Ancora sull’altra Europa necessaria

Di Giorgio Vittadini
04 Marzo 2004
Caro Vittadini, complimenti per il condensato di saggezza e di tensione morale

Caro Vittadini,
complimenti per il condensato di saggezza e di tensione morale che ha ispirato il suo intervento su “Un’altra Europa. Necessaria” apparso sul numero 9 di Tempi. Fanno bene all’anima e alla mente certe prese di posizione su temi alti come è quello relativo all’oggi e al domani del Vecchio continente. Io come Lei non credo a “questa Europa” e mi accorgo che sto per diventare un euroscettico, pur avendo un trascorso di delegato provinciale (era l’epoca del mio liceo) del Movimento Giovanile del Movimento Europeo, quello di Altiero Spinelli non ancora “deputato indipendente” eletto nelle liste del Pci. Negli stessi anni (1953) mi cadde in testa come una valanga la bocciatura della Comunità europea di difesa, da parte della Francia, e la messa in mora di De Gasperi da parte dei “professorini” (per fortuna sua il buon Dio se lo riprese subito dopo). Successivamente ingoiai il rospo del non-europeismo del generale De Gaulle perché almeno servì a cancellare l’impotenza della Quarta repubblica. Entro nell’opinabile, ma sono certo che la grandeur dell’auto-esiliato di Colombais-les-deux-eglises non è certo la stessa dell’imperatore Giscard, del problematico socialista Mitterrand e del casuale inquilino dell’Eliseo Chirac (casuale per l’insipienza dei socialisti alle ultime elezioni, ma anche per il futuro che attende l’ex sindaco di Parigi). Io sarò (forse come lei) un ingenuo, ma l’Europa che sogno – e alla cui realizzazione ormai non credo più – è ancora quella che ipotizzarono De Gasperi, Adenauer e Schumann, quella che aveva intravisto don Sturzo durante gli anni dell’esilio, quella di Monet e tanti altri. Non mi rassegnerò mai ai direttorii, specie se a trainarli sono gente come Schroeder e Chirac. Ma le dirò di più: non me la sento di credere in un’Europa burocratizzata che detta l’angolo di curvatura delle banane, che decide di liberalizzare 17 etichette di vini italiani (anche quella portoghese del porto: ma almeno a Lisbona un giornale ha divulgato la notizia in prima pagina e a caratteri di scatola), che ha creato il mostro dell’euro privo di fondamenta e guidato dal new entry Jean-Claude Trichet che, come il suo predecessore olandese Wim Duisenberg, non si sa a chi risponda in materia di politica monetaria. Ma, in cambio, abbiamo “fregato” il dollaro e gli siamo superiori! A cosa serva – a me, a lei? – l’onnipotente euro che mette fuori mercato i nostri prodotti (ma anche quelli franco-tedeschi) sul piano internazionale in presenza di un’economia europea stagnante se non in recessione, nessuno ce lo spiega. Chiudo: rimprovero al suo citato articolo di essere stato troppo veloce all’inizio a proposito della “superburocrazia”; ed io credo che su quel tema occorra essere duri fino alla brutalità, perché lì ci giochiamo forse la nostra futura libertà.
Mi creda suo, Pasqualino Spadafora

Mi permetto solo di spronare il nostro interlocutore a non mollare. Contro il tentativo di dittatura franco-massonica occorrono uomini liberi che non smettano di sperare e costruire.

*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

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