Appello ai partiti di buona volontà

Di Luigi Amicone
01 Febbraio 2007
«Chiedo che sulla riforma elettorale si trovi un'ampia convergenza tra governo e opposizione». Vannino Chiti spiega perché l'accordo s'ha da fare entro febbraio

Tutti d’accordo. Dal giorno della fatidica ammissione di Roberto Calderoli a Matrix («Vabbè, lo so, abbiamo fatto una porcata»), ne è passata di acqua sotto i ponti della politica. E così non c’è nessuno, oggi, nemmeno nella Cdl, che difenda l’attuale legge elettorale, il famigerato “porcellum” uscito dalla scorsa legislatura, approvato in fretta e furia dal governo Berlusconi per arginare una sconfitta elettorale che si prospettava pesante, oltre che annunciata. E che invece, col senno di poi, a elezioni svolte (la Cdl perse solo per 24 mila voti) si è dimostrata un boomerang per gli stessi fautori di un dispositivo che ha consegnato il Parlamento non alle indicazioni degli elettori ma a un elenco di cooptati dai vertici di partito. Così, l’eterno tema italiano delle riforme istituzionali e dell’ingovernabilità è tornato di nuovo in cima all’agenda politica. Da una parte si è formato un comitato referendario animato dall’inossidabile (benché ammaccato da un’infilata di sconfitte) Mariotto Segni e presieduto dal costituzionalista Giovanni Guzzetta. Che però nel giro di un mese ha perso gli esponenti dei grandi partiti (i diessini sono usciti a fine dicembre, i rappresentanti di FI un mese dopo) messi sulla graticola dai rispettivi alleati (di là il Prc, di qua la Lega) che non gradiscono, per ovvie ragioni, soluzioni a forte carattere maggioritario. Dall’altra è partito quel “tavolo di consultazioni” che vede protagonista il ministro per le Riforme istituzionali Vannino Chiti, già presidente diessino della Regione Toscana e ora esponente di spicco dell’ala riformista-federalista del governo Prodi.
Signor ministro, i partiti si metteranno d’accordo e arriveranno ad approvare una legge elettorale bipartisan per vie parlamentari, o gli italiani saranno chiamati all’ennesima consultazione referendaria?
Ho sempre detto che entro febbraio si deve arrivare ad una posizione chiara che vuol dire intesa politica sulle linee guida per una nuova legge elettorale e su singoli aggiornamenti costituzionali che la possano accompagnare. Se su questa base c’è un accordo politico tra governo, maggioranza e opposizione, questo accordo politico diventa poi una risoluzione parlamentare sottoscritta da tutti i capigruppo e viene votata sia alla Camera che al Senato. Dopodichè nelle sedi proprie, cioè le Commissioni affari costituzionali, va avanti il lavoro per la costruzione degli articolati di legge di questa impostazione.
Dal punto di vista di fatti politici la fuoriuscita di Forza Italia dal comitato referendario dovrebbe aiutare la prospettiva che lei descrive.
In effetti era un po’ strano che chi ha costituito e votato la vecchia legge fosse in un comitato referendario per cambiarla anziché impegnarsi a livello parlamentare per modificarla. Era principalmente una contraddizione personale e politica. Dopodiché si tratta di valutare se a convergenze di merito possibili su una nuova legge elettorale corrisponderanno comportamenti politici coerenti. Il comitato per il referendum non è un peccato. Io ritengo che il referendum possa essere una sollecitazione al Parlamento ma sarebbe sbagliato se il referendum esprimesse la nuova legge elettorale. Sia per un problema di metodo, cioè che le leggi elettorali per la loro delicatezza è bene che siano costruite in Parlamento ed è bene che mai più – come è avvenuto nella scorsa legislatura – non siano condivise da maggioranza e opposizione. Dovremo prendere due impegni solenni chiunque sia maggioranza e opposizione: i cambiamenti nella Costituzione non li può fare una maggioranza e le leggi elettorali non le può fare una maggioranza. Vedremo se alla prova dei fatti, cioè alla fine di febbraio, ci saranno le condizioni per un accordo politico impegnativo e per atti parlamentari coerenti.
Ad oggi le sue consultazioni si basano su elementi concreti?
Diciamo che ci sono due progetti di convergenza di merito su una nuova legge elettorale: il primo – più ambizioso – è quello che prevede per le elezioni politiche una legge elettorale che si ispiri ai modelli delle leggi regionali. Ad esempio l’indicazione sulla scheda e la possibilità di essere votato e di concorrere a determinare la maggioranza di una coalizione del candidato alla presidenza del Consiglio. Le modalità possono essere diverse, perché ci può essere ad esempio un modello simile a quello delle provinciali, cioè circoscrizioni molto piccole in cui ogni partito indica il candidato di quella circoscrizione – col proporzionale e senza sbarramento perché poi c’è il premio di maggioranza – oppure collegi più piccoli che vadano da 4 a 8 candidati. Rispetto a questa soluzione la coalizione e il candidato alla presidenza del Consiglio che hanno la maggioranza dei consensi ottengono anche il premio di maggioranza, che potrebbe essere attorno al 55 per cento dei seggi della Camera. A quel punto il candidato alla presidenza del Consiglio della coalizione vincente, come avviene in Germania o in Spagna, va in Parlamento e ottiene la fiducia. Questo meccanismo comporta alcune innovazioni nella Costituzione e questa può essere un’opportunità per affrontarne altre di cui l’Italia ha bisogno. Ad esempio per indicare sulla scheda il candidato alla presidenza del Consiglio e poter essere votato occorre fare un aggiornamento della Costituzione e così anche per la costruzione della fiducia costruttiva e per la nomina e la revoca dei ministri. Queste soluzioni potrebbero anche consentire un’intesa che preveda la riduzione del numero dei deputati e dei senatori, così come era stato indicato nel progetto costituzionale. Potrebbe essere l’occasione per estendere il voto ai diciottenni anche al Senato e la possibilità di essere eletti allo stesso a 25 anni e infine potrebbe vedere il superamento di quello che si chiama bicameralismo perfetto, cioè con due livelli minimo-massimo: il primo, la fiducia viene data solo dalla Camera; il secondo, precisare quali sono le leggi che hanno una doppia lettura intendendosi che nelle altre materie la parola decisiva la avrebbe la Camera. Questo consentirebbe di fare sì che il Senato sia più rivolto ai temi che riguardano il rapporto tra Stato centrale, regioni e autonomie locali.
E la seconda opzione?
La seconda opzione su cui si può registrare una convergenza è di minore impatto innovativo e riguarda una correzione e un miglioramento dell’attuale legge: ad esempio togliere, magari non per intero, lo sbarramento. Ovvero occorre per lo meno togliere il premio di consolazione, cioè che ci sia l’accesso alla ripartizione dei seggi da parte del migliore perdente. E superare la possibilità di presentarsi candidati in tutti i collegi, che è un’anomalia di questa legge in vigore. Quindi determinare una diversa composizione delle circoscrizioni: oggi abbiamo 26 circoscrizioni elettorali con 38 candidati che sono precipitati sul territorio, con un distacco tra cittadini e candidati eletti. Un aumento delle circoscrizioni elettorali può essere fatto in vari modi: aumentando il numero delle circoscrizioni elettorali e anche qui stabilendo un numero che consenta di avere un numero da 4 a 8 candidati per ogni circoscrizione, oppure impiantando su questa legge il modello delle provinciali, cioè collegi in cui un partito presenta un candidato con il proporzionale, perché poi scatta il premio di maggioranza, oppure 50 per cento con listini partito e 50 per cento dei collegi come alle provinciali.
Se ci fosse il veto di forze che resistono alle riforme, è possibile prospettare una soluzione di forza? Cioè Ds, Margherita, Forza Italia e An hanno la maggioranza in Parlamento per fare una legge elettorale?
Se a fine febbraio si determinasse che non ci sono le condizioni per portare avanti queste impostazioni, l’impasse non sarebbe determinata da un veto delle forze meno grandi ma dal fatto che non c’è un’intesa piena fino in fondo tra le forze più grandi. In questo caso questa impasse determinerebbe una conseguenza che io non mi auguro, ovvero lo sbocco naturale della soluzione referendaria. Io sono convinto che la legge elettorale e le innovazioni alla Costituzione – in particolare le attuazioni delle parti condivise del titolo 5 che normalmente si chiama federalismo e che noi stiamo facendo – non solo possano ma debbano avere la convergenza ampia dell’arco parlamentare, non della sola maggioranza, perché ne va del bene del Paese.

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