Assenza ingiustificata

Di Persico Roberto
26 Luglio 2007
Alunni che si fanno beffe dei prof, insegnanti che quando va bene si danno alla macchia, l'ignoranza che dilaga. Bilancio di un anno di scuola di Stato. Che fine ha fatto la politica?

Un anno vissuto pericolosamente. E sotto lo sguardo impietoso dei videofonini. Che hanno misurato la distanza abissale che separa la retorica delle istituzioni dalla “verità effettuale delle cose”, come direbbe il buon Machiavelli. Tutto è cominciato, a ottobre, col video shock del ragazzo autistico malmenatato dai compagni bulletti in una scuola di Torino. Poi a novembre il filmato della ragazzina violentata in aula, con la registrazione venduta dai seviziatori a cinque euro. Le violenze sui disabili, e in generale sui compagni indifesi, sono diventate un caso nazionale. Più recente, tra marzo e aprile (effetto primavera?), l’esplosione degli scandali sexy. Prima la “professoressa di Lecce”, diventata un’autentica star del web (la sua “performance” è ancora oggi uno dei clip più scaricati) grazie all’esibizione del suo rotondo posteriore decorato da elegante perizoma tranquillamente palpeggiato da alunni intraprendenti, e tornata in scena un paio di mesi dopo, ripresa mentre uno studente mima un atto poco equivocabile mentre lei parla tranquillamente al cellulare. Poi è stata la volta dell’insegnante intervistata da un alunno con pesanti domande sulle sue preferenze sessuali e apostrofata brutalmente davanti a tutta la classe. Nel frattempo, intorno, è tutto un fiorire di filmini a contenuto più o meno boccaccesco, con burle, spesso tutt’altro che divertenti, preparate da studenti a danno di compagni e professori.
I turbamenti adolescenziali, i pierini e gli zimbelli, così come gli scherzi agli insegnanti (a quelli che se li lasciano fare), probabilmente appartengono alla scuola da quando esiste. Ma pubblicati in rete hanno avuto un perverso effetto moltiplicatore, hanno spedito le aule in prima pagina. E l’immagine dell’istituzione scolastica è caduta a picco. Poi, verso la fine dell’anno, il crescendo. I ragazzi che si rollano uno spinello sotto gli occhi dell’insegnante indifferente, il professore che prende sul serio gli interventi senza senso dello studente filone (ma si può capirlo, in fin dei conti paiono più sensati dei suoi dotti sproloqui social-letterari), per finire, per ora, col filmino degli studenti che si accaniscono su un indifeso crocifisso. A far da condimento, sfuggiti alle pagine di YouTube ma non a quelle dei giornali, la professoressa di Nova Milanese sorpresa in atteggiamenti un po’ troppo intimi con tre alunni di terza media, quella di Palermo denunciata dai genitori per aver fatto scrivere cento volte «sono un deficiente» al figlio che dava del gay a un compagno, l’insegnante e il preside malmenati dai genitori.

Il bullismo? Colpa del Cavaliere
Insomma, un anno da far venire i capelli bianchi anche al più navigato dei ministri. Ma lui, Giuseppe Fioroni, non si è lasciato intimidire, e ha risposto colpo su colpo. C’è il problema del bullismo? Più soldi, e psicologo a ogni scuola. Poco importa se l’istituto dove è avvenuto il primo episodio il suo bel progetto di “educazione alla convivenza civile” ce l’aveva già. Anzi, visto che non è servito a niente, rafforziamolo. Non è difficile riconoscere che il problema, probabilmente, più che con l’educazione civica e la psicologia ha a che fare con quel che scrive Francesco Alberoni sul Corriere della Sera, e cioè che la competizione, il desiderio di primeggiare, è naturale, e se lo cacciamo dal suo luogo naturale, lo studio, inevitabilmente prende forme deviate. Ma chi sarà mai questo Alberoni? La sinistra preferisce rovesciare tutto addosso al solito Berlusconi: «È il clima di arrivismo e di spregio del più debole che ha creato nel paese la causa del bullismo» sentenziò il 21 novembre il ministro Paolo Ferrero dalle colonne di Repubblica, ovviamente premettendo che tale clima l’avrebbe creato il quinquennio di governo di centrodestra. Comunque, berluscofobici a parte, bisogna dare atto che anche nelle file dell’Unione più d’uno s’è lasciato cogliere dal dubbio che forse sul disastro della scuola italiana hanno inciso di più trent’anni di permissivismo postsessantottino che cinque anni di Cavaliere. E così il ministro, che non è insensibile a questi argomenti, ha deciso che la scuola deve tornare a essere severa.
Atto primo, la riforma dell’esame di maturità. Cosa sono questi commissari interni che promuovono tutti? Si torni all’antico, ha ordinato il ministro, almeno facciamo fifty-fifty: metà commissione esterna, l’altra metà interna. E poi cosa sono queste prove così facili? Zàcchete, ecco che quest’anno ai maturandi è capitato un compito di matematica che ha messo in crisi i professori – sì, i professori – più ferrati. Certo, il compito di matematica mica l’ha scritto Fioroni, ma intanto il danno è fatto. Risultato? Un bel 7 per cento tra non ammessi e bocciati all’esame contro il 3 per cento scarso degli anni passati, e la media dei voti si annuncia in ribasso. Evviva, la scuola è tornata a essere seria (come se aver portato uno studente fino lì e poi dirgli “spiacente, non sei capace” non fosse un fallimento). Non pago, il ministro è tornato pure, tra l’altro, a parlare di esami di riparazione (come se mandare in vacanza un ragazzino ignorante a giugno e ritrovarlo preparato a settembre non fosse la certificazione dell’inutilità della scuola).
Atto secondo, i telefonini. Cosa sono tutti questi telefonini in classe? Discussioni, polemiche, catastrofismi, e poi arriva Fioroni. Professori, sequestrate quegli apparecchi, fa scrivere il ministro sull’apposita circolare. L’ordine, però, è di quelli da applicare «con buon senso». Infatti basta farsi un giro su su YouTube per capire che solo la fine delle lezioni ha arrestato il bombardamento dei filmati studenteschi.
Atto terzo. E qui tocchiamo il punto dolente. La circolare sui telefonini contiene anche la proposta di un “patto sociale”, in cui le famiglie si impegnano a rispondere dei danni causati dai propri figli. Buona idea. Ma chi risponde dei danni causati ai figli dagli insegnanti incapaci? “Licenzieremo gli insegnanti fannulloni” titola il Corriere il 21 ottobre. È la risposta del ministero della Pubblica istruzione a un articolo di Pietro Ichino apparso sulle stesse colonne qualche giorno prima, il caso emblematico (ma non così raro) del professor M., assenteista di professione, che la normativa vigente rende intoccabile, a tutto danno dei suoi studenti. Fioroni promette che le norme, «troppo rigide e ipergarantiste», verranno cambiate. E, a onor del vero, ci prova. Il decreto Bersani ter, che sta ancora facendo il suo iter legislativo, contiene alcune modifiche dei procedimenti disciplinari. «Ma sono congegnate in modo tale che non cambierà nulla», spiega a Tempi un membro del Consiglio di disciplina che preferisce non far sapere il suo nome. Non sarà che c’hanno messo lo zampino i sindacati? «È probabile». Intanto, però, la vicenda ha sviluppi imprevisti e potenzialmente dirompenti: i genitori degli alunni del professor M. bocciati alla maturità hanno fatto causa all’amministrazione scolastica per essere risarciti del danno subìto. E il 16 luglio Ichino, sempre sul Corriere della Sera, incita tutte le vittime dei numerosi professor M. cresciuti all’ombra della scuola italiana a seguire l’esempio. Riuscirà l’iniziativa, sia pure con uno strumento un po’ estremo, ad avere la meglio sulla plumbea tutela sindacale del posto di lavoro senza se e senza ma?

«La Cdl inaugurerà il voucher»
«Peccato, perché qualcosa in questa direzione avevamo cominciato a fare». Il commento è di Valentina Aprea, pimpante responsabile scuola di Forza Italia, reduce dalla conferenza stampa in cui ha fatto le pulci a un anno di governo unionista dell’istruzione, investita pubblicamente da Sandro Bondi del compito di scrivere il programma elettorale in vista delle prossime («speriamo») elezioni. «Per di più noi siamo intervenuti non sul versante disciplinare, ma proprio su quello dell’offerta formativa: la legge 53, che è ancora vigente, lo ricordo, dà alle scuole la possibilità di articolare tale offerta, permettendo alle famiglie anche di valutare gli insegnanti, perché possono scegliere un’opzione o un’altra anche in funzione della qualità dei docenti impiegati. La 53 permette cioè alle famiglie di esercitare un reale diritto di scelta fra diverse opzioni, e quindi spinge tutti gli istituti a offrire il massimo». Fioroni, invece, «ha scelto la strada della restaurazione. E ha pure il coraggio di chiamarla sperimentazione. È la prima volta nella storia che non si sperimenta un’innovazione ma una restaurazione». Le obiezioni della Aprea all’operato di Fioroni si sprecano. Intanto il metodo: il pesante ricorso a mezzi legislativi impropri, come l’abuso dei voti di fiducia su qualsiasi materia, dalla Finanziaria alle leggi omnibus, di fatto hanno esautorato il Parlamento ed escluso le Regioni e le autonomie locali dai processi decisionali. Poi il merito: il ritorno alla vecchia istruzione tecnica e professionale, che ripropone una polverosa gerarchia di ben quattro livelli tra i percorsi, dalla serie A dei licei alla serie D dei corsi triennali regionali; l’impossibilità per gli studenti della prima superiore di proseguire lo studio di due lingue straniere già iniziato alle medie; il blocco del processo di alternanza scuola-lavoro. Dulcis in fundo, i quattrini: l’odiato governo Berlusconi aveva concesso al personale scolastico in tutto 277 euro di aumento, l’attuale ne ha promessi («promessi, si badi bene, ma la trattativa è in alto mare») solo 101. «Il problema invece è investire sull’autonomia delle scuole, sulla capacità di iniziativa degli insegnanti e dei genitori. Per questo Forza Italia ha già presentato un progetto di legge che prevede l’assegnazione della titolarità del rapporto di lavoro ai singoli istituti e il finanziamento a tutte le scuole, statali e paritarie, in base al principio della quota capitaria (cioè attraverso il finanziamento diretto della famiglia di ciascun alunno, un meccanismo simile a quello dei voucher americani, ndr). Aspettiamo solo che questo governo cada per attuarlo».

Roma matrigna
Certo, non è che tutto il male della scuola venga da Fioroni. Anzi, il ministro è stato capace di gesti molto coraggiosi. Come quando ha affrontato il correttismo multiculturale dicendo che a Natale bisogna fare il presepio. O quando ha portato a Budapest la mostra sulla rivolta del ’56 fatta dagli studenti di Portofranco, la stessa mostra che il liceo Muratori di Modena invece ha voluto censurare (vedi Tempi del 7 giugno). O, ancora, quando ha saputo tener testa ai talebani egualitaristi del suo schieramento, quelli che vorrebbero la scuola uguale per tutti (o quasi) fino a sedici anni, e ha preparato un decreto sul biennio che intanto permette ai benemeriti corsi di formazione professionale di proseguire (non resta che sperare che riesca a portarlo a casa). No, il virus della scuola non è Fioroni, semmai è la cultura del centrosinistra. Qualche tempo fa Mario Pirani scriveva su Repubblica: «Si dovrebbe tornare a un concetto di scuola come momento di relativo distacco dalla protezione familiare, del dispiegarsi del rapporto con una figura per lui inedita, l’insegnante, la cui autorevolezza non deve essere rimessa in gioco continuamente da mamma e papà». Belle parole, che toccano il problema serio della iperprotettività dilagante. Peccato, però, che la sostanza sia ancora quella: la scuola di Stato come strumento per strappare i ragazzi alla tradizione in cui sono cresciuti. La realtà, invece, è quella registrata da Ichino: i figli sono dei genitori, non dello Stato. Tocca ai genitori scegliere e valutare gli istituti e gli insegnanti, magari addirittura mettere in piedi scuole e gestirle. Dove si fa così, la scuola funziona. In Svezia, da quando fu introdotto il voucher, nel 1999, le scuole non statali sono passate dall’1 al 10 per cento, e sono migliorati gli indicatori dell’intero sistema, non quelli delle scuole private. Quanto tempo ci vorrà, in Italia, perché nei palazzi della politica penetri un po’ del buon senso svedese? Per ora il governo è in crisi e l’opposizione gonfia i muscoli godendosi l’odore di elezioni che sente nell’aria. Staremo a vedere. Nella passata legislatura, però, nemmeno il centrodestra riuscì a sciogliere questi nodi.

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