Bad girl al capolinea
C’è Amy Winehouse, star londinese dalla voce potente e in odore di Grammy, che ormai passa le giornate ad annullare concerti già sold out. Le notti, invece, le trascorre a ubriacarsi nei club, con i fotografi alle sue magre calcagna, sempre pronti a immortalarla sfatta e aggrappata alla guardia del corpo, mentre il marito Blake si trova in prigione per aver aggredito il gestore di un pub. Poi c’è Britney Spears, ex bambina prodigio, ex fidanzatina d’America, ex idolo della generazione Mtv, la cui improponibile condotta degli ultimi mesi ha costretto un giudice della Corte suprema di Los Angeles a revocarle la custodia dei figli. E c’è, ancora, Courtney Love, la bionda rocker che quando smette per un po’ di ricordare al mondo e a se stessa il geniale e defunto marito Kurt Cobain, trova la salvezza e la fama nel passare da una clinica di riabilitazione all’altra, non si sa più se per abuso di silicone o di ansiolitici.
L’elenco potrebbe essere più lungo. Perché la casta delle cosiddette “cattive ragazze” trova anno dopo anno nuove adepte, in virtù della legge non scritta dell’industria musicale secondo la quale bravate e successi spesso sono tappe della stessa strada. Si dice con malizia che i produttori gioiscano segretamente quando qualcuno della scuderia abbandona la retta via, dato che scorribande alcoliche e arresti attirano i media, portando anche il nome meno conosciuto all’attenzione del grande pubblico. E pazienza se i teen-ager hanno sempre più modelli negativi appesi sulle ante degli armadi nelle loro camerette. L’importante è che l’artista abbia un’immagine che lo preservi dal dimenticatoio ed ecco che le vendite sono assicurate. A chi non accetta questa logica restano gli ultimi posti in classifica e magri contratti discografici. Ultimamente, però, questa tendenza ha trovato alcune smentite, incarnate da giovani cantautrici a cui basta una chitarra e uno sgabello per emozionare l’ascoltatore.
Un’idea di musica “intimista”, che punta a toccare corde profonde più che a stupire con l’immagine dell’artista. Permettendo anche a talenti minori della scena indie e meno patinata di farsi avanti, a volte in occasioni del tutto inaspettate. Ad esempio passando come colonna sonora in un episodio di un telefilm di successo come Grey’s Anatomy. Infatti, nella scena clou della terza stagione, il telespettatore è cullato da Keep Breathing di Ingrid Michaelson, timida ma convincente ragazza con gli occhiali di Staten Island, periferia newyorkese. Ingrid non aveva nemmeno un’etichetta di riferimento quando ha ricevuto la chiamata degli sceneggiatori della serie, letteralmente conquistati dal modo in cui questa ragazza acqua e sapone soffiava la sua voce attraverso le strofe.
La tendenza contagia anche la Gran Bretagna, sempre prodiga di novità interessanti in campo musicale. Di Glasgow è infatti Amy McDonald, diciannove anni, che scrive canzoni da quando ne aveva dodici e ha da poco festeggiato l’ingresso nella top ten inglese. La sua musica è un mix di rock e folk. Chitarre ritmate e voce un po’ roca ma in grado di risuonare potente nel microfono. È il caso della sua canzone di debutto, Poison Prince, contenuta nell’album This is life. Che ti entra dentro al primo ascolto, impossibile non seguirla mentre “bastona” i “cattivi ragazzi” che i teenager osannano come eroi (leggi Pete Doherty, cantante dei Babyshambles, ex fidanzato di Kate Moss, celebre per le sua irresistibile attrazione per ogni cosa sniffabile o iniettabile). Di Londra è invece Kate Nash. Il suo è pop, puro pop, fresco ma non scontato e per questo in grado di dominare le classifiche inglesi. Kate racconta di aver deciso di scrivere canzoni all’età di 15 anni, quando smise di credere che il punk di altri fornisse la giusta soluzione ai grandi quesiti adolescenziali. Made of Bricks, l’opera prima, è stato preceduto dal singolo Foundations, storia rabbiosa di un amore finito male, in cui Kate scandisce ogni sillaba e sottolinea con maestria i versi più cattivi, mettendo subito al muro l’ascoltatore che vi si ritrova invischiato, e a cui non resta che schierarsi dalla sua parte, vittima di chi le ha spezzato il cuore con cattiverie e bassezze. Sempre londinese è la sua coetanea Adele Adkins, che in Hometown Glory fa sfoggio di una voce calda, tipicamente soul, tanto che c’è già chi la paragona a Amy Winehouse, solo più morigerata. Il suo primo album è uscito proprio in questi giorni (il 28 gennaio), prodotto dalla XL Recording, casa discografica dei Sigur Ros, gruppo islandese in ascesa, e dei White Stripes. Caratteristica di Regina Spektor, moscovita di nascita, newyorkese di adozione, è un’importante estensione vocale, che rende i suoi lavori unici. Come Fidelity, del suo quinto album Begin to Hope, che è rapidamente diventato un successo internazionale (in Italia usato anche per uno spot tv). Un singolo insolito, pieno di “vocali ripetute” nel ritornello, che a un cantante improvvisato sembrebbero un ostacolo insormontabile, e per lei invece sono un vocalizzo come un altro (in termine tecnico si chiama glottal stop, ovvero la chiusura ritmica della glottide per “spezzare” la vocale che si sta pronunciando). Al suo grande amore per il pianoforte, strumento base dei suoi lavori, Regina unisce la voglia di raccontare storie, che preferisce attingere dalla fantasia piuttosto che dalla sua biografia
Quelle di Katie Melua, invece, sono ballate d’amore nel senso più classico, almeno per quanto riguarda i testi. Perché tra melodie e arrangiamenti non si indulge in classe, è un attimo chiamarlo jazz. È tutto un morir di arpeggi di chitarra lievi, lievissimi, accordi di piano sempre in maggiore, archi e flauti che completano la dolcezza delle sue canzoni. E in If You Were a Sailboat, singolo di lancio del nuovo album, tutto questo è concentrato. Trasferitasi a Belfast da Tbilisi, Georgia, dove ha trascorso l’adolescenza, la Melua si è subito imposta con la sua prima ballata, Nine Million Bicycle. Ognuna di loro ha uno stile diverso, chi ha una voce più potente, chi invece insiste sulle melodie. Ma il fattore che le accomuna è il pensare alla musica come strumento per raccontare emozioni e storie. Non appena le proprie, ma quelle di chi le ascolta. Queste stelle emergenti sono da tenere d’occhio, anche solo per il piacere di vedere smentita la psicologa tedesca Ute Ehrhardt, secondo la quale ad andare dappertutto sono solo le cattive ragazze, mentre quelle brave tuttalpiù vanno in paradiso. Tralasciava le classifiche, però.
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