AYATOLLAH CHAVEZ

Di Rodolfo Casadei
26 Maggio 2005
LA SINISTRA RADICALE LATINOAMERICANA SOTTO LA GUIDA DEL PRESIDENTE BRASILIANO LULA STRINGE CON GLI ARABI UN'ALLEANZA ANTI-USA, IL VENEZUELANO CHAVEZ LA SCAVALCA FLIRTANDO CON L'IRAN

Grande sostegno alla causa palestinese, appello a Israele perché si ritiri entro i confini del 1967 e smantelli tutti gli insediamenti in territorio palestinese, denuncia delle sanzioni Usa contro la Siria, riconoscimento del diritto dei popoli a «resistere ad un’occupazione straniera in conformità al principio della legalità internazionale», condanna del terrorismo ma accompagnata dalla richiesta di una conferenza internazionale che definisca cosa si intende per terrorismo. Il primo summit arabo-latinoamericano della storia, fortemente voluto dal presidente Ignacio Lula Da Silva che è riuscito a riunire a Brasilia rappresentanti di 34 paesi di America latina, Nordafrica e Medio Oriente, stava concludendosi con una dichiarazione congiunta improntata alla più pura tradizione terzomondista quando il capo di Stato del Venezuela, il colonnello Hugo Chavez, ha pensato bene di esibirsi in uno di quegli show per cui va famoso. Nella dichiarazione c’era un passaggio che non gli andava a genio: i partecipanti riconoscevano il nuovo governo iracheno, rappresentato al summit dal presidente Jalal Talabani, alla sua prima missione internazionale. «La violenza in Irak è il prodotto di un’invasione – ha tuonato l’inventore del “socialismo bolivariano” -, della violazione della sovranità di un popolo da parte dell’impero americano». Quando Chavez ha preteso che si chiedesse il «ritiro delle forze imperialiste» dall’Irak, Talabani lo ha invitato a «sedersi e bere un caffè», perché «le forze straniere si trovano in Irak nel quadro di una risoluzione del Consiglio di sicurezza».

100 mila kalashnikov in arrivo
Salita al potere in una mezza dozzina di stati sudamericani, la sinistra radicale resuscita il suo vecchio sogno di creare un fronte di paesi del Terzo mondo contro l’egemonia degli Stati Uniti. Ma stavolta antepone la concretezza all’idealismo: non si rivolge indistintamente alle vittime dell'”imperialismo”, ma a quel gruppo di governi che più direttamente subiscono pressioni da parte degli americani, cioè quelli dei paesi arabi. E non importa che lascino a desiderare dal punto di vista dei diritti umani, della democrazia e delle politiche sociali: il nemico del mio nemico è il mio amico. Dentro a questo disegno strategico, abbastanza pragmatico da tollerare anche la presenza dell’Irak sotto tutela americana (per ora), si agita una posizione più estremista: quella di Hugo Chavez. La sua politica populista si fonda su due pilastri: la forte spesa assistenzialistica a vantaggio (nel breve periodo) dei gruppi poveri della popolazione, che può permettersi grazie agli alti corsi del prezzo del petrolio, di cui il Venezuela è un grande produttore; la retorica anti-Usa, che nei paesi latinoamericani è sempre molto apprezzata. Chavez moltiplica le provocazioni all’indirizzo di Washington per provocare la reazione dell’amministrazione Bush e potersi poi presentare come vittima di manovre di destabilizzazione da parte americana. A questo proposito, e non solo per concordare politiche petrolifere, Chavez ha stretto intensi rapporti con la Repubblica islamica dell’Iran, che lui ed esponenti del suo governo hanno più volte visitato a partire dal 2000 e le cui visite sono state recentemente ricambiate dall’arrivo a Caracas del presidente Khatami. In tale occasione Chavez ha definito l’Iran degli ayatollah «un alleato strategico», e affermato che la sua «resistenza contro le potenze straniere» è un esempio per tutti. Secondo gli analisti israeliani di Debkafile il Venezuela avrebbe già accolto sul suo territorio elementi dei “guardiani della rivoluzione” iraniani, incaricati di addestrare gruppi paramilitari filo-governativi e di assistere la guerriglia narco-marxista delle Farc e dell’Eln nella vicina Colombia. A questo proposito solleva grandi sospetti anche il fatto che Chavez abbia annunciato l’acquisto di 100 mila kalashnikov russi per sostituire le vecchie armi dell’esercito venezuelano. Questo è formato in tutto da 82.300 soldati, attualmente dotati di mitra Fn-Fal: come mai le armi ordinate sono più dei soldati? E che fine faranno quelle vecchie? Sì, Chavez sta giocando col fuoco.

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