Ascolta, Israele
Sono un sacerdote cattolico, sono un frate francescano, sono un ebreo israeliano e patriottico. Con la mia conversione al cattolicesimo mi rendevo conto dell’assenza di rapporti normali tra lo Stato di cui sono cittadino e la chiesa di cui sono membro e sacerdote. Sono stato poi impegnato, dalla fine degli anni ’70 e lungo gli anni ’80, nei diversi tentativi di normalizzare i rapporti tra Israele e Chiesa cattolica. Tentativi che a suo tempo non erano riusciti. Ho avuto l’onore e il privilegio di essere chiamato ad assistere ai colloqui che portarono alla fine del 1993 alla firma dell’accordo giustamente denominato “Fondamentale” che aveva l’intento di regolarizzare, normalizzare i rapporti tra lo Stato di Israele e la Chiesa cattolica. Perché diventassero rapporti corretti e reciprocamente rispettosi, che garantissero anche un regime di legalità e trasparenza nei rapporti Chiesa-Stato. A mio avviso il mio ruolo personale è stato ben più modesto di quanto certe pubblicazioni avrebbero voluto far apparire, comunque per me il risultato è stato motivo di grande consolazione e soddisfazione. Soprattutto perché si trattava non soltanto di un atto singolo ma dell’instaurazione di questo nuovo modo di rapportarsi che si doveva estendere a tutti i settori delle relazioni Stato-Chiesa. La Chiesa in Israele non è più una minoranza emarginata e in qualche modo sospetta, ma un soggetto alla volta sovrano e internazionale, interno e nazionale, partecipante pieno alla vita dello stato ebraico e meritevole di riguardo da parte delle pubbliche autorità. Non tutti i miei amici nel clero e nella comunità cristiana in Israele condividevano il mio ottimismo e il mio impegno. Non mancavano coloro che dopo anni di emarginazione e di insicurezza giuridica, mantenevano una posizione di scetticismo metodico. Dicendo che allo Stato importavano soltanto i rapporti diplomatici con la Santa Sede senza che fosse pronto a instaurare il nuovo tipo di rapporto globale con la Chiesa. Fui accusato da alcuni di naivitè, di essere un ingenuo e uno sprovveduto. Un giornale tunisino in lingua francese mi dedicò un intero articolo, definendomi semplicemente una “talpa”, una “spia” israeliana intenzionata a manipolare la Chiesa dall’interno. Si meravigliava, quell’articolo, di come le autorità ecclesiastiche non si accorgessero di tutto ciò. Comunque la pensassero certi miei confratelli, proseguii nel mio lavoro, convinto della necessità di questo passo storico di conciliazione che in un certo senso vedevo analogo tra la Chiesa e il moderno Stato italiano. Ecco, abbiamo assistito a due movimenti di liberazione nazionale nati nello stesso secolo decimonono, il movimento risorgimentale italiano e quello ebraico, che naturalmente per motivi diversi non riuscivano ad avere inizialmente rapporti normali con la Chiesa cattolica. Quindi mi immedesimavo nei sentimenti, nelle angosce, nelle attese dei cattolici italiani del periodo precedente alla conciliazione; poi alla loro soddisfazione a conciliazione avvenuta. Ora, non è l’episodio, ma il grave fenomeno del comportamento delle autorità del Paese rispetto alla Moschea di Nazareth che è vissuto da me come un dramma personale. E certamente la mia persona non ha alcuna importanza, il mio dramma personale non è un elemento importante di quello che sta succedendo… Però, siccome mi è stata chiesta questa testimonianza personale, con molta franchezza la do. Quello che più mi pesa è come le autorità governative, fin dall’inizio di questo dramma, si sono ostinate nel non dare ascolto alle istanze della Chiesa. Come se la Chiesa non ci fosse.
Un silenzio assordante
Bisogna ricordare le fasi di questo dramma e ricordare che in origine vi è la rivendicazione di alcuni ambienti integralisti islamici di costruire la moschea di fronte alla Chiesa dell’Annunciazione sul terreno demaniale già destinato ad un piazzale che facilitasse l’accesso dei pellegrini. Fin dall’inizio, fin dal primo momento in cui si è affacciata questa strampalata idea, le autorità ecclesiastiche, a tutti i livelli, dalla Custodia della Terra Santa fino al supremo livello della Chiesa cattolica, insistevano, chiedevano, supplicavano e spiegavano al governo di Israele perché tale idea rappresentasse un attacco gravissimo ai rapporti con la chiesa cattolica, un attacco contro il santuario dell’evento fondamentale del cristianesimo: l’incarnazione del verbo divino. Bene, rifiutando di dare ascolto a tutte queste istanze della Chiesa, agli appelli, alle suppliche, alle preghiere, il governo Barak decise di edificare questa moschea sul terreno demaniale. Decisione che venne poi confermata proprio alla vigilia del pellegrinaggio del Santo Padre in Terra Santa. Fu così che le insistenze della Chiesa continuarono anche durante il pellegrinaggio pontificio, continuarono dopo, senza mai cessare, e sono state rinnovate in seguito, con il cambio di governo in Israele, tra l’altro con una lettera dettagliatissima del padre Custode di Terra Santa al primo Ministro, lettera che non ha, ad oggi, ricevuto risposta alcuna, così come, ad oggi, l’attuale governo non ha espresso alcuna volontà di rivedere la decisione presa. Così, la settimana scorsa, abbiamo assistito all’inizio dei lavori per gli scavi delle fondamenta della progettata moschea. Come se niente fosse stato detto, come se quello che fu detto e chi lo disse non contasse niente.
Sul piatto della bilancia
Ora, per capire quanto profonda sia la ferita, bisogna capire che qui non si tratta da parte nostra di opporci a qualche interesse nazionale. Se qui ci fosse un grande interesse nazionale di Israele si potrebbe anche capire il fatto che non si vuole piegare davanti alle rimostranze di chicchesia. Però a volere la moschea è un piccolo gruppo, difficilmente identificabile e che comunque non rappresenta né il movimento islamico in Israele né altri ambienti conosciuti. Giova anche ricordare che esponenti autorevolissimi del mondo islamico si sono opposti a questo progetto e hanno chiamato al rispetto delle sensibilità e delle attese della Chiesa. Eppure per accontentare un piccolo gruppo che si è dimostrato anche violento nel violare le leggi, il governo si è mostrato inflessibilmente deciso a respingere le istanze ragionevoli dell’intera Chiesa cattolica, dal capo fino all’ultimo dei fraticelli. È questo che non si capisce, è questo che per me è una ferita profonda perché non lo vedo compatibile con il nostro sogno, con la nostra missione, con tutto quello per il quale alcuni di noi hanno pagato un prezzo personale altissimo. E non parlo solo di me, c’è anche qualcun altro che ha pagato di persona questa impresa di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Santa Sede. Adesso, quelli che otto anni fa criticavano e dubitavano, si scherniscono di noi. Dicono che questa è la conseguenza della nostra buona fede e del nostro ottimismo. Io vorrei che si capisse questo in Israele: siccome io, nella mia qualità attuale di portavoce della Custodia di Terra Santa, ho fatto di recente diverse dichiarazioni contro la costruzione della moschea e contro gli atteggiamenti del governo, ci sono funzionari e esponenti del governo che se la prendono personalmente con me perché pensano forse che da amico sono diventato avversario. E questo mi spiace molto, perché significa che non hanno capito nulla di quello che volevo vedere realizzato. I rapporti diplomatici, i trattati, gli scambi di visite, sono atti formali che devono esprimere una sostanza. E la sostanza deve essere il rispetto reciproco. Io vedo in questo caso venir meno tutto ciò. Alla fine sarà ricordato solo come un brutto episodio? No, bisogna capire molto bene che se questo attacco alla cristianità non verrà fermato, esso non resterà come il sintomo di un malessere passeggero che si potrà poi di nuovo ricomporre. Qui la moschea edificata rimarrà per sempre, qui si tratta di una ferita che non si potrà più rimarginare. Questa è la differenza tra questa crisi e un qualsiasi altro episodio di incomprensione : si creerà una ferita permanente. Ed è questo che solleva tanto sgomento e dolore. Ed è per questo che speriamo che il governo si ravveda e annulli la decisione sfortunata del governo precedente. Io, come cittadino israeliano, in tutta onestà, libertà e franchezza, mi rivolgo al mio governo e chiedo alle autorità del mio Paese di riflettere bene sulla scelta da fare: assecondare l’obbiettivo provocatorio di un piccolo gruppo di cittadini che si sono già dimostrati pronti a disprezzare lo Stato e la legge, o proseguire sulla strada dei rapporti con la Chiesa cattolica. Israele, soppesa bene quello che c’è sulla bilancia!
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