Anthony Lobo

Di Rodolfo Casadei
02 Novembre 2006
A capo di un manipolo di cattolici in prima linea, il vescovo di Islamabad guarda a Ovest, convinto che il suo paese possa cambiare. Dal di dentro

Abbiamo incontrato Anthony Lobo, vescovo cattolico di Islamabad, ospite a Lugano dell’antenna per la Svizzera italiana di Aiuto alla Chiesa che soffre. Con noi ha accettato di parlare delle condizioni della minoranza cristiana in Pakistan.
Monsignor Lobo, quanta libertà religiosa c’è in Pakistan?
La costituzione pachistana garantisce a tutti la libertà e il diritto di predicare, praticare e diffondere la propria religione. In realtà, però, ci sono persone che tentano di restringere questa libertà. Se un musulmano si converte a un’altra religione, ci saranno persone che, in nome di un’interpretazione rigida della norma islamica, tenteranno di ucciderlo.
La legge dello Stato fa proprie le norme islamiche?
Non tutte. Ci sono le hudud ordinances, che applicano le punizioni corporali coraniche a certi reati soprattutto sessuali, c’è la possibilità di compensazioni in denaro per essere perdonati di certi delitti (blood money). Ma non esistono punizioni legali per chi abbandona l’islam.
Questo in teoria. Nella pratica cosa succede?
Che se un cristiano si converte all’islam, non ci sono problemi. Se un musulmano si fa cristiano cercano di ucciderlo. Prima lo minacciano perché torni sui suoi passi, poi se non fa come dicono cercano di ucciderlo.
Come si comportano in questo caso le autorità statali?
È più facile che le simpatie vadano a coloro che minacciano che non a colui che è minacciato.
Esiste una discriminazione su base religiosa in Pakistan? Lei è mai stato discriminato a motivo della sua fede?
No, personalmente mai. Esiste certamente una discriminazione nei confronti delle minoranze, che è sociale e religiosa nello stesso tempo. Le cose stanno in questi termini: nel sub-continente indiano 150 anni fa hanno aderito al cristianesimo solo gli appartenenti alla casta più bassa di tutte, quella dei paria o dalit, le persone più marginali della società. Dopo 150 anni di scuole cristiane e di opere di promozione umana la condizione di costoro è un po’ migliorata, ma la maggioranza resta estremamente povera. Essi soffrono di una discriminazione in cui è difficile distinguere la componente sociale da quella religiosa. Quando un cristiano riesce ad affermarsi nella società, non viene più discriminato e può liberamente mescolarsi con coloro che fanno parte della classe sociale in cui è salito. Anche perché lui dirà di provenire da una casta bassa ma non da quella dei paria o intoccabili.
È ancora molto forte l’influenza del sistema delle caste in Pakistan?
Sì. Anche perché 5 mila anni di storia lo hanno interiorizzato: si può riuscire a far uscire i paria dal ghetto, ma non si riesce a far uscire il ghetto dalla testa dei paria.
In Pakistan vige una severa legge contro la blasfemia, contro la quale la Chiesa protesta da tempo. Cosa non va in questa legge?
Anzitutto è una legge che punisce anche le bestemmie non intenzionali. Se qualcuno pronuncia una frase che non è blasfema in sé ma che è percepita come tale da chi ascolta, magari perché si tratta di una lingua straniera o di parole pronunciate in modo diverso da diverse persone, chi ha pronunciato la frase sarà comunque punito. In secondo luogo, spesso le accuse sono motivate esclusivamente da cupidigia. Capita che un musulmano voglia impadronirsi del posto di lavoro di un cristiano o del terreno dove sorge la sua casa, o che voglia vendicarsi per qualcosa. Allora lo accuserà di avere bestemmiato contro Maometto o di aver profanato il Corano. Cominceranno i guai di quella persona e alla fine l’accusatore avrà quello che voleva.
Quante persone vengono sottoposte a processo a causa di questa legge?
Una dozzina all’anno e va detto che non si tratta solo di cristiani. In Pakistan esiste una setta, quella degli amadhi qadiani, che crede in un ultimo profeta successivo a Maometto, di nome Mirza Ghulam Ahmad, vissuto nel diciannovesimo secolo. Molte accuse di blasfemia hanno come bersaglio gli aderenti di questo gruppo, che non sono più ritenuti islamici dagli altri musulmani.
Come spiega le aggressioni a chiese e edifici cristiani?
Vede, il problema è che dopo l’11 settembre noi veniamo identificati con l’Occidente, nonostante siamo pachistani come gli altri. Quando qualcuno decide che è il momento di punire l’Occidente, che però è un po’ troppo lontano e difficile da colpire, attacca una nostra chiesa, un nostro ospedale, una nostra scuola o un quartiere cristiano. Spesso comunque queste aggressioni sono collegate alle accuse di blasfemia. Per esempio recentemente nella diocesi di Lahore c’è stata una lite fra un cristiano e un musulmano. Avevano giocato insieme un gioco d’azzardo e aveva vinto il cristiano, il quale esigeva il pagamento dei soldi vinti. L’altro non voleva pagare, e di fronte alle insistenze del cristiano non ha trovato di meglio che accusarlo di bestemmia. In poco tempo si è raccolta una folla che ha dato fuoco alla chiesa, alla scuola cristiana, all’ostello delle studentesse, alla casa del prete e a un convento, tutti nella stessa località.
La polizia non è intervenuta?
In questi casi le cose avvengono molto rapidamente. Gli altoparlanti della moschea diffondono la notizia della bestemmia e chiamano la gente a raccolta, migliaia di persone si riuniscono e danno l’assalto alle istituzioni cristiane del quartiere.
Fra un anno si terranno elezioni parlamentari. Che speranze e timori nutrite?
Non ci saranno grandi cambiamenti. In Pakistan l’essenziale del potere è nelle mani dell’esercito e ci resterà anche dopo il voto.
Non temete i partiti islamisti estremisti?
No, anche se qualcuno sostiene che abbiano infiltrato l’esercito. Tutti in Pakistan sanno che una svolta del paese verso l’islam radicale non sarebbe accettata a livello internazionale, a causa del fatto che disponiamo di un arsenale atomico. Diventeremmo il bersaglio di un attacco preventivo. Io penso che l’esercito non permetterà agli islamisti estremisti di vincere le elezioni.
Nel parlamento pachistano ci sono 8 seggi riservati alle minoranze religiose.
Una giusta disposizione, ma accompagnata ad un’altra cui ci siamo sempre opposti: la segregazione religiosa degli elettori, in base alla quale i cristiani potevano votare solo candidati cristiani e i musulmani solo candidati musulmani. Così succedeva che il candidato cristiano aveva una circoscrizione immensa che non era in grado di rappresentare e l’elettore cristiano non poteva rivolgersi all’eletto locale, musulmano, perché quest’ultimo non aveva alcun interesse a rappresentarlo. Ora questa disposizione è stata modificata, e questo per i cristiani è molto importante. I nostri rappresentanti cristiani al parlamento non possono fare molto per noi, proprio perché sono esponenti di una minoranza. Noi vogliamo essere l’ago della bilancia fra potenti candidati musulmani che si sfidano nello stesso collegio: essi si rivolgeranno a noi per avere i nostri voti decisivi, e questo sarà per noi un buon affare. Ciò si è già visto nelle passate elezioni e si vedrà molto di più nelle prossime.
Quali richieste di parte cristiana sono state soddisfatte dal governo in questi anni?
A partire dal 1992 ci sono state restituite quasi tutte le scuole che erano state nazionalizzate nel 1972. Senza le vecchie scuole e la possibilità di aprirne delle nuove non potevamo fare nulla per migliorare le condizioni dei cristiani e contribuire alla crescita di tutto il Pakistan. Da pochi mesi nella mia diocesi è sorta la prima università cattolica nel paese.
Quali richieste aspettano ancora risposta?
Parecchie. La prima è di natura sociale: essendo discendenti degli intoccabili, la maggioranza dei cristiani vive in insediamenti abusivi, senza titoli di proprietà legale e senza servizi urbani: acqua, elettricità, fognature, gas, ecc. Vorremmo vedere la regolarizzazione e il pieno recupero urbanistico di questi quartieri, e qualcosa si è cominciato a fare. Poi ci sono richieste che riguardano il mondo dell’educazione: agli esami di maturità i musulmani possono portare gli studi islamici come materia d’esame, mentre le minoranze non possono portare gli studi nella loro religione, ma solo una materia che si chiama “etica”; un’altra richiesta riguarda i libri di testo: sono pieni di affermazioni offensive e false nei confronti dei cristiani e del cristianesimo, che vogliamo vedere cancellate; il governo ha nominato una commissione per la revisione dei libri di testo ma i lavori devono ancora cominciare. Poi ci sono richieste di natura politica, la più importante delle quali è l’introduzione di un sistema di quote riservate alle minoranze nella pubblica amministrazione. Noi e le altre minoranze religiose non siamo in grado di competere su un piede di uguaglianza con la maggioranza musulmana, perciò vorremmo vedere un certo numero di posti riservati alle minoranze nella funzione pubblica, compresi esercito e polizia.
Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale per promuovere la libertà religiosa e la tutela delle minoranze in Pakistan?
Vede, nessun governo tollera pressioni dall’esterno, perché mettono in discussione la sua capacità di garantire la sovranità nazionale. Io credo molto di più nell’effetto della globalizzazione delle comunicazioni. La Cortina di ferro è caduta e il sistema comunista è uscito di scena pacificamente perché i tedeschi dell’Est vedevano in tivù e attraverso gli altri media com’era organizzata la vita nell’Ovest. Oggi nessun governo può isolare un paese dal resto del mondo: ci sono le tv, c’è internet, ci sono cd e dvd. Possono vietare e proibire tutto, ma qualcosa passerà sempre. Quando la gente di qui avrà visto e compreso come sono trattate le minoranze altrove, come le diverse identità, anzichè dedicarsi allo scontro di civiltà, collaborino nella lotta contro i comuni nemici che sono la miseria, le malattie, l’inquinamento, la proliferazione delle armi nucleari, capiranno che il sistema fanatico che cercano di introdurre qui è anacronistico. È la pressione dall’interno, conseguenza dell’ingresso nella comunità globale, che farà cambiare le cose anche da noi.

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