Anticlericali
Sohby Makhoul, cristiano di Betlemme, lo dice in una chiacchierata fuori programma nella taverna española, sventolando la traduzione in arabo de Il senso religioso fresca di stampa: «L’unica speranza di pace in Medio Oriente è questo libro. Che ogni uomo ricominci a domandarsi fino in fondo qual è il significato della sua vita». Approfondisce Wa’il Farouq, egiziano, ex fondamentalista islamico, nell’incontro ufficiale di presentazione del testo: «L’amicizia fra uomini – dice – è la via alla conoscenza, perché poggia sull’esperienza elementare di ciascuno». È stato il rapporto con un amico italiano, racconta Farouq, a vincere la diffidenza che aveva per la cultura occidentale, a dare inizio al cammino che lo ha condotto fino a tradurre nel suo idioma il libro di don Luigi Giussani. A permettergli di attraversare la barriera culturale, altrimenti insormontabile, tra la tradizione europea e una lingua come l’arabo, in cui – spiega – la parola “realismo” deriva da una radice che significa “cadere”, perché la realtà, per loro, “cade” dal cielo, senza che ci sia spazio per la libertà umana. E la parola “ragione” da una famiglia linguistica che comprende anche “rinchiudere”, “incarcerare”. Non è un caso che il comunicato conclusivo del Meeting riparta da qui, invocando “Scarceriamo la ragione”.
Il leader laico di Comunione e Liberazione Giancarlo Cesana del resto aveva lanciato la sfida fin dall’incontro dedicato al titolo della manifestazione, “La ragione è esigenza di infinito e culmina nel sospiro e nel presentimento che questo infinito si manifesti”: «L’unità fra gli uomini non si realizza né sul sentimento, né sulla volontà. L’unità si realizza su un’esperienza, sull’esperienza della propria umanità». Non sarà l’«intellettualismo acido» dei chierici laici (meglio, laicisti: la distinzione sarà ben chiarita nel dibattito fra Marcello Pera, Rocco Buttiglione e monsignor Luigi Negri) e dei chierici clericali a riaggiustare l’immagine spezzata dell’umano; ma solo la ricostruzione del nesso tra ragione e passione, tra ragione e affetto. «L’affetto però non dipende da noi; dal latino affectus, colpito, l’essere colpiti non dipende da noi, ma dipende da un incontro. La ragione si fa con un incontro che introduce all’infinito cui sospira».
Tre monaci e un banchiere
L’alternativa tra utopia e presenza insomma non figura solo sulla copertina del libro presentato nell’incontro conclusivo; circola piuttosto, sotterranea o in superficie, lungo tutto la settimana riminese. Che cos’è infatti, se non utopia, vano progetto di un “intellettualismo acido” nemico del reale, la pretesa di regolamentare fino all’ultimo centesimo l’economia del paese, o la tentazione di eliminare ogni differenza reale con la pianificazione tecnologica delle nascite? E da cosa, se non da una presenza, capacità di riconoscere il dato per quel che è, nascono l’intraprendenza innovativa documentata nei tanti incontri sull’economia, la difesa della propria dignità delle donne islamiche, il percorso di una come Eugenia Roccella dal femminismo radicale al riconoscimento che «l’amore materno è ombra dell’Amore divino»? Come ha spiegato Giorgio Vittadini, da un palco in cui il presidente di Banca Intesa Giovanni Bazoli, proprio nel giorno in cui dà il via al più grande gruppo bancario italiano (Intesa-San Paolo), siede accanto a tre monaci benedettini: «A un certo punto vi furono uomini che in nome della memoria di Cristo presente decisero di ricominciare a vivere, qualunque cosa fosse loro capitato. È l’inizio del monachesimo, alle radici della rinascita della civiltà occidentale e dell’Europa». E ancora oggi, ha aggiunto Vittadini, «occorrono uomini che accettino circostanze, sacrifici, fatiche ultimamente perché c’è Cristo: soprattutto da loro nasceranno germi di vita nuova, che incideranno profondamente nella storia».
La giornata di sabato arriva così a rendere più chiare le ragioni di un binomio che ha retto il percorso dell’intero Meeting. Joseph Weiler, grande difensore ebreo delle radici cristiane dell’Europa, esperto di diritto internazionale, le sintetizza in due esempi. Primo, la crisi demografica che sta conducendo al «suicidio dell’Europa»: sono inutili, spiega, tutte le politiche a sostegno della natalità, se i cristiani hanno la stessa idea di famiglia degli altri, se non fanno più di due figli «perché se no non ci stanno nell’Alfa Romeo». Un applauso scrosciante accompagna le diapositive dei suoi cinque ragazzi. Secondo esempio, da brivido, su «ciò che voi segretamente disprezzate più di tutto: i nostri legalismi». Ironizza sulle difficoltà dei cattolici di comprendere le interdizioni alimentari ebraiche. «Noiose, aride? No, fratelli: in ogni pasto c’è il Sinai, il Sinai è presente. Se non ci fosse il Sinai in ogni pasto, questo prosciutto di Parma mi sembrerebbe abbastanza appetitoso; ma c’è il Sinai, rifiuto. C’è l’Avvenimento presente. Tutta la settimana, tutta la vita è condizionata da questo Avvenimento. Avvenimento nel senso giussaniano: aver letto Giussani mi ha fatto capire questa prassi in maniera tutta nuova e profonda. Le usanze sono un modo di circoncidere il nostro cuore. Giussani, campione dell’Avvenimento, avrebbe capito benissimo la logica delle nostre osservanze: Sinai, dalla mattina alla sera».
Bersani, la sinistra e Cl
Tocca poi al ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani. «La politica non è tutto» esordisce. Negli anni Sessanta Cl (allora Gs, ndr) e la sinistra fecero percorsi diversi, ma «respiravamo la stessa aria: la stessa esigenza di libertà, autonomia, responsabilità». Poi, il passaggio dal bisogno al progetto di cambiamento portò all’ideologia e all’utopia. «Cl fu la prima ad accorgersi di questo scivolamento, e per questo oggi è l’unico fra i gruppi di allora ancora presente. Ma anche noi cominciammo a razionalizzare la politica, a capire che non si può attaccare l’uomo di oggi per costruire l’uomo di domani, che esiste un’origine dell’azione politica che viene prima della politica, che sconfina nella questione antropologica». È «l’abisso del cuore umano», dice, che «la politica deve riconoscere». Anche quella di oggi, la cui «boria» sta nel ridursi a «pura tecnica del potere», ricerca del consenso senza una concezione dell’uomo. Mentre «l’uomo è di più della natura. Il politico non è un domatore di fiere. Una concezione forte, alta della ragione e della politica implica il riconoscimento dei limiti della ragione e della politica».
Risolve garbatamente le polemiche pre-Meeting con una «eresia filosofica» (citando sorridente una risposta di don Giussani, il quale a uno studente che temeva di dire appunto un’«eresia filosofica» rispose: «Non esistono eresie filosofiche, più dici eresie più è filosofia»): «Non sono pelagiano, ma non accetto che si disprezzi l’austerità morale della sua scuola. Mi piacerebbe piuttosto che, come la fede fiorisce all’estremità della ragione, così Agostino fiorisse sull’estremità di Pelagio». Non c’è tempo di ricordargli la battuta di Charles Péguy sull’impermeabilità alla grazia degli uomini morali; ma l’idea di una inquietudine etica che finisce per aprirsi alla fede è certamente interessante. Anche perché lealmente, fin arrischiatamente disponibile al dialogo. «La fede come certezza di una verità incontrata – dice – è legittima. Non è necessariamente integralista. Non se mantiene viva la curiosità e il desiderio di amicizia. Se chi ha trovato continua a cercare. Cl dunque non è integralista. Chi lo dice sbaglia analisi. Cl avrà altri difetti, su cui si potrà discutere, ma non questo».
Infatti. «Non esiste un giudizio – replica Cesana in conferenza stampa, una battuta che non riprenderà nell’incontro – che non coincida con un abbraccio. L’integralismo è distrutto dalla capacità di amare. L’integralismo non nasce dalla forza delle idee. È bene che l’idea sia forte; il problema è se ama».
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