Baget Bozzo su Kohl, il Ppe e il cielo sopra Berlino. Il giusto diritto al buono scuola e le ingiustizie di una cattiva riforma scolastica

Di Tempi
18 Gennaio 2001
Caro Direttore, è nato qualcosa di nuovo a Berlino, questa città che porta i segni della guerra e del comunismo nell’irreale contemporanea bellezza

Caro Direttore,
è nato qualcosa di nuovo a Berlino, questa città che porta i segni della guerra e del comunismo nell’irreale contemporanea bellezza. La fine del consumismo, che ha consumato in sé la storia moderna della Rivoluzione ha spinto in alto il flusso della Tradizione, la memoria salvifica di ciò che esiste dopo la Rivoluzione perché è esistita prima e non ha mai cessato di essere l’anima dei popoli. Il partito Popolare Europeo si è unito a Berlino come “unione di valori”. Questo termine esprime nel tempo della povertà metafisica ciò che noi cattolici di Tradizione chiameremmo “unione di Verità”. E ciò è apparso in piena luce quando il fondatore di questo nuovo partito popolare, Helmut Kohl, ha evocato come verità unificante l’Europa la memoria della Croce. Quasto Partito Popolare, opposto costitutivamente alle socialdemocrazie, è l’ultima creazione di un grande uomo, che è stato travolto non appena compiuta la sua ultima opera. Il tono del leader Cdu era umile nella forma, ma fermissimo nella sostanza. Ed è apparso chiaro quando ha detto che l’Europa non è l’insieme di istituzioni nate a partire dal 1949, ma è l’Europa della Cristianità, l’Europa che resiste prima ed oltre, delle istituzioni, infine l’Europa cristiana. Ed in concreto l’Europa unita prima delle guerre di religione del secolo XVI. L’Europa cristiana, prima di Trento e di Augsburg, l’Europa della Cristianità indivisa. Premuta dai turchi e dai mongoli, ma ancora indivisa. Tutto ciò non era formulabile in idee chiare e distinte, ma era veramente un’intuizione comune, una verità prelogica, tessuta come filo del discorso, dissimulata eppure centrale: l’Europa unita nella diversità delle nazioni è la memoria della Cristianità. Ho scritto una formula rapida su Il Giornale: muore l’Europa democristiana, nasce l’Europa cristiana. Così è detto troppo, ma il troppo in quaesti casi è dire il vero. Nella loro storia i partiti cattolici culminati nelle democrazie cristiane rappresentavano l’accettazione cattolica delle democrazie e delle loro libertà civili, figlie del Medioevo ma rinate in chiave calvinista ed illuminista. Avevano rappresentato un’alternativa alla Rivoluzione nella forma laicista e nazionalista nel secolo XIX, in forma comunista e fascista nel secolo XX. Le Democrazie cristiane come partito confessionale secolarizzato finiscono perché col comunismo è finito il tempo della Rivoluzione. Oggi invece il governo della vita fisica del pianeta e della condizione umana, il mondo unificato dalla tecnologia, divisi dalle culture religiose originarie, sono un altro tempo, un nuovo eone della storia del mondo. Non è più la democrazia ad interrogare i cattolici, è la vita nel tempo della tecnica e della mondializzazione ad interpellare le radici dell’umanità: le sue religioni. Questo discorso può sembrare sproporzionato, eppure per me è l’evento di Berlino. L’ingresso di forza Italia nel Ppe è avvenuto all’insegna di un discorso di Berlusconi in cui il termine della lotta al materialismo socilademocratico ad una cultura di individui senza trascendenze, è stato molto netto. Politicamente l’Europa si divide senza sbavature tra centro destra e centro sinistra. La differenza è data dal riconoscere o no il vincolo della Tradizione delle due Rome, quella naturale e civile e quella cristiana. È l’inizio di una storia, non la maturità di un processo. Ma il tempo in cui la divisione era segnata dalla lotta tra Rivoluzione e democrazia è seguito da un tempo in cui la trascendenza dell’uomo di se stesso e quindi la divisione tra Tradizione e Postmodernità sono le alternative. Con innanzi le grandi sfide delle altre culture tra cui primariamente l’Islam. Così compare la bipartizione segnata con nettezza dal congresso del Partito Popolare a Berlino.
Gianni Baget Bozzo (bagetbozzo@ragionpolitica.it)

Cari amici di Tempi,
sono una ragazza di 18 anni, figlia di un vostro fedele abbonato. Grazie a mio padre, trovo il vostro giornale in giro per casa, ed è diventato per me un vero piacere leggerlo per confrontarmi con i vostri giudizi. Vi scrivo per esprimere una mia perplessità a proposito del modo in cui nella rubrica “La settimana dei fatti” del n. 48, si cerca di replicare alle provocazioni di Amato nel paragrafo intitolato “Buono scuola lombardo: Amato mente sapendo di mentire”. Mi sembra che chi scrive cada nel rischio dal quale mette in guardia al termine dell’articolo (Amici, non rispondete alle provocazioni!). Infatti replica alle “critiche” di Amato confermandole. Si dice: “Non è vero che il buono scuola va solo a vantaggio di chi frequenta scuole non statali! Il 10% delle richieste proviene dalle scuole statali!” Ora vorrei che qualcuno mi spiegasse la differenza che c’è tra il dire che il buono scuola è a favore delle scuole non statali e il dire che il 90% delle richieste del buono scuola provengono da chi frequenta scuole private. Si dice: “Non è vero che non esiste il limite di reddito! Il limite di reddito c’è ed è fissato a 60 milioni per componente del nucleo famigliare”. Che differenza corre tra il non porre limiti e il porne uno talmente ampio da non condizionare praticamente nessuno? Infine si critica Amato perché dice che il buono scuola discrimina gli studenti delle scuole statali. Non è forse vero? Non è forse stato pensato per questo? Che senso ha infatti rimoborsare 2 milioni a chi non spende quasi niente per andare a scuola? Amici, non rispondete alle provocazioni! Amato vuol farci dire che quello per cui sosteniamo il buono scuola (libertà, equità, qualità) è sbagliato, non va bene. Perché non diciamo le cose come stanno? Il buono scuola è a vantaggio di chi frequenta le scuole private? Ma è proprio per questo che è stato creato, per dare un aiuto a chi è svantaggiato, e cioè a chi per poter scegliere liberamente come educare suo figlio è costretto a pagare due volte! Il buono scuola non ha limiti di reddito? È vero, per dare la possibilità a più persone di poterne usufruire. Il buono scuola è discriminante nei confronti di chi ha scelto la scuola di Stato? Certo, perché è fatto per rispondere ad un bisogno effettivo, non ad uno che non si pone. Il discorso di Amato è criticabile da ben altri punti. Ad esempio è chiaramente contraddittorio il fatto che prima critichi il buono scuola perché, non fissando un vero limite di reddito NON è discriminante, subito dopo protesta perché il buono scuola È discriminante nei confronti degli studenti delle statali. Perché sostenere un discorso che non sta in piedi già di suo, avvalorando le critiche che vengono mosse come se fossero realmente motivi di obiezione? Perché non rispondere dicendo che cosa il buono scuola in realtà è, e cioè una risposta a un bisogno, risposta che necessariamente è discriminante verso chi questo bisogno non ce l’ha? Nel mio piccolo, posso dirvi che il mio bisogno è quello di avere un giornale che dica pane al pane e vino al vino (come fanno Massobrio e Gatti) e che non si lasci intimidire da nessuno, tanto meno da chi usa parole che sembrano significare chi sa che, ma che a pensarci bene, sono solo puro suono. Amici, non rispondete alle provocazioni!!
Con affetto e stima immutata e quindi grandissimi
Benedetta

Disse Gesù nel Vangelo: “Siate semplici come colombe, ma astuti come serpenti”. L’amica Benedetta va senz’altro forte sul primo punto (ed è una gran bella cosa) ma, se vuole sopravvivere in questo mondo di falchi e avvoltoi, farà bene a conformarsi anche alla seconda parte dell’esortazione evangelica. Le ragioni ideali del “buono scuola” le abbiamo illustrate in molti servizi, e nell’inserto “100 e una domanda a un pregiudizio”. Ma l’ideale non basta affermarlo: bisogna tradurlo in fatti concreti. Nel caso in questione, si tratta di produrre fatti politici, giuridici e amministrativi. In un paese come l’Italia, dove la Costituzione, il governo e la gran parte dei sindacati della scuola sono ostili a qualunque forma di parità scolastica, per tradurre l’ideale in fatti che non saranno spazzati via da qualche giudice amministrativo o costituzionale occorre muoversi con accortezza e senso dell’opportunità. È quello che hanno saputo fare Formigoni e i suoi, e bisogna rendergliene merito. Al “fine giurista” Amato, che espone una serie di castronerie giuridiche per giustificare la sua opposizione ai buoni, si risponde per le rime, dimostrandogli che è un somaro proprio nella materia per cui mena vanto: il diritto.

Egregio direttore,
che i genitori debbano iscrivere i figli alla prima classe della scuola di base senza sapere come di fatto funzionerà è il minimo che potesse loro capitare. Del resto quando si fa una riforma per la riforma quello che ci sta dentro non deve infatti importare, perchè sarà comunque buono. Un po’ come capitava nella Rivoluzione Francese allorchè Saint Just chiedeva di votare le risoluzioni senza leggerle, perchè essendo scritte da Robespierre erano senza ombra di dubbio giuste, anzi grande ingiustizia commetteva chi voleva conoscerne il contenuto. Così oggi chi vuole conoscere ciò cui andranno incontro i suoi figli pone una domanda che non deve essere posta! Alla faccia dell’autonomia, del POF e della trasparenza! Che i genitori debbano iscrivere i loro figli al buio non è un incidente di percorso, ma fa parte del modo con cui questa sciagurata riforma è stata messa in cantiere. Una riforma che deve essere considerata buona a priori, perchè fatta da un governo indiscutibilmente buono, tanto che al cittadino non rimane altro che obbedire. Per il suo bene, naturalmente, e quello dei suoi figli! Rimane la certezza che potremo finalmente discutere della riforma della scuola quando essa cadrà a pezzi, e gli studenti si troveranno in un grave stato di deprivazione culturale!
Gianni Mereghetti, Abbiategrasso

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