Ballano 504 miliardi. Quello che, per adesso, sappiamo di Telekom-Serbia

Di Tempi
26 Giugno 2003
Quelli di Repubblica adesso ci vorrebbero dare a intendere che il caso Telekom-Serbia è tutto un polverone

Quelli di Repubblica adesso ci vorrebbero dare a intendere che il caso Telekom-Serbia è tutto un polverone. Però non ci spiegano per quale ragione loro han fatto il primo scoop, loro l’hanno insabbiato, loro ora ne parlano con massima delegittimazione dei testi d’accusa, neanche fossero dei Lupus in fabula (il riferimento al giornalista di Rep. inseguito da querele di Tv olandesi e dal Foglio per una faccenda di articoli sulla Cina, vuoi scopiazzati, vuoi falsificati, ma di cui Rep., per il trentesimo giorno tace e nemmeno si scusa con i lettori, è puramente causale). In realtà, i lettori disattenti alle veline debenedettiane e al solito casino montato dai Colombo&Mauro International Co sognando Ribaltone California del ’94 (roba da ridere se non fosse che a ottant’anni anche Biagi potrebbe cominciare a pensare seriamente a cosa scrivere da grande) sanno almeno due tre cose di un ennesimo colossale affare realizzato sotto le ali del governo morale&giusto dell’Ulivo mondiale, anni 1996-2001.
Per adesso, sappiamo esattamente: A. Che come conferma a Tempi il presidente della Commissione parlamentare di indagine sull’affare Telekom-Serbia Enzo Trantino «la società serba valeva 393 miliardi, non gli 897 usciti dalla casse Telecom, cioè dallo Stato, cioè dalle tasche dei contribuneti italiani» B. Che se la matematica non è un’opinione e togliamo a 897 i 393 finiti nelle tasche di Slobodan Milosevic per pagare le spese della pazza guerra balcanica, ci sono 504 miliardi che ballano, 450 dei quali, dice il teste di accusa Igor Marini, detenuto in Svizzera e interrogato settimana scorsa dalla nostra Commissione di indagine, sarebbero i soldi spalmati in almeno 18 banche in giro per il mondo. Mentre i 55 di cui Marini aveva già parlato a Roma, prima di essere arrestato dalla guardie svizzere, sarebbero «solo quelli che ho movimentato io». C. Che le accuse mosse da Marini a Dini, Prodi e Fassino di aver intascato la strabiliante tangente di 450 miliardi restano tutte da verificare, però i documenti a cui fa riferimento Marini ci sono e non sono fantasia, che nessun giudice elvetico (che già su quei documenti aveva interrogato il teste) presente all’interrogatorio italiano ha eccepito alcunché alla ricostruzione fatta da Marini ai nostri parlamentari, che questi documenti sono custoditi dalle autorità elvetiche, che nulla dovrebbe impedire alle autorità italiane di visionarli entro i primi giorni di agosto e che tutto dunque dovrebbe chiarirsi nel giro di poco più di un mese. Più in generale sappiamo anche: D. Che Igor Marini ha in tasca un titolo da 100 miliardi, 50 milioni di dollari, di questo titolo ne può fare l’uso che vuole, ma invece di incassarlo lo consegna ai carabinieri (della caserma Aventino, Roma). E. Che Igor Marini nessuno lo aveva incastrato, lui poteva continuare a girare con in tasca i suoi 100 miliardi e a stare in un certo giro di affari. E invece interrompe. E interrompe non per fare l’amministratore delegato di una multinazionale, ma per andare a lavare pavimenti e cessi (perché questo faceva Marini prima di essere arrestato). Dunque delle due l’una: o Marini è un caso psichiatrico o non lo è. In entrambi i casi nessuno può fin qui obiettare che siano i fatti, non le supposizioni intorno alla figura di Marini, che stanno giustamente guidando le indagini della Commissione bicamerale.
F. Che come è ragionevole supporre per un colosso come Telecom-Italia, quell’azienda si avvaleva di decine di avvocati per realizzare gli affari internazionali, mentre nel caso Telekom-Serbia non è ancora ben chiaro perché l’affare sia stato curato esclusivamente dall’avvocato Francesca Petralia (cfr. l’audizione parlamentare della Petralia e il Taz, qui a pag. 24). G. Che nel 1997 Telecom-Italia è un’azienda di Stato controllata dal ministero del Tesoro, la quale azienda di Stato per trattare un affare del genere e per di più con la Yugoslavia di Slobodan Milosevic in guerra, pare non si sarebbe affidata ai buoni uffici del ministero degli Esteri a Belgrado, ma si sarebbe affidata a un mediatore yugoslavo (che per mestiere fa l’operatore turistico) e a un conte (amico dello yugoslavo), che a sua volta diventa dipendente Telecom-Italia a 3 milioni al giorno. Per i suoi buoni uffici, nonostante negli ultimi mesi non sappia nulla di come vadano le cose, perché dice lui «fui minacciato di morte» (lo dice nell’audizione parlamentare del 4 dicembre 2002, cfr. www.camera.it) lo yugoslavo incassa 3O milioni di marchi tedeschi (30 miliardi di vecchie lire), esentasse, pagati allo yugoslavo attraverso una società macedone, la Mak Environment, società che commercializzava mangimi ma che, mangimi a parte, riesce lo stesso a stipulare un contratto con Telecom-Italia, in un affare in cui ci sono di mezzo le due più grandi aziende di Stato di Roma e di Belgrado. H. Che per parte sua il Collegio sindacale di Telecom-Italia nella “Memoria sull’acquisizione di Telekom-Serbia” scrive che di tale società Mak Environment non sa praticamente niente («in mancanza di riscontri documentali il collegio sindacale ha proceduto ad audizioni mirate… i risultati hanno evidenziato tracce dell’esistenza, all’epoca, della detta società… mancano ulteriori notizie sulla Mak Enviroment relative al 1997 perché la società non risulta più iscritta nei registri macedoni dalla fine del 1998») se non che, effettivamente, Telecom-Italia ha versato alla Mak Environment 30 milioni di marchi tedeschi suddivisi in due tranche, tra il giugno del ’97 e il giugno ’98.
Dunque per ora sappiamo che nel 1997 il governo morale&giusto dell’Ulivo finanziò Milosevic grazie all’affare Telekom Serbia. Poi, nel 1999, gli fece la guerra morale&giusta. Però, ballano 504 miliardi. Dove sono finiti? Lo scopriremo nelle prossime settimane.

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