Arringa per i figli di Sion

Di Newbury Richard
23 Ottobre 2003
Mentre si moltiplicano i segnali di una nuova alba tragica nel conflitto israelo-palestinese, il più noto avvocato dei diritti civili negli Usa assume la difesa di Israele

L’impero ottomano era una teocrazia militare che non aveva alcuna concezione della nazionalità, fatta eccezione per quella della umma (la Nazione di Allah), e che delegava il governo degli altri “popoli del libro” ai loro leader religiosi: patriarchi o rabbini. Tenendo conto delle linee tracciate dai cartografi nella sabbia, a sezionare le eterne migrazioni tribali delle tribù berbere, il panarabismo era il solo nazionalismo nascente, profondamente influenzato dal nazionalsocialismo razzista di Hitler. Come un adoloscente che si ribella ai genitori per crearsi la sua identità, gli arabi fondarono la propria identità sull’odio dell’“altro”: gli ebrei, semiti come loro. Odio per il rapido successo che gli ebrei avevano ottenuto nella colonizzazione delle coste del Levante, cominciata negli anni Ottanta dell’Ottocento, in corrispondenza con la colonizzazione americana del Far West indiano e con quella inglese dell’Australia aborigena. Mentre gli americani, gli inglesi e gli ebrei si consideravano come il popolo di Israele che attraversa il “deserto” degli oceani per raggiungere la Terra Promessa, per tutto il Medio Oriente si trattava invece di una nuova Crociata. È comprensibile che gli sconfitti e cacciati “arabi” nomadi di una Palestina quasi disabitata si sentissero ingiustamente defraudati. Un nuovo regno franco, un innesto dell’Occidente, li sfidava con un sistema democratico straniero, fondato sul regno della legge, e con quella superiorità militare, culturale e scientifica di cui una volta il mondo musulmano poteva vantarsi. Ma come disse una volta il re Abdullah di Giordania: «gli arabi sono altrettanto pronti a vendere la propria terra e poi a piangerci sopra». Meno facile da capire è perché Israele, una democrazia occidentale, debba essere universalmente detestata, a partire dai campus statunitensi fino alle cancellerie europee e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
l’avvocato delle cause perse
Alan Dershowitz, professore di legge all’università di Harvard, il più prestigioso avvocato americano dei diritti civili, si è messo in moto per scoprire le ragioni delle accuse contro Israele. In America, Dershowitz è l’“avvocato delle cause impossibili”: ha difeso O. J. Simpson, Woody Allen, Patty Hearst, John Lennon e i terroristi. Ora è la volta di Israele, e questa difesa è stata preparata non solo attraverso ricerche cominciate già nel 1967, ma anche con dirette consultazioni con l’imputato durante un periodo di insegnamento nell’università di Haifa nel 2002. Questo avvocato organizza la sua causa come se stesse preparando un processo regolato dalla Common Law, e il libro si intitola The Case for Israel. Si comincia con l’accusa e con le dichiarazioni degli accusatori; poi viene la presentazione dei fatti e delle prove. Cita anche testimoni ostili che tuttavia confermano la sua versione. Lui stesso è talvolta critico nei confronti della politica israeliana se non addirittura del suo stesso sistema di governo.

Il gran muftì stravedeva per Hitler
«Israele è uno Stato colonialista e imperialista? Gli europei hanno cacciato i palestinesi dalle loro terre? Lo Stato sionista è un complotto per colonizzare tutta la Palestina? La Dichiarazione Balfour aveva valore vincolante per il diritto internazionale? Gli ebrei non erano disposti a spartire la Palestina?». Questi sono i primi sei capi d’accusa dei trentadue elencati. I punti principali della difesa di Dershowitz si possono riassumere nel modo seguente: i profughi ebrei sfuggiti ai pogrom russi e polacchi e insediatisi in Palestina a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento non avevano alcun programma politico, esattamente come coloro che si trasferirono in Inghilterra e negli Stati Uniti. Nel 1918 uno Stato ebraico con una maggioranza ebraica in un quinto della Palestina era una classica applicazione dei 14 Punti del presidente Wilson sottoscritti al Trattato di Versailles, a differenza della creazione “coloniale inglese”, con il restante 80%, del Regno di Transgiordania, da cui tutti gli ebrei erano esclusi, nonostante una popolazione di soli 320.000 abitanti. Il Mufti di Gerusalemme si oppose a qualsiasi compromesso, fu spesso in contatto con Adolf Eichmann e sfruttò il terrorismo come strumento politico, proprio come fa ancora adesso il suo parente Yasser Arafat. Il Mufti – il “nostro eroe” per Arafat – organizzò la propria Gioventù Hitleriana – gli Scout Arabi – e trascorse gli anni di guerra a Berlino ripetendo alla radio «uccidete gli ebrei dovunque li troviate; fa piacere a Dio, alla storia e alla religione». Eppure i palestinesi chiamano nazisti gli ebrei. E tutte le volte che è stata proposta la soluzione dei due Stati, dalla Commissione Peel nel 1937 e poi ancora nel 1948 e nel 2001, gli israeliani l’hanno accettata e i palestinesi no. Dopo gli Accordi di Oslo Arafat ha affermato: «l’Olp ora concentrerà i suoi sforzi nel tentativo di dividere psicologicamente Israele in due campi».

Se avessero vinto i palestinesi
«Gli ebrei hanno sfruttato l’Olocausto? Il Piano di Partizione delle Nazioni Unite era ingiusto nei confronti dei Palestinesi? Nel territorio che poi divenne lo Stato di Israele gli ebrei erano una minoranza? La persecuzione dei palestinesi da parte di Israele è stata la causa fondamentale del conflitto arabo-israeliano? La Guerra d’Indipendenza di Israele è stata un’aggressione espansionistica? è stato Israele a creare il problema dei profughi arabi? è stato Israele a cominciare la Guerra dei Sei Giorni? L’Occupazione israeliana è priva di qualsiasi giustificazione? La Guerra del Yom Kippur è scoppiata per colpa di Israele?», si chiede ancora nel libro.
Israele può avere creato parecchi profughi tra coloro che rifiutarono di tornare in pace, ma se avessero vinto i palestinesi le cose sarebbero state molto diverse perché lo scopo dichiarato del Segretario Generale della Lega Araba era «una guerra di sterminio e di violento massacro, che verrà ricordata come le devastazioni mongole e le Crociate». Se i palestinesi avessero vinto non ci sarebbe stato alcun problema di profughi israeliani. È per questo motivo che Israele, nel caso del Negev ricco di petrolio e della West Bank, ha scambiato territori in cambio di sicurezza e nel 2001 è stata pronta ad impegnarsi massicciamente nel piano di Clinton.
Proprio come la campagna terroristica del Mufti convinse gli inglesi a fermare l’immigrazione ebraica negli anni Trenta, così Arafat continua la politica di terrore tipica della sua famiglia per ottenere concessioni, se non direttamente da Israele, almeno dalla Comunità Internazionale, a giudizio della quale Israele è il solo Stato “razzista” e l’unico ad essere condannato per violazioni dei diritti umani. Eppure la Corte Suprema di Israele ha vietato ogni genere di “pressione fisica” sui prigionieri e imposto “regole di ingaggio” che mettono in pericolo gl stessi soldati israeliani. Al contrario, la tortura e la mancanza della stessa idea di uno stato di diritto caratterizzano i paesi vicini di Israele e in modo particolare l’Autorità Palestinese.

Il successo del terrorismo
Per quanto riguarda la “equivalenza morale”, Dershowitz cita la New Catholic Encyclopedia. Donne e bambini possono morire per le impreviste conseguenze di un attacco militare contro i terroristi, ma le organizzazioni terroristiche palestinesi hanno come obiettivo specifico proprio donne e bambini. Per una donna palestinese morta ci sono quattro donne israeliane morte, e il loro numero sarebbe anche superiore se il controterrorismo non fosse riuscito a impedire una notevole quantità di attentati. Gli attentatori suicidi, con bombe cariche di chiodi, veleno per topi per impedire la coagulazione del sangue e virus dell’Aids e dell’epatite, infliggono una “punizione collettiva” indiscriminata e combattono una guerra batteriologica. Al contrario, la distruzione di case da parte di Israele è una punizione selettiva, giustificata moralmente ma negativa dal punto di vista televisivo. In realtà, l’assassinio di leader terroristi da parte di Israele è l’esatto opposto di una punizione collettiva.
È ovvio a tutti i leader del mondo che Arafat non farà mai la pace finché vedrà il “successo” assicurato dal suo terrorismo e avrà timore del destino riservato ai sostenitori della pace come il presidente Anwar Sadat e il re Abdullah di Giordania. Come si possono comprendere allora le dichiarazioni dell’Onu e dell’Unione Europea, o i tentativi messi in atto da alcune università americane ed europee per escludere, in modi che ricordano le Leggi Razziali, i professori israeliani? Perché alcuni ebrei, come Noam Chomsky, guidano questi movimenti? Israele – l’ebreo tra le Nazioni – conclude Dershowitz, deve dunque essere disprezzato, umiliato e condannato ad una nuova diaspora? Tuttavia, secondo Dershowitz non deve essere concesso ai terroristi un potere di veto sul processo di pace, e l’Autorità Palestinese, in vista di una soluzione a due Stati, deve compiere “uno sforzo onesto e assoluto” per dimostrare di avere il completo controllo della forza militare, proprio come nel 1948 il nuovo Stato ebraico disarmò con la forza le organizzazioni terroristiche ebraiche, l’Etzel e il Lechi. Dershowitz è convinto che la giustizia della sua causa verrà riconosciuta, proprio come la Common Law si fonda sul Common Sense.

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