Arroganza sunnita
Non tutti gli apartheid sono uguali, a quanto pare. Se nei primi anni Novanta i bianchi sudafricani avessero osato soltanto un decimo dell’intransigenza al tavolo della trattativa costituzionale e un centesimo delle provocazioni terroristiche che oggi i sunniti mettono in campo in Irak, l’intera comunità internazionale avrebbe riversato la sua esecrazione sui razzisti boeri. Ma siccome i sunniti irakeni sono nemici giurati degli americani, il loro anacronistico attaccamento al regime di minoranza che gli ha permesso di dominare per decenni su sciiti e curdi e la loro ostilità al testo costituzionale che sabato sarà sottoposto a referendum popolare trovano schiere di commentatori comprensivi. Ma perché la maggior parte dei sunniti si oppone alla nuova Costituzione? Diciamo che le loro obiezioni più forti vertono intorno a quattro punti: 1) la natura federalista del testo, che secondo loro prelude allo smembramento del paese; 2) la gestione delle risorse petrolifere, dei cui frutti curdi e sciiti vorrebbero privarli; 3) la discriminazione ai danni degli ex appartenenti al partito Baath; 4) l’identità nazionale del paese non chiaramente definita. Si può dimostrare che si tratta di pretesti per ritardare la normalizzazione del paese. Vediamo i punti uno per uno.
1) Il federalismo. Il testo stabilisce che fisco, difesa, dogane e politica estera spetteranno al governo federale, sanità, educazione e infrastrutture saranno a competenza partecipata e tutto il resto, compresa la sicurezza interna, sarà di competenza esclusiva delle regioni. Le norme che regoleranno la possibilità per i governatorati di unirsi per formare regioni sono demandate alla legge ordinaria, tranne che per la città di Kirkuk che deciderà entro il 2007 per referendum a quale regione vorrà appartenere. Sembra un federalismo ragionevole, ma i sunniti non la pensano così. Al massimo accettano l’autonomia regionale dei curdi (che esisteva già sotto Saddam dopo il 1991), ma non vogliono concedere Kirkuk, città in cui il regime trasferì migliaia di sunniti per alterare la composizione etnica. Affermano che nel sud gli sciiti creeranno una macroregione sciita che prelude alla tripartizione del paese. Esigono perciò che, se federalismo dev’essere, solo un numero ridotto di governatorati abbia facoltà di unirsi. In realtà la macroregione sciita è un progetto politico senza speranze, avversato sia dall’ayatollah Sistani che dall’estremista Moqtada al Sadr: gli sciiti sono la maggioranza assoluta in Irak, perché dovrebbero pensare alla scissione?
2) Il petrolio. Il testo costituzionale recita: «il petrolio è proprietà di tutto il popolo irakeno in tutte le regioni e province», e che «il governo federale amministrerà il petrolio e il gas estratti dagli attuali giacimenti in cooperazione coi governi delle regioni e province a condizione che i proventi siano distribuiti equamente in maniera compatibile con la distribuzione della popolazione in tutto il paese». Secondo alcuni curdi questo significa che i governi regionali potranno sfruttare per sé il petrolio estratto da giacimenti diversi da quelli ‘attuali’, ma l’ayatollah Sistani ha sempre tenuto duro sul punto che le risorse naturali, presenti e future, debbano essere suddivise fra tutti gli irakeni. Anche in questo caso le obiezioni sunnite appaiono pretestuose.
3) Il partito Baath. Questa è forse la più scandalosa delle richieste sunnite. Col pretesto che troppi sunniti sarebbero attualmente discriminati per la passata appartenenza al partito Baath, gli avversari della costituzione chiedono di annullare il passaggio dell’articolo 7 che mette fuorilegge «il Baath saddamista in Irak e i suoi simboli, sotto qualunque nome».
4) L’identità nazionale. Una prima versione del testo, voluta dai curdi, dichiarava che l’Irak «è parte del mondo islamico e la sua popolazione araba è parte della nazione araba». I sunniti si sono stracciati le vesti perché questa formulazione sminuiva l’arabità dell’Irak. Allora è stata modificata scrivendo che «l’Irak è membro fondatore della Lega araba e si riconosce nella sua Carta». Ai sunniti ancora non basta. Da parte di chi ha massacrato decine di migliaia di curdi e di iraniani in nome dell’arabità, ci si aspetterebbe maggiore modestia.
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