Autocritiche, uno Scalfaro esaltato e l’Eco esibizionista
«Gli stranieri ci guardano, e pensano che siamo impazziti», scrive Piero Ottone su Repubblica. Una buona regola nelle autocritiche è mostrare umiltà. Il pluralis majestatis non andrebbe usato. *** «Secondo me la pornografia sentimentale è peggio di un’esibizione di tette», scrive Enzo Biagi sul Corriere della Sera. Il maestro di giornalismo sa come fare un’autocritica. In prima persona. *** «L’Italia non ha bisogno dell’esaltazione di una persona», così l’Unità riferisce di un discorso di Oscar Luigi Scalfaro. Lo stile bolso-retorico dell’ex presidente non è mai chiaro, se il senso delle sue parole fosse che la Patria non ha bisogno di esaltati, allora l’autocritica sul suo settennato sarebbe precisa e circostanziata. *** «A noi, rimangono queste storie di anziani recalcitranti, che non vogliono uscire di scena o che ci vogliono rientrare a tutti i costi», scrive Giuseppe Turani su Repubblica. Sì, avete letto bene Turani, non Maurizio Gasparri. *** «Questo modello non è fascista o consumistico, ma veterocomunista e, per certi aspetti, sessantottardo», scrive Umberto Eco su Repubblica: l’autore del Romanzo della rosa si occupa dei riferimenti psicologici profondi della propaganda berlusconiana. Negli anni ’60 Eco spiegava come il valore culturale di Pippo, Pluto e Paperino fosse equivalente a quello di Dante. Poi si dedicò a raccontare come il Franti di Cuore fosse l’unico modello possibile per ragazzi intelligenti. Compose, ancora, romanzoni noiosi dove si uccideva per occultare un libro o dove una lista della lavandaia veniva scambiato per un complotto che coinvolgeva tutta la storia moderna dell’umanità. Lo scherzoso semiologo è fatto così, vuole esibirsi e scandalizzare. Il prezzo che pagano i lettori subendo le sue lunghe articolesse è comunque inferiore a quello che toccherebbe alla società se Eco invece di sfogarsi così, andasse ai giardinetti e aprisse l’impermeabile di fronte a signore innocenti.
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