Ancora la lumaca italiana
Scusate l’insistenza, ma anche questa settimana non possiamo fare a meno di attirare la vostra attenzione sull’andamento del prodotto interno lordo (pil) italiano. La grande stampa, infatti, anche stavolta ha nascosto nelle pagine interne (Corriere della Sera, Sole24Ore, La Stampa) o ha addirittura ignorato (Repubblica) l’ennesima autorevole analisi statistica che dimostra la cronica debolezza, sia comparativa che assoluta, della crescita italiana.
Stavolta il dito sulla piaga l’ha messo l’Osce, l’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica che riunisce x paesi ad economia avanzata e, detto fra noi, produce statistiche più aggiornate e interessanti di quelle di Eurostat. Al suo ultimo rapporto sullo stato dell’ambiente nei paesi aderenti, pubblicato il 25 gennaio, è abbinata una tabella sull’andamento della crescita economica cumulativa fra il ’91 e il ’98 da cui si evince che, a prezzi costanti e parità di potere di acquisto, il pil italiano è terzultimo per tasso di crescita. Fissato a 100 il valore del pil dei vari paesi nel 1991, quello italiano risulta essere aumentato di appena 8,5 punti in sette anni, contro una crescita media dell’Ocse di 18,3 punti. Il che vuol dire che negli ultimi sette anni il pil italiano, calcolato sulla base del suo effettivo potere di acquisto, è cresciuto ad una media dell’1,2 per cento all’anno, mentre nell’Ocse la crescita era del 2,6. Peggio dell’Italia hanno fatto solo la Svizzera e il Giappone, il cui pil oggi è rispettivamente il 104,3 e il 107,2 per cento di quello che era nel 1991. Che sono però i due paesi col reddito pro capite più alto del mondo, pressoché doppio di quello italiano, a tassi di cambio correnti (rispettivamente 43.060 e 38.160 dollari pro capite nel 1997, contro i 20.170 dell’Italia) e il terzo e quarto a parità di potere d’acquisto.
Molto meglio hanno fatto economie emergenti come quella dell’Irlanda (+ 66,8), della Polonia (+ 42,5) e della Turchia (+ 37,2). Ma anche economie mature come quelle di Gran Bretagna (+ 19,1), Francia (+ 12,3) e Germania (+ 11,7). Insomma, la classifica stilata dall’Osce conferma una volta di più quello che da tempo si sa: le economie dove l’imposizione fiscale è più bassa, dove il mercato del lavoro è più agile, dove i costi per le imprese sono inferiori, dove le condizioni per l’investimento sono attraenti, hanno performances nettamente migliori di quelle dei paesi dove il mercato del lavoro è rigido, le tasse sono esorbitanti e nulla viene fatto per attirare investimenti esteri o mobilitare quelli interni. A questi ultimi appartiene l’Italia, che non noi, ma il quotidiano La Stampa definisce “Lumaca d’Europa”. D’altra parte la materia non è opinabile: i numeri sono lì che parlano.
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