ARRIVANO I CINESI

Di Rodolfo Casadei
29 Luglio 2004
Resisterà l’Europa del tessile al decesso del vecchio accordo multifibre del 1974, ripreso nel 1995 dal Wto sotto il nome di Accordo sul tessile e l’abbigliamento?

Resisterà l’Europa del tessile al decesso del vecchio accordo multifibre del 1974, ripreso nel 1995 dal Wto sotto il nome di Accordo sul tessile e l’abbigliamento? O verrà inghiottita tutta intera dal gigante cinese? I numeri fanno un po’ spavento. L’Unione Europea (Ue) è attualmente il primo esportatore mondiale di prodotti tessili e il secondo di abbigliamento. Nel 2003, l’industria europea dell’abbigliamento (compresi i 10 nuovi Stati membri) impiegava 2.700.000 persone in 177mila imprese, per un fatturato complessivo di 225 miliardi di euro. Ma il settore tessile e dell’abbigliamento è un settore particolarmente importante anche per i paesi in via di sviluppo, che rappresentano il 50% delle esportazioni mondiali di prodotti tessili e il 70% delle esportazioni mondiali del settore dell’abbigliamento. Per molti di questi, tale settore rappresenta la principale fonte d’esportazione, che in alcuni casi raggiunge il 90% delle esportazioni di prodotti industriali. Il settore rappresenta così, secondo i paesi, dal 20 al 60% dell’occupazione industriale. Per alcuni paesi si può effettivamente parlare di dipendenza economica dal settore.
Cosa succederà dal 2005, con l’avvento del regime di libero scambio? Non solo l’Europa, ma anche paesi come Bangladesh, Mauritius e Sri Lanka perderanno importanti quote di mercato. Tra il 2001 e il 2003 la Cina ha visto raddoppiare il proprio export nella Ue nelle categorie di merci che sono state liberalizzate, mentre le esportazioni degli altri Paesi extra Ue sono diminuite del 20%. Attualmente le esportazioni di tessili cinesi ammontano ad una cifra compresa fra il 15 ed il 20% del mercato mondiale. Si può immaginare che nei prossimi due-tre anni la quota raddoppierà: non è irrealistico immaginare un mercato del tessile e dell’abbigliamento, intorno al 2010, in mani cinesi per il 40%.

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