, e allora ho cominciato ad andare in città a cercarle. Mi fermavo a contemplare le vetrate delle chiese e piangevo davanti a quella bellezza. Un giorno mi ha visto don Giancarlo Petrini, un missionario italiano che poi è diventato vescovo ausiliare di Salvador Bahia. Mi ha chiesto cosa stavo facendo, e dopo che gli ho risposto mi ha guardato e mi ha abbracciato. Quel giorno è cambiata la mia vita».
Don Petrini convincerà Dinho che lui ha le qualità per gli studi universitari, gli farà avere attraverso l’Ong Avsi un sostegno a distanza e lo coinvolgerà nei progetti socio-pedagogici per l’infanzia e gli adolescenti dei Novos Alagados. La favela in quegli anni cambia volto grazie ad un grande progetto socio-abitativo che vede Avsi collaborare con lo Stato di Bahia e con la Banca mondiale. Oggi, dopo un master in Psicologia dello sviluppo, una mezza dozzina di libri scritti e tanta esperienza sul campo Dinho si occupa di formazione degli educatori. «C’è un momento della vita, a 15-16 anni, in cui i ragazzi della favela si trovano davanti a un bivio: da una parte si va avanti per studiare, per imparare un lavoro; dall’altra si va in strada a fare i delinquenti. Che cosa influenza la decisione dei ragazzi? Quelli che faranno i ladri e gli spacciatori di droga e finiranno ammazzati non sono necessariamente i peggiori, anzi: spesso sono i più sensibili, i più intelligenti. Dentro gli brucia la stessa cosa che bruciava dentro di me quando piangevo davanti alla bellezza delle vetrate delle chiese: una domanda, un desiderio di bene, un bisogno di essere accolto, a cui non sapevo dare né un nome né una risposta. Se un ragazzo in questa età critica fa un incontro decisivo questo può cambiare la sua vita. Se comincia ad appartenere al rapporto con qualcuno che ha incontrato, questo può fare la differenza. Il mio lavoro di pedagogista consiste nel far capire agli educatori che questa non è una cosa che fa il progetto, ma il modo di porsi delle persone che sono dentro al progetto è decisivo perché questo possa avvenire».

libri, musica e una grande tavola
La scelta di Dinho di continuare ad abitare nella ex favela non è un atto di eroismo, ma un’esigenza profonda che non si può soffocare: «Ho bisogno di quelle persone. Tutto quello che ho imparato è per loro, non solo per me. E loro hanno bisogno di me: solo chi vive la vita nella gratitudine della carità che ha ricevuto può guardare un altro nel modo che lo salva. Quando ho cominciato a lavorare, ho costruito un piano superiore per ricevere le persone. C’è una grande tavola con tante sedie intorno, ci sono tanti libri e la possibilità di ascoltare e suonare musica. Come io un giorno ho trovato una casa piene di cose belle che hanno risvegliato il mio desiderio, così voglio che chi entra in casa mia possa scoprire qualcosa di bello».
Funziona? Pare di sì, a sentire Dinho: «Uno dei ragazzi che seguivamo era un tipo molto difficile, passava il tempo a disturbare agli altri. Ma io ho avuto pazienza con lui, e questo alla fine mi ha ripagato. Mi ha confessato che lui disturbava perché era pieno di rabbia e gli dava fastidio vedere le persone felici. Se noi lo avessimo guardato solo per questo, l’avremmo cacciato; ma l’abbiamo guardato al di là del suo comportamento, e si è salvato».

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