Arafat e Sharon alla prova di Nazareth
Gerusalemme. Più di settanta hotel chiusi, recessione e disoccupazione crescenti in Israele. Deserto pieno di rovine in Palestina. Quest’anno non si vedranno pellegrini né alla mangiatoia di Betlemme, né alla casa di Maria e Giuseppe a Nazareth, dove «Il Verbo si è fatto carne». C’è calma piatta, a Gerusalemme piena di paura e piena di studiata attesa della prima mossa sbagliata dell’avversario. Yasser Arafat ha pronunciato un bel discorso, ai suoi, agli israeliani e prima ancora al mondo delle cancellerie, un discorso che ha toccato tutte le note che un vecchio e furbo intelligente leader palestinese conosce per esperienza: le note dei diritti umani, nazionali, civili, politici che il popolo palestinese vede ancora negati. Un bel discorso, a patto che ad esso seguano i fatti, la fine del doppio gioco di chi con una mano e un ambasciatore a Washington manda a dire al generale Colin Powell che l’autorità palestinese è contro il terrorismo, mentre con l’altra mano, segreta, ma registrata dalle intelligence americana e israeliana, negli ultimi mesi incitava Hamas a uccidere un ebreo al giorno. C’è calma piatta, a Gerusalemme, prima della studiata postura di Sharon che guida un governo tutto centrato sulla sicurezza – quello che Arafat voleva per dimostrare che l’attuale primo ministro nemmeno la sicurezza può garantire agli israeliani – e che ora deve fare i conti con la recessione che lo costringe a tagliare le spese di welfare, educazione e salute. Non è cosa da poco che un conflitto divenuto scontro personalizzato fra il vecchio leader del nazionalismo palestinese e il più coerente dei generali di Israele per il quale i territori non sono mai stati “occupati” ma solo “contestati”, giunge al punto morto di un destino incrociato che trascina nel gorgo entrambi i popoli. Non saremo certo noi a pretendere di suggerire ciò che i capi di due popoli devono fare per uscire da un tunnel che, da cinquant’anni a questa parte, condanna i due popoli a un medesimo destino di incertezza, di paura, di guerra. Però una cosa è certa: è finito il tempo del doppio e triplo giochismo. La pace ha un costo, e sta nel gioco a carte scoperte. Non si può essere leader non essendo disposti a mettere nel piatto della bilancia il rischio della vita. Perciò, questo è il nostro consiglio, è bene che israeliani e palestinesi comincino a dire sul serio quello che vogliono gli uni dagli altri e magari partendo da particolari apparentemente insignificanti. Un esempio? La moschea di Nazareth, la cui costruzione, proprio dirimpetto alla basilica simbolo della cristianità, continua nonostante il blocco decretato dal tribunale israeliano e il parere negativo di tutte le autorità islamiche, dentro e fuori Israele; una moschea frutto di bassi interessi elettorali e della stupidità di servizi segreti che si illudono di costruire chissà quali futuri progressivi sull’umiliazione di quel due per cento di cristiani di Terra Santa che già non hanno alcun peso elettorale. Se israeliani e palestinesi avranno il coraggio di fermare la costruzione di quella moschea, inutile strumento di inimicizia e arroganza verso i più deboli, gli ultimi, gli inutili nel gioco mediorientale, magari cominceranno a servire – sorridendo sull’inezia su cui hanno trovato un accordo – l’onda lunga di un destino, senza il quale non si fa né un popolo né una libertà, duraturi.
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