Armati come Davide e Golia

Di Negri Giovanni
23 Febbraio 2006

Gli ultimi due secoli hanno fatto esperienza che se non c’è Dio l’uomo diventa oggetto ed è a disposizione di chiunque voglia prenderselo in carico e manipolarlo. Se lo sono preso in carico le ideologie totalitarie e gli Stati totalitari e lo hanno trattato come oggetto per la costruzione di una società perfetta. Se lo prendono in carico la scienza e la tecnica, legate a visioni ideologiche che le precedono ed a cui servono, e lo manipolano come un qualsiasi oggetto. La verità dunque significa dire che l’uomo è più grande del suo essere oggetto. L’intelligenza più lucida che il mondo cristiano abbia avuto negli ultimi tre secoli, B. Pascal, diceva «l’uomo supera infinitamente l’uomo». Dobbiamo ripartire di qui: la verità è che l’uomo non è a disposizione di nessuno perché è figlio del Mistero e quindi figlio di Dio. La radice dell’uomo è salvata soltanto perché sta di fronte ad un Altro che lo ha voluto per sé: l’uomo è l’unico essere che Dio ha voluto per se stesso, come ha detto Giovanni Paolo II nella Redemptor Hominis. Questa è la prima certezza; perciò dobbiamo sentire tutto il fascino di questa riproposizione ed affrontare lo scandalo, in noi, dello sgomento perché sembra una battaglia fra Davide e Golia. L’ovvio ha costruito imperi e la verità entra nel mondo con il passo ilare di Davide, che porta cinque pietre levigate nel suo sacco.
Forse a noi tocca recuperare in modo critico la baldanza di Davide, ma tale atteggiamento si recupera in modo critico se si parte dalla verità che l’uomo è, dalla verità che l’uomo desidera, dalla verità che l’uomo esige, dalla verità che è l’essere dell’uomo parte del Mistero di Dio e quindi in nessun momento della sua vita e in nessuna dimensione del suo esistere, né nella dimensione fisica, né in quella psicologica, né in quella sessuale, né in quella affettiva, né in quella etica, né in quella politica, in nessun momento e in nessuna parte della sua vita, l’uomo è di un altro. L’uomo è di Dio e questo gli fa guardare la vita con un’enorme capacità di apertura, di benevolenza; forse è meglio usare la parola rispetto, come la usava l’ignoto autore della Lettera a Diogneto all’inizio del cristianesimo, quando ricordava che i cristiani hanno «una capacità di rispetto ignota a tutti».
È una battaglia per l’uomo. È una battaglia perché l’uomo che vive accanto a noi possa recuperare ogni giorno la grande domanda di senso e possa vivere la grande libertà del mettersi in rapporto con se stesso e con Dio, che è la strada della sua verità umana e, accanto a questo, possa sentire la testimonianza di chi ha incontrato il senso ultimo della vita nel mistero di Cristo. La battaglia deve essere fatta contro la barbarie, ma la barbarie si vince con la ragione e con la fede. La barbarie si ferma se c’è un popolo della fede e se c’è un popolo della ragione che dialogano, entrano in contatto fra di loro, si sostengono, si confrontano, si interessano, interferiscono reciprocamente.
La barbarie ci sta di fronte, anzi molto spesso è dentro di noi. Ma noi sappiamo che, come figli di Dio e come fratelli di Gesù Cristo, siamo chiamati a vivere la nostra testimonianza quotidiana, in questa situazione. Questo è il nostro “martirio”. Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede.
* Vescovo San Marino-Montefeltro

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