In Arabia alcuni morti sono più uguali di altri

Di Eid Camille
08 Marzo 2007

L’assassinio a sangue freddo, lo scorso 26 febbraio, di quattro cittadini francesi che lavoravano in Arabia Saudita ha suscitato sdegno in tutto il mondo, anche da parte delle autorità saudite. Solo che questo sdegno ufficiale non è stato accompagnato da un nuovo stile del regno wahabita. Sulla stampa saudita del 28 febbraio, infatti, si legge che l’imam della grande moschea di Medina ha guidato il rito funebre sui corpi dei “due martiri” Jean Marc, di 47 anni, e suo figlio Mubarak, di 17 anni. Un piccolo particolare forse è sfuggito alla stampa e allo stesso imam, lo sceicco Abdul-Rahman al Hudhaifi, ossia che i morti non sono solo i due musulmani (Jean Marc si era convertito l’anno scorso all’islam), ma quattro: agli altri due “infedeli” uccisi nella stessa circostanza nemmeno un accenno. E ancora, se i primi due sono “martiri”, come si possono allora definire gli altri due malcapitati? La risposta va forse cercata nelle prediche dello sceicco al Hudhaifi, da sempre fervente fautore della dottrina wahabita. In una sua virulenta predica del marzo 1998 aveva invitato, seguendo l’invito di Osama Bin Laden, a «cacciare dall’Arabia ebrei, cristiani ed eterodossi», cioè gli sciiti. «L’islam invita ebrei e cristiani a salvarsi dal Fuoco e a entrare in Paradiso», aveva detto lo sceicco. «Se lo facessero – aggiungeva – diventerebbero nostri confratelli nella fede perché nell’islam non c’è razzismo. Ma da lì a cercare di ravvicinare le religioni ne corre, perché ciò condurrebbe dritto alla sedizione, all’indebolimento della fede islamica e pure all’amicizia con i nemici di Dio». Vien da pensare che, in fin dei conti, l’aver ignorato i due “non musulmani” ha perlomeno risparmiato loro le ingiurie dell’imam dopo la morte. camilleid@iol.it

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