Autodistruggetevi pure. Firmato il ministro della Sanità

Alcuni sostengono che la nostra società si voglia suicidare. Diffido delle spiegazioni generiche, e anche del pessimismo. Credo però che ci siano persone che, più o meno consapevolmente, sono impegnate a diffondere la morte. Per esempio alcuni nostri governanti, persone che, appunto, hanno il potere di promuovere comportamenti favorevoli alla vita, e al suo sviluppo, oppure alla morte, e alla sua diffusione.
Prendiamo il decreto del ministro della Sanità Livia Turco sulla droga. Negli stessi giorni in cui il ministro raddoppiava la quantità di droga consentita per uso personale, portandola, per la cannabis, a un grammo, equivalente a 20-30 spinelli, e il deputato di Rifondazione Francesco Caruso prometteva di piantare altri semi nelle fioriere davanti ai due rami del Parlamento, la Asl di Milano denunciava un «pericoloso strizzarsi l’occhio sulle tolleranze» tra adulti e ragazzi in materia di droga. Il risultato è che ormai, non ci sono più categorie al riparo dalle droghe (neppure i boy scout, ma già si sapeva), e i grandi trafficanti di droga, quelli che la tolleranza verso le sostanze doveva appunto far fuori, hanno virtualmente in mano la città.
Silvio Garattini, presidente dell’istituto Mario Negri, un uomo non certo di destra e neppure conservatore, definisce la decisione della Turco «un segnale sbagliato. dobbiamo evitare che l’uso diventi abitudine, un’abitudine che non va nella direzione di una società serena, equilibrata». E ha ammesso che manca informazione. È vero. Ad esempio noi non sappiamo quanti dei comportamenti che ogni giorno ci scuotono e ci preoccupano, dalle professoresse pedofile ai giovani sadici, alle violenze sessuali, si accompagnino all’abitudine agli stupefacenti. Ma, se nelle fogne di Milano è stato trovato un vasto campionario di ogni tipo di droga, dai derivati della cannabis alle amfetamine, a quelle più pesanti, è molto probabile che una relazione ci sia.
D’altronde, cara signora Turco, è proprio per questo che ci si droga, per “alterarsi”, per vedere la realtà diversa da quella che è. È del tutto naturale, quindi, che l’uso di sostanze produca dei comportamenti alterati. Che non sono solo il blando rallentamento motorio attribuito alla cannabis dai suoi fautori. Ci sono anche i timori paranoidi, con reazioni violente, che vengono dalla percezione di stare perdendo il contatto con la realtà. O le immaginazioni persecutorie che “aggiustano” la realtà alle proprie aspettative: di mio sarei un genio, ma siccome l’insegnante (o il capufficio) è sadico e cattivo, non mi promuove. Perché allora facilitare l’uso di droghe in una società dove essa già si diffonde dentro ogni categoria giovanile, producendo diso-rientamento, apatie, accessi di violenza, indifferenza morale, fatiche nell’apprendimento? Come non riconoscere, in questo messaggio sdrammatizzante, nei confronti di abitudini che producono drammi e distruggono esistenze, una sorda avversione alla vita, all’impegno, al miglioramento di sé e del mondo?
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