Apologia (chestertoniana) delle osterie
Forse è un’esagerazione dire, come ha fatto qualcuno, che Chesterton è stato «un dono fatto direttamente da Dio alla Sua Chiesa». Ma certo pochi altri hanno saputo rendere nel Novecento tutta la letizia, la sanità, il vigore che sprizzano da una fede cattolica vissuta con passione e libertà. Per dirla con le parole del critico che primo lo importò in Italia, Emilio Cecchi, «si può dare un’idea del suo sistema dicendo che, contro le degenerazioni anarchiche e materialiste del tardo Romanticismo, egli s’è fatto un punto d’impegno di dimostrare che non i fumi dell’oppio, non le voluttà acide e complicate, non gli eccessi dell’individualismo sono poetici e vitali; ma gli affetti semplici della realtà pratica. Ha fatto vedere che c’è più romanzo che in qualunque romanzo nella famiglia dove non succede nessun romanzo; mentre tutti erano disposti a riconoscere un’avventura in un amore clandestino, e non già nella fedeltà del matrimonio». Paradigma insuperato della chestertoniana apologia del quotidiano è l’Innocenzo Smith di Manalive (Le avventure di un uomo vivo, 227 pp. Piemme, euro 12,40), che minaccia con una pistola il professore nichilista in bilico su un arco rampante di Oxford per fargli confessare il suo amore alla vita, e parte per un giro del mondo solo per il piacere di ritornare a casa sua. Ma vorrei ricordare almeno altri due scritti. Uno è L’osteria volante (310 pp. Piemme, euro 14,46), imperniato sulla lotta fra un signorotto inglese che, in nome di un multiculturalismo allora agli albori, vorrebbe imporre ai suoi sudditi gli usi musulmani, vietando gli alcolici e chiudendo le osterie, e una coppia di ostinati difensori della tradizione che impianta una sorta di “resistenza umana” come piacerebbe a Massobrio: esilarante e profetico. L’altro è il saggio dedicato a san Tommaso (Tommaso d’Aquino, 190 pp. Piemme, euro 12,40), l’alfiere della positività del reale conto ogni tentazione platonica o manichea: «nessuno potrà cominciare a capire la filosofia tomista, o anche la filosofia cattolica, se non comprenderà che la parte primaria e fondamentale di essa non è altro che l’esaltazione della vita, l’esaltazione dell’Essere, l’esaltazione di Dio in quanto creatore del mondo». Una presentazione insieme spassosa e filosoficamente impeccabile. La capacità di rendere concezioni anche complesse in una battuta è del resto forse la cifra più caratteristica del suo stile. Ma Chesterton non sarebbe quello che è senza il suo compagno di cento battaglie, Hilaire Belloc. Uomo capace di andare da New York a San Francisco senza una lira in tasca per raggiungere la donna che ama o di girare l’Europa a piedi come un antico pellegrino, condivide tutte le battaglie di GKC contro la tirannia del denaro e le ideologie moderniste, in difesa dei costumi tradizionali e delle consuetudini libertarie dell’Inghilterra profonda. I due erano così legati che George Bernard Shaw, bersaglio favorito delle loro polemiche, li considerava semplicemente il “Chesterbelloc”. Finito nell’ombra del suo ingombrante compagno, gli viene reso l’onore che merita nella biografia che Paolo Gulisano dedica alla formidabile accoppiata (Chesterton e Belloc, 186 pp. Ancora, euro 15,00): un’apoteosi di buon umore, fede e amore alla ragione.
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