Arriva la bomba dei mullah
E così i mullah l’hanno scampata un’altra volta. Stavano per essere deferiti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dalla Iaea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, per una lunga serie di infrazioni e promesse mancate. Un accordo dell’ultimo minuto con una troika di paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito) ha fatto cambiare idea alla maggioranza dei 35 paesi rappresentati nel consiglio della Iaea lasciando gli Usa, fautori di una linea più dura, isolati.
Siamo alle solite: c’è una crisi che riguarda un cosiddetto stato canaglia, e l’Occidente si divide automaticamente fra giudiziosi europei da una parte, assertori del dialogo e del negoziato ad oltranza, e bellicosi americani e israeliani dall’altra, fautori delle maniere forti nei confronti del reprobo. Stavolta la pietra dello scandalo è il programma atomico dell’Iran. Per 18 anni di seguito (dal 1984 al 2002) Tehran ha condotto attività finalizzate alla produzione di uranio arricchito senza notificarle alla Iaea, violando così il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) sottoscritto nel 1970. L’arricchimento dell’uranio è operazione preliminare tanto alla produzione di energia nucleare che alla costruzione di armi atomiche. L’Iran continua a insistere che il suo programma non ha scopi militari: «Sì alla tecnologia nucleare pacifica e no alle armi atomiche… perché le consideriamo una minaccia per l’umanità», ha dichiarato il presidente Mohammad Khatami durante una sfilata militare nell’agosto scorso. E anche la Iaea nella sua risoluzione del 12 settembre 2003 (la prima che denunciava le violazioni iraniane) ammetteva che «non ci sono prove che le materiali attività nucleari precedentemente non dichiarate… fossero collegate ad un programma militare atomico». Secondo Colin Powell, invece, gli iraniani stanno già adattando i loro missili alle testate nucleari che dovrebbero portare. Tehran avrebbe accettato di sospendere le attività finalizzate all’arricchimento dell’uranio solo per evitare il deferimento al Consiglio di Sicurezza e guadagnare tempo, mentre i siti del programma atomico, in gran parte ignoti agli ispettori della Iaea sarebbero, secondo l’intelligence americana, ben 350.
Il 28 settembre, in piena campagna elettorale, G.W. Bush aveva minacciosamente ribadito: «L’Iran non avrà armi atomiche». Gli israeliani, per parte loro, non possono fare grosse pressioni sulla Iaea, dal momento che non hanno mai firmato il Tnp e detengono un numero sconosciuto di testate nucleari. Il governo di Gerusalemme non ha lanciato avvertimenti formali, ma attraverso voci non ufficiali ha fatto sapere che si tiene pronto per attacchi preventivi alle strutture iraniane, sul modello di quello condotto nel 1981 contro il reattore nucleare irakeno di Osirak; e ha fatto grande pubblicità al recente acquisto di 500 bombe anti-bunker americane da una tonnellata ciascuna.
Nucleare per uso civile? Pietosa bugia
Ma la questione ha davvero contorni tanto incerti e controversi? Solo per i fortemente miopi. «Quando qualcuno segretamente e illegalmente produce un materiale nucleare che non ha nessun uso civile ma è perfetto per le bombe atomiche, quel qualcuno sta fornendo le prove che la sua attività mira all’armamento nucleare», scrive Gary Milhollin, direttore del Wisconsin Project on Nuclear Arms Control. Perché il plutonio e l’uranio arricchito che l’Iran sta producendo non possono essere destinati ad usi civili? Perché se così fosse, ci troveremmo di fronte ad una follia economica. In Iran c’è una sola centrale nucleare quasi pronta ad entrare in funzione, quella costruita dai russi a Bushehr. «Il reattore – spiega Milhollin – funzionerà con uranio arricchito fornito dai russi. Per usare plutonio al suo posto l’Iran dovrebbe rompere il contratto di fornitura con Mosca, sviluppare la complessa tecnologia necessaria ad estrarre grosse quantità di plutonio dal carburante esausto del reattore di Bushehr, rimangiarsi l’impegno di rispedire il carburante esausto in Russia e costruire un costoso impianto per trasformare il plutonio estratto in carburante per il reattore». Lo stesso discorso vale per l’uranio arricchito: «L’unico uso civile per l’uranio arricchito in Iran è di fornire carburante al reattore di Bushehr. Ma, come nel caso del carburante di plutonio, per far questo l’Iran dovrebbe rompere il contratto di fornitura con la Russia. Dovrebbe poi anche spendere parecchie volte più di quanto spenderebbe a importarlo dalla Russia per produrre il carburante localmente, e dovrebbe rinviare di parecchi anni l’entrata in funzione del reattore, in attesa che l’uranio arricchito di produzione locale sia pronto. Nessuno crede che l’Iran farà questo».
Quel che invece l’Iran farà, e anzi quasi sicuramente sta già facendo, sarà di utilizzare il proprio o altrui uranio arricchito per costruire bombe atomiche. Per produrre il carburante necessario a far funzionare la centrale civile di Bushehr per un anno sono necessarie decine di migliaia di centrifughe: un lavoro che all’Iran richiederebbe decenni. Per produrre l’uranio arricchito per una bomba atomica all’anno bastano 2mila centrifughe, di cui l’Iran probabilmente già dispone, essendosi procurato segretamente la tecnologia e le componenti in quasi vent’anni di attività clandestine. I russi hanno capito talmente bene l’antifona che condizionano il completamento della centrale di Bushehr e la sua entrata in funzione ad un formale impegno da parte iraniana a rispedire in Russia il carburante esausto del reattore: dimostrano così di essere convinti che gli iraniani lo utilizzerebbero per scopi militari.
Tutto l’affaire del nucleare iraniano è scoppiato perché due anni fa, nell’agosto del 2002, i dissidenti del Consiglio nazionale della resistenza iraniana hanno annunciato in una conferenza stampa l’esistenza di una struttura segreta per l’arricchimento dell’uranio a Natanz, una località 160 km a nord di Isfahan. Pressato dalla Iaea, l’Iran ha cominciato ad ammettere una vita intera di trasgressioni, dall’importazione di uranio esafluoride dalla Cina nel 1991 alla costruzione dell’impianto pilota di Natanz, dall’importazione di centrifughe e laser ai test di funzionamento delle centrifughe fra il 1998 e il 2002, dalla struttura per la conversione dell’uranio di Isfahan al grande complesso di Natanz, che una volta completato coprirà un’area di 100mila metri quadrati. Tutte iniziative che il Tnp non vieta: se soltanto vengono dichiarate in anticipo e sottoposte al controllo della Iaea, cosa che l’Iran si è guardato bene dal fare.
Almeno 25 atomiche all’anno
Dopo le rivelazioni dell’agosto 2002 Tehran ha preso a collaborare con la Iaea, ma sempre un po’ alla Saddam Hussein, cioè fornendo spiegazioni non convincenti e negando l’evidenza fino al momento in cui i fatti la costringevano alla sincerità, o non fornendone affatto: gli iraniani non hanno ancora spiegato perché abbiano prodotto un isotopo altamente tossico del polonio, che non ha nessun uso civile ma che è funzionale all’innesco della reazione neutronica nelle armi nucleari; non hanno spiegato come mai i prelievi di materiali a Natanz da parte della Iaea abbiano rilevato tracce di uranio altamente arricchito, mentre le autorità affermano che le attività di arricchimento non sono ancora state avviate. Un episodio inquietante risale al maggio scorso: gli ispettori della Iaea hanno chiesto di essere accompagnati in un sito precedentemente visitato e censito solo per scoprire che le installazioni erano state completamente smantellate. Alla domanda su cosa fosse accaduto, gli accompagnatori iraniani hanno risposto che mai in quel luogo erano esistiti edifici e laboratori collegati alle attività nucleari. All’esibizione di foto delle installazioni prese nelle visite precedenti, gli iraniani hanno risposto che gli ispettori si stavano sbagliando e le foto erano state prese sicuramente in altre località. Purtroppo per loro esistono foto satellitari della località (Lavizan Shiyan, nord-est di Tehran) che mostrano che fra l’estate del 2003 e il marzo del 2004 edifici esistenti sono stati smantellati e parte della copertura vegetale e del terreno stati asportati, probabilmente per eliminare le tracce di radioattività. Su un punto, comunque, tutti gli osservatori concordano: una volta completata, la struttura di Natanz potrà ospitare fino a 50mila centrifughe e produrre uranio arricchito sufficiente alla produzione di 25-40 bombe atomiche all’anno. Insomma, il caso “armi di distruzione di massa iraniane” sembra molto più solido di quello irakeno, ma gli europei non sembrano esserne scossi. Eppure stavolta è un po’ difficile accusare Usa e Israele di paranoia: alla sfilata militare per l’anniversario della guerra con l’Irak del 19 agosto scorso è vero che il presidente Khatami ha pronunciato parole rassicuranti, ma sui cartelli che accompagnavano il corteo c’era scritto: «Israele deve essere cancellato dalla carta geografica» e «schiacceremo l’America sotto i nostri piedi». Slogan un po’ truculenti per un paese votato al nucleare esclusivamente civile.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!