Ballando con l’Europa

Di Newbury Richard
05 Ottobre 2000
Dopo il “no” Vikingo, riemerge una richiesta di sovranità nazionale (e il pragmatico calcolo dei cittadini sui pro e contro dell’adesione a una moneta unica e a istituzioni comuni per l’Europa). Il fascino indiscreto di un modello imperiale (ma devoluto e federalista) che in Continente si considera obsoleto. E che invece si dimostra più vitale e più al passo coi tempi della (burocratica e centralista) presente Unione europea del povero comissario Romano Prodi. Il realismo anglo-normanno degli Stati intesi come Spa, contro l’utopismo giacobino (franco-tedesco) di un Costituzione continentale dei Valori. Locke contro Colbert. Un bell’approccio (teorico e storico) antieuropeista

Londra. Il “no” della Danimarca all’Euro ha subito ringalluzzito il (già tradizionalmente ampio) fronte dell’euroscetticismo inglese. Che il Canale della Manica sia ritenuto dagli abitanti di questo nostro arcipelago più grande dell’Atlantico è una convinzione antica. Ma pochi avrebbero scommesso che, finita l’epoca tatcheriana e apertasi quella di Eurolandia tale tradizionale opinione non soltanto si sarebbe tramandata, ma avrebbe iniziato a sbarcare anche sul Continente. Vediamo su quali ragioni si fonda l’antieuropeismo anglosassone. E quali alternative propone ai popoli della Ue.

Grazie a Dio, la Regina è ancora a capo del più grande corpo di Stati (dopo gli Usa)
De Gaulle, che trascorse gli anni della guerra in Gran Bretagna come Comandante delle forze di libertà francesi, era così convinto del “ruolo antieuropeista” che avrebbe potuto giocare la Gran Bretagna, da giustificare con questo il suo veto all’entrata dell’Inghilterra nella Cee nel 1960, poiché riteneva che la Gran Bretagna rappresentasse una testa di ponte americana. Churchill fu uno dei primi sostenitori dell’Unione Europea, ma non ne considerava parte la Gran Bretagna con le sue colonie oltreoceano. La Regina Elisabetta II è ancora per Grazia di Dio Regina del Regno Unito d’Inghilterra e Scozia, del Principato di Galles, della Provincia dell’Irlanda del Nord e dei domini di Sua Maestà oltreoceano. La Regina rimane naturalmente anche Capo di Stato dei domini dell’Australia, del Canada, della Nuova Zelanda e Giamaica dove è rappresentata da un Governatore Generale. Le Bermuda, alcune altre isole caraibiche, Gibraltar, l’Isola di Ascension, sant’Elena e le Falkland sono tuttora colonie della Corona. La Regina è ancora come primus inter pares a capo dei 42 stati del Commonwealth, il più grande corpo di stati al di fuori degli Usa a cui, con gran dispetto dei francesi, si è aggiunto da poco il Camerun francofono. Su questioni come il Sud Africa, la Regina ha appoggiato apertamente il Primo Ministro del Commonwealth contro ciò che le appartiene: la Signora Thatcher.

Perché Dio non si fida a lasciare gli inglesi al buio
Indubbiamente l’Impero che nel 1945 copriva 1/5 del territorio mondiale è oggi imploso e la Gran Bretagna, come il suo impero, è diventata multi-culturale e multi-religiosa, mentre i vincitori del Premio Nobel per la letteratura inglese sono stati commediografi come Wole Solinka, originario della Nigeria e il poeta dell’India Occidentale Derek Walcott. Salman Rushdie ha vinto il premio Booker come miglior narratore degli anni ’90. E la stessa lingua inglese porta in sé la memoria dell’Impero con la moltitudine dei suoi prestiti dagli altri linguaggi. L’inglese puro coi suoi 500mila vocaboli è solo una versione della stessa lingua nel nuovo Dizionario Microsoft Encarta dell’Inglese mondiale. Come avvenne per il latino molto tempo prima, l’inglese si sta dividendo in molte potenziali nuove lingue attraverso i 5 continenti. Gli inglesi rappresentano ancora una nazione trainante che esporta una percentuale del suo Pil più ampia rispetto al Giappone. Quando Kaiser Guglielmo sentì dalla madre, la figlia maggiore della Regina Vittoria, che “sull’Impero Britannico il sole non tramontava mai”, replicò “perché Dio non si fida di lasciare gli Inglesi al buio”. “Fuori è tremendo. Lo so. Ci sono stato” borbottò il primo cugino del Kaiser, il Re Imperatore Giorgio V. Con questa frase esprimeva un pregiudizio molto inglese, dove “fuori” sta per “sul continente”. Tutta un’altra cosa invece era “oltreoceano” per questo monarca tipicamente inglese e il suo popolo piratesco. Oltreoceano c’erano fama e fortuna.

Sua Maestà e il continente
E così dura ancora questa dicotomia tra “all’estero” e “oltreoceano” riassunta cosi l’anno passato dalla stessa Signora Thatcher durante una Conferenza del Partito Conservatore: “Durante tutta la mia vita ogni problema è arrivato dal continente e tutte le soluzioni dal mondo anglofono”. I moderni storici revisionisti, come Norman Davies nella sua “Storia della Gran Bretagna” (1999), amano rilevare come l’Inghilterra medievale fosse una parte del continente a causa del Regno dei re Anglo-Normanni che si estendeva oltre i Pirenei, il che spiega come mai gli inglesi bevano a tutt’oggi così tanto vino di Bordeaux. Sebbene i Normanni, che erano Vichinghi, imposero il francese come lingua dello stato e delle leggi in Inghilterra, le parole inglesi sopravvissero, fiorirono e assorbirono in francese. L’“inglese” venne portato fuori dalla Francia con la Guerra dei 100 anni e si estinse nel 1400. Poi, sotto il regno di Luigi XI, la Francia raddoppiò le sue dimensioni che divennero all’incirca quelle attuali, e le città stato italiane, così come la Borgogna, non ebbero la forza di opporsi alle conseguenti guerre degli Absburgo contro la Francia. Sarebbe andata così anche per l’Inghilterra se non fosse stato per il mare e per il fatto che né la Francia, né gli Asburgo, né la Spagna e i Paesi Bassi potevano permettere all’Inghilterra di allearsi con la parte avversaria, perché ciò avrebbe sbilanciato fatalmente gli equilibri in Europa. La creazione di una chiesa nazionale costituita con Enrico VIII rafforzò l’identità nazionale mentre la conseguente “nazionalizzazione” del terzo del paese che apparteneva ai monasteri avrebbe reso il sovrano finanziariamente indipendente da quella istituzione medievale che era il Parlamento se egli non avesse “privatizzato” quelle rendite per fare quello che secondo lui qualunque vero re inglese doveva fare: combattere i francesi per riconquistare il perduto impero continentale. Non ebbe alcun vantaggio da quelle imprese, mentre la figlia Maria commise l’errore fatale di sposare Filippo II di Spagna ponendo così fine all’indipendenza inglese e – con la successiva sconfitta a Calais – perdendo l’ultimo possedimento sul continente. La sorella Elisabetta cambiò la direzione della politica inglese per i successivi 400 anni fino al 1972, quando la Gran Bretagna, tardivamente, entrò nella Cee.

Uno Stato senza retorica e molta Spa
La Costituzione inglese stabiliva il Monarca come Presidente non esecutivo della Spa Inghilterra; il Primo Ministro come amministratore delegato; il Gabinetto come Consiglio di amministrazione e il Parlamento e i suoi elettori come azionisti. Con la rivoluzione industriale tra gli elettori/azionisti entrò la classe media, poi gli operai e infine, col loro crescente peso economico, le donne. In questo caso non contava l’ideologia “Libertà, fratellanza, uguaglianza” ma il pragmatismo della rendita azionaria. Se la “City” è l’essenziale industria della Gran Bretagna, è anche il modello per la Costituzione – o viceversa. Quando pensano se unirsi all’Euro, gli inglesi rammentano che la rivoluzione americana è stata determinata dai coloni che si opponevano alla tassazione senza rappresentanza. In altri termini: non si possono varare politiche fiscali e finanziarie senza che gli “azionisti” – gli elettori – siano consultati. Nel 1707 si unì agli affari un altro elettore quando la Scozia votò per condividere il suo Parlamento (ma non il suo sistema legale ed educativo) con quello inglese. Ciò richiese la costituzione di un nuovo corpo politico chiamato “Gran Bretagna” (si veda Linda Colley, “Forgiando lo Stato-nazione”). Partecipando a quello che appariva come un fronte comune contro l’assolutismo cattolico continentale, la Scozia guadagnò la possibilità di accedere al mercato inglese e di diventare amministratrice e soldato dell’Impero. Contributi non di poco conto dell’Illuminismo scozzese furono Adam Smith e il suo “La ricchezza delle nazioni” e James Watt con la sua macchina a vapore. Comunque questa unione rinforzò l’idea di una Gran Bretagna opposta al Continente. Durante la Guerra dei Sette anni con la Francia dal 1756 al ‘63, nell’anno mirabilis 1759 la Gran Bretagna guadagnò India, Canada, Florida e Mississipi mentre la Francia era tenuta impegnata a combattere sul continente con mercenari come Federico il Grande. La capacità difensiva e offensiva britannica consisteva nella sua grande flotta militare. Il suo esercito era notevole solo per la sua assenza. Il continente divenne un problema solo quando un qualche potere tentò di dominarlo interamente come nel caso di Napoleone, il Kaiser Guglielmo o Hitler. Tra il 1815 e il 1914 il solo intervento armato inglese sul continente avvenne per la Crimea dove bloccò la minaccia russa alle sue rotte verso l’India. L’intervento inglese nel XX secolo, che costò all’Inghilterra la bancarotta, ha fatto sì che l’asse Franco-tedesco sia democratico.

Le ragioni (molto pragmatiche) dell’euroscetticismo
Oggi, con una Germania che detiene ancora il 30% delle quote nell’Unione Europea Spa la Gran Bretagna non è così certa che gli altri azionisti possano esercitare una sufficiente influenza sulla politica societaria. Innanzitutto il Ministero degli Esteri britannico vorrebbe vedere un libero mercato più ampio di 30 stati. Inoltre la sensazione è che se la Germania giustifica la sua riunificazione con ragioni di unità linguistica, culturale e storica, allora la Gran Bretagna ha molte più cose in comune coi suoi dominions in Australia, Nuova Zelanda, Canada e Sud Africa che non con un continente che le è estraneo per lingua, sistema legale, cultura finanziaria. E dove Colbert, insieme ai suoi Intendenti non eletti, sembra ancora comandare a Bruxelles. Per molti inglesi il partner giusto sono gli Usa: per la comunanza di lingua, sistema politico, tradizione finanziaria e sistema legale. E così Conrad Black, il canadese proprietario del conservatore inglese Daily Telegraph, spinge apertamente la Gran Bretagna a unirsi al NAFTA e diventare così lo stato forse più ricco e popolato degli Usa. E Rupert Murdoch, l’autraliano americano che controlla il Sun, il Times e Sky Tv mostra le stesse inclinazioni. I conservatori stanno flirtando con l’idea e prendono le loro politiche e i loro consulenti dal Partito Repubblicano Usa. Così come le politiche economiche e sociali del New Labour di Blair vengono messe a punto in liaison coi Democratici.

L’alternativa a Eurolandia? Il Nord (America o Scandinavia)
C’è un’altra alternativa. Se Germania e Francia cominciassero a spingere per un Euro ristretto, a cosidetta “doppia velocità”, allora Scandinavia (che, ricordo, comprende anche la graziosa Danimarca che giovedì 28 settembre ha detto il suo “no” all’Euro), Svizzera e Gran Bretagna – oggi la quarta potenza economica mondiale – si potrebbero unire come leader mondiali nei servizi finanziari e nelle “industrie nascenti” del settore farmaceutico, delle telecomunicazioni e del software. Per i britannici Euroland è troppo stretta e soffocante. Nel 1998 Merrill Lynch ha svolto un sondaggio fra le 140 città commerciali che controllano cinquemila miliardi di dollari di investimenti. Il 65% erano a favore dell’entrata dell’Inghilterra nell’Euro. Oggi nei sondaggi del 2000 il 60% sono contrari. Nel paese l’opposizione è assestata al 69% mentra tra i cittadini di età compresa fra i 18 e i 24 anni l’opposizione raggiunge l’80%. L’opinione di maggioranza è espressa bene dalla campagna “Europa sì. Euro no”. Tuttavia con la pressione fiscale in salita al 37% a metà strada fra quella americana e quella europea al 45%. La decisione potrebbe andare sia in direzione dell’Europa, sia del Nord America. Questo sembra essere quello per cui ci si azzufferà alle prossime elezioni. In un mondo cyber, senza tempo e senza spazio, il Canale della Manica è più ampio dell’Atlantico, ed entrambi sono virtuali.

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