Aspettando l’onda anomala

Di Bottarelli Mauro
04 Ottobre 2007
Non scatenerà il crac del mercato immobiliare, ma la crisi dei mutui subprime americani arriverà anche in Italia. Previsioni dalla City

Le ricadute della crisi dei mutui sull’economia «non devono essere sottostimate perché si tratta di un processo destinato a protrarsi nel tempo». L’allarme è del Fondo monetario internazionale (Fmi) che, nel suo ultimo rapporto Global Financial Stability, invita il settore del “private equity”, così come le authority che monitorano i mercati, a «trarre la loro lezione in modo da rafforzare il sistema finanziario contro futuri shock». L’Fmi fa notare soprattutto che «i rischi sui mercati sono aumentati e i mercati sono diventati più volatili» e spiega che la crisi dei subprime americani non è altro che la manifestazione di questo “deterioramento” degli ultimi anni. Un’analisi condivisa anche dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, secondo il quale nonostante «le banche italiane siano poco esposte e l’esposizione che hanno non desti particolari preoccupazioni sarebbe da sciocchi dire che non ci sarà niente all’orizzonte».
D’altronde come non essere preoccupati di fronte a fenomeni come quello della Northern Rock, la banca inglese ridotta all’insolvenza e costretto a chiedere un prestito miliardario dalla Bank of England per garantire i crediti dei correntisti? Eppure un noto commentatore del Financial Times ancora il 24 agosto confessava: «Ho comprato Northern Rock, incapace di resistere a un prezzo di 645 pence, il che dà un price-earning (un differenziale di guadagno, ndr) di 6 e un dividendo del 6,2 per cento». Il consiglio di quest’ultimo fu seguito. Il giorno seguente il volume di scambi a Londra, concentrato sui titoli bancari, aumentò del 50 per cento, trascinando in alto la Borsa. Oggi le appetibili azioni di Northern Rock comprate a 645 pence fluttuano tra un massimo di 400 e un minimo di 350. Un destino inglorioso, quello della banca di Newcastle, che cresceva del 20 per cento l’anno ed era l’invidia dei concorrenti. Ora, invece, a fronte della crisi generale e della mancanza di liquidità, ha dovuto ammettere di avere in dote un’esposizione ai mutui subprime americani pari a 275 milioni di sterline, a cui ne vanno aggiunti altri 325 in «posizioni su veicoli di investimento strutturati», ovvero debiti trasformati in derivati. La crisi è globale, quindi.
Alcuni analisti finanziari rafforzano le sirene d’allarme evidenziando il fatto che, nell’accresciuta volatilità e avversione al rischio di questo periodo, si è apprezzato lo yen, la valuta che piace tanto agli speculatori per il “carry trade”, operazione che si realizza contraendo debiti a breve in yen (a tasso basso) e prestando a lungo termine in investimenti a tasso più alto. Ora che lo yen risale – avvertono gli analisti – anche il debito di questi raider sale e rischia di schiacciarli. Ciò profila altre bancarotte, oltre a quelle attese a danno dei compratori di titoli subprime (garantiti da mutui ormai inesigibili). Si preannuncia un doppio crac, insomma. Gli indebitati in yen sono infatti obbligati a farsi restituire i soldi prestati per estinguere i loro debiti giapponesi. Ciò, come minimo, forzerà verso l’alto i tassi d’interesse a lungo termine. Di conseguenza, anche il costo dei mutui variabili aumenterà, accrescendo il numero degli insolventi e quindi accelerando il crack immobiliare americano (più case invendute offerte a prezzi da liquidazione) e la conseguente recessione. È stato sempre il Financial Times a mettere in guardia i mercati sul fatto che il crollo del settore immobiliare (si prevede un 20 per cento in meno), legato alla crisi dei mutui, è ormai imminente e porterà con sé un rimbalzo a livello occupazionale che si quantifica in 100 mila unità nella sola Gran Bretagna. Come se non bastasse, i prezzi di petrolio e grano, in continua crescita, andranno a colpire le economie familiari: il governo britannico la scorsa settimana è già dovuto intervenire per bloccare il cartello messo in atto dalle principali catene di distribuzione per sfruttare l’apprezzamento del latte.
Insomma, come rilanciava in prima pagina il Wall Street Journal, la crisi della Northern Rock sarebbe solo la punta dell’iceberg di quanto attende la Gran Bretagna. Una «quiet crisis». Così l’ha definita Michael Saunders, capo economista della Citigroup a Londra, secondo il quale «se il prezzo delle case continuerà a scendere, i proprietari non solo cominceranno a percepirsi come più poveri ma si vedranno imprigionati da mutui che paradossalmente supereranno il valore dei loro immobili». A quel punto sarà crisi vera, una sfida molto più grave della mancanza di liquidità di una banca. E l’Italia? «Da un certo punto di vista – spiega Saunders a Tempi – la tradizionale “avarizia” con cui le banche italiane hanno sempre concesso i mutui e l’eccesso di richieste di garanzie in questa fase giocano un ruolo positivo: chi ha avuto un mutuo è quasi certamente in grado di pagarlo. Sugli oltre 3 milioni di contratti in essere in Italia (ogni anno se ne fanno circa 500 mila), secondo le stime delle vostre associazioni dei consumatori, sarebbero 400 mila le famiglie a rischio. Le difficoltà ci sono, invece, per chi ha comprato casa negli ultimi cinque anni, quando la propensione delle banche a proporre il tasso variabile ha aggravato la situazione e per molti la rata mensile è diventata un incubo. Basti pensare che in Italia il 75 per cento dei mutui ha la formula variabile, mentre in Francia e Germania il 75 è a tasso fisso. Non stupitevi quindi se a breve le banche italiane si metteranno a costituire società che possano partecipare alle aste giudiziarie dove confluiscono le proprietà ipotecate di chi non onora il mutuo. Non sono enti caritatevoli». Ecco quindi che torna a riecheggiare il monito di Mario Draghi.

La fiducia ai minimi storici
A gettare ulteriori ombre sul futuro prossimo del nostro paese ci ha pensato poi il Wall Street Journal, che il 27 settembre , a pagina 3 (quella definita “nobile” nell’ambiente giornalistico), parlava chiaramente di visione oscura per la Eurozona e metteva sotto osservazione il rallentamento delle economie italiana e tedesca, preannunciando un ulteriore deterioramento della fiducia a causa delle crisi del credito. Stando alle previsioni degli economisti, tra cui Ken Wattret di Bnp Paribas, «il peggio deve ancora arrivare visto che una volta che determinati trend entrano in fase attuativa restano così per un periodo di tempo non determinabile». In un mese, tra agosto e settembre, l’indice di fiducia del mondo degli affari è sceso dal 93,8 al 92,2: Roma si giustifica con il rallentamento della domanda interna, ma si tratta comunque di un rallentamento che ha portato l’indice al valore minimo degli ultimi 21 mesi. Prosegue Saunders: «La crisi che sta per investire l’Europa, Italia compresa, non va per nulla sottovalutata perché nessuno in tutta onestà sa dire dove ci porterà. L’effetto minimo che dobbiamo aspettarci è un rallentamento dell’economia ma non possiamo prevedere quale sarà quello massimo, questa è la grave incognita che aleggia su di noi. Sono d’accordo con il governatore della Banca d’Italia sul fatto che i vostri istituti di credito siano i meno esposti al contagio dei subprime e dei “junk bond” ma potenzialmente anche le vostre banche avrebbero potuto ingurgitare prodotti finanziari composti come polpette avvelenate in maniera indiretta. Il problema italiano, infatti, non deriva dai mutui fondiari ma dal commercio di prodotti finanziari, pieni di questi derivati, finiti nel portafoglio delle banche».
Chi e come potrebbe aver inglobato “polpette avvelenate”? Ovviamente il principale indiziato è chi ha compiuto acquisizioni di altri istituti, soprattutto esteri, nella cui “pancia” avrebbero potuto esistere derivati di dubbia provenienza: anche la più accurata “due diligence”, infatti, può poco quando le stesse agenzie di rating fino all’ultimo hanno certificato la bontà di obbligazioni che in realtà erano poco più che spazzatura.

Il problema non sono i furbetti
In questo caso il rischio dell’effetto domino c’è eccome, visto che la presenza di simili derivati nel proprio portafoglio potrebbe determinare forti crisi di liquidità e conseguenti crisi nel sostegno dell’economia. «Il problema – conclude Saunders – è che viviamo nell’incertezza, non c’è più rapporto nemmeno tra banche e banche o tra banche e banche centrali. Senza contare che l’Italia rischia il possibile combinato tra “spazzatura” esterna e quella interna. Il passato recente insegna. E di junk ne avete in circolo ancora parecchi. Una crisi, poi, può essere determinata anche da altro in Italia, da quell’intreccio vizioso che lega i destini di banche e grandi gruppi industriali indebitati con esse il cui stato di salute è solo apparentemente buono. La grande farsa che vivete ha scaricato tutto il marcio sul ramo immobiliare, “inventandosi” i cosiddetti furbetti. Paraventi, punte minuscole di un iceberg: la vostra vera spazzatura è legata a vicende speculative su aziende del ramo industriale. Vi assicuro che la stabilità non è il loro principale pregio in questo momento. Anzi».
E nel nostro paese c’è un’azienda con un problema tutt’altro che risolto e un’esposizione bancaria tale che, con la sola redditività industriale (ciò che si produce e si vende), non può nemmeno lontanamente pensare di mettere una pezza per ridurre questo debito. Siamo al credito inesigibile, al controllo bancario delle leve dell’economia. Ma da qualche parte le banche i soldi andranno a riprenderseli e non è detto che a pagare siano i vertici di queste aziende in coma di cui la collettività paga l’accanimento terapeutico. Anzi, quasi certamente saranno altri. Saranno i soliti. Saremo noi.

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